L'undici novembre è il giorno della festa di San Martino, noto per avere condiviso col povero il suo mantello, ed in Francia si commemora l'armistizio del 1918.
Non sappiamo se tali coincidenze siano casuali, oppure se siano state scelte dai giudici della Corte Costituzionale per pubblicare la loro sentenza numero 213, che risulta comunque ispirata da una logica spartitoria e - per l'appunto - armistiziale.
Gli uomini della Consulta furono un tempo protagonisti di memorabili battaglie per liquidare l'eredità giuridica del fascismo. Ancora di recente, questi alti magistrati si sono sostituiti ai legislatori per rendere lecita - sia pure "juxta modum", come si dice nel linguaggio ecclesiastico - l'eutanasia attiva. Tale sentenza memorabile può valere a Marta Cartabia il Quirinale. Il ministro della giustizia è una cattolica praticante, ma evidentemente è anche una cattolica liberale, che come tale riconosce la potestà dello Stato di regolare i rapporti tra le persone senza necessariamente conformarsi con il precetto di una specifica confessione religiosa.
Vedremo se tanto coraggio civile varrà a dirimere un quesito fondamentale per la sopravvivenza dello Stato di diritto, una "quaestio stantis vel cadentis rei publicae". Se cioè i decreti del Presidente del Consiglio impiegati quali atti legislativi, risultino o meno costituzionalmente legittimi. In verità, occorre che una parte in un giudizio provochi a tale riguardo un procedimento incidentale, e che il giudice "a quo" ritenga la questione non manifestamente infondata. L'attuale "zeit geist" non pare tuttavia propizio. Basti considerare che nessuno dei nostri quasi mille parlamentari ha ritenuto menomate le prerogative costituzionali delle Camere. Non si tratta soltanto di ignoranza del diritto da parte dei numerosi deputati e senatori che sono anche giuristi, ma soprattutto di mancanza di coraggio: cioè dell'unica dote che - come disse Napoleone - non si può fare finta di possedere. Ed infatti nessuno - tra Montecitorio e Palazzo Madama - dimostra di esserne munito: segno della decadenza di tutta la nostra classe dirigente.
Sarebbero bastati pochi giusti per salvare Sodoma e Gomorra, ma non c'erano. Nel frattempo, però, la Consulta flette i muscoli, e con la sua sentenza prende in considerazione il famigerato decreto legge numero 18 del diciassette marzo 2020, emanato da quel Conte che viene chiamato con involontaria ironia "l'avvocato del popolo". Oggetto della pronunzia non è però la facoltà - conferita con tale atto al Presidente del Consiglio - di legiferare mediante i suoi decreti, bensì il merito di una delle misure che il decreto legge introdusse direttamente. Si tratta della proroga dei contratti di locazione, con il conseguente divieto di eseguire gli sfratti. Qualche furbacchione ne ha approfittato per smettere di pagare il canone. Secondo la Corte, questa pratica può per il momento continuare: infatti, come afferma una sua nota (sono evidentemente passati i tempi in cui i magistrati si esprimevano soltanto con le sentenze), "se all'inizio dell'emergenza la sospensione era generalizzata, con le successive proproghe, su cui si appuntano i dubbi di legittimità costituzionale, il legislatore ha via via ridotto l'ambito di applicazione (del blocco degli sfratti), operando un progressivo aggiustamento del bilanciamento degli interessi e dei diritti in gioco". E' come dire che in passato la donna non era incinta, ora è incinta solo parzialmente, ed il prossimo trentuno dicembre, quando scadrà il blocco, non sarà nuovamente più incinta.
Con il nuovo anno, infatti, si potrà di nuovo sfrattare l'inquilino moroso, dato che l'emergenza non può protrarsi all'infinito senza vulnerare irrimediabilmente il diritto di proprietà, tutelato dalla Costituzione. Se ci fosse una ulteriore proroga, che permettesse di andare oltre la fine dell'anno, la Consulta annunzia che essa scadrebbe inesorabilmente sotto la mannaia di un giudizio di illegittimità costituzionale.
In attesa del tradizionale cenone di San Silvestro (sempre che le norme "profilattiche" consentano di consumarlo), la limitazione del diritto di proprietà permane costituzionalmente legittima, in quanto risulta temporanea. Nessuno, però, garantisce che vengano percepite le mensilità non corrisposte del canone di locazione. La proprietà, sempre in base alla Costituzione, ha infatti anche una funzione sociale. Di cui la giurisprudenza della Consulta deve tenere naturalmente conto. Ciò comporta che il godimento del bene oggetto di tale diritto può essere interrotto per un tempo più o meno lungo. Gli autori della compilazione giustinianea si sarebbero tappati le orecchie.

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Mario Castellano  20/11/2021
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