Geopolitica globale: USA, Iran, Cina e il nuovo ordine mondiale
La conversazione con il nostro amico, in grado di parlare con la Storia, avendo lasciato da tempo l’impegno politico attivo ma mantenendo tuttavia stretti rapporti con molti ambienti qualificati dell’Alta Amministrazione Pubblica, delle Forze Armate e dei diversi Corpi di Polizia, parte inevitabilmente da un dato riferito all’attualità, vale a dire l’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.
Questa azione, a suo dire, viene ritardata non già in quanto si creda nella possibilità di ottenere risultati mediante negoziati già rivelatisi del tutto inconcludenti, bensì soltanto per la necessità di schierare tutta la forza militare necessaria per raggiungere lo scopo.
L’inevitabilità dello scontro è determinata dal fatto che non si tratta di un dettaglio della strategia globale perseguita dall’Amministrazione americana, né di una sua variabile che si potrebbe omettere senza compromettere il disegno complessivo.
Non rimane dunque che cercare di capire quale sia tale progetto.
Trump si trova ad affrontare due potenziali nemici che comunque – anche a prescindere da uno scontro militare diretto – contendono non solo e non tanto al suo Paese, bensì all’insieme dell’Occidente, la supremazia sul mondo.
Uno di essi è rappresentato dalla Cina, l’altro dall’Islam.
Il “Dragone” punta sull’egemonia militare ed economica. Ciò richiede la disponibilità delle materie prime necessarie per proseguire in uno sviluppo finalizzato anche a costruire un esercito e una marina in grado di competere con gli Stati Uniti.
Le risorse naturali necessarie si trovano però solo in parte nel territorio cinese. Di qui la necessità di assicurarsi dei rifornimenti.
Il quattro o cinque per cento del petrolio importato da Pechino veniva dal Venezuela, e questa fonte di rifornimento è ormai perduta. Il venti per cento arriva invece dall’Iran, e l’eliminazione anche di questa fornitura comporterebbe per i Cinesi la perdita di un quarto del fabbisogno.
Una quantità tale da compromettere seriamente i piani di sviluppo tracciati da Xi Jinping. Che non verrebbero completamente cancellati, ma potrebbero essere realizzati soltanto in un futuro più remoto di quello fino ad ora immaginato.
L’altro soggetto con cui l’America e l’Occidente si confrontano è rappresentato dall’Islam, che ha sostituito il comunismo – appoggiato a suo tempo sostanzialmente sulla forza militare dell’Unione Sovietica – quale alternativa ideologica alla democrazia liberale.
I soggetti che si contrappongono in questa competizione non sono esattamente gli stessi divisi a suo tempo dalla “Guerra fredda”.
Una parte della sinistra ha abbandonato infatti le utopie ideologiche che, essendosi necessariamente incarnate in uno Stato con la sua forza militare e con i suoi interessi, finivano per asservirla a una potenza straniera.
Ne derivava che i comunisti erano disposti anche a rinunciare agli obiettivi propri di ciascun movimento nazionale, sacrificandoli nel nome di un malinteso “internazionalismo” alla strategia perseguita dai dirigenti del Cremlino.
Questo, insieme con la subalternità ideologica, che a sua volta comportava l’accettazione acritica di un modello politico estraneo alle diverse realtà nazionali – specialmente quelle occidentali – costituiva il limite che il comunismo mondiale, e in particolare quello italiano, non poteva superare.
La fine dell’Unione Sovietica ci fece credere – purtroppo, però, ci illudevamo – che si smettesse di subordinare la conduzione della cosiddetta “sinistra” a imposizioni provenienti dall’esterno e soprattutto che si elaborasse un modello non copiato da quanto realizzato altrove.
Per ciò che riguarda l’Italia, il gruppo dirigente ex comunista si è rivelato però incapace di seguire la prassi propria delle socialdemocrazie, cioè un riformismo pragmatico non rivolto a realizzare alcuna utopia, bensì a risolvere – sia pure nell’ambito di un disegno organico di riforma della società – i problemi concreti posti via via dalla realtà.
Una volta constatato questo fallimento – frutto di un limite culturale mai superato – si è tornati alla ricerca, da una parte, di modelli esotici e, dall’altra, di finanziatori disposti a pagare l’apparato del partito, in cambio naturalmente della sua subordinazione al perseguimento degli interessi propri di soggetti stranieri.
Se il comunismo sovietico era pur sempre un lontano parente della socialdemocrazia occidentale, rifacendosi entrambi al pensiero di Marx, con l’islamismo non esiste viceversa alcuna consanguineità.
La sua influenza risulta inoltre efficace soltanto laddove esista il legame costituito dalla comune identità religiosa.
Tale vincolo risulta peraltro ancora più forte rispetto a quello costituito dall’ideologia, che per sua natura è soggetta a discussione e comunque si confronta in ogni momento con la verifica imposta dalla realtà sociale.
Scegliendo l’Islam tanto come ispirazione quanto come alleanza internazionale, e guardando dunque alle sue incarnazioni più estreme nello stesso modo in cui Togliatti si rivolgeva a Mosca, considerata come sede di una sorta di Chiesa cui era dovuto omaggio e obbedienza, i “democratici” compiono una scelta ancora più disastrosa di quella operata dal “Migliore” quando si sottomise a Stalin.
Era quello inoltre il tempo delle ideologie, che per loro natura tendevano a superare i confini. Oggi, invece, è il tempo delle identità, che viceversa inducono a tracciare sempre nuove frontiere.
È dunque attuabile il modello islamista in Occidente?
Probabilmente soltanto come risultato di un’espansione non tanto militare, economica o culturale, quanto piuttosto di una sostituzione etnica che faccia dei musulmani il soggetto dominante.
A questo punto, la chiusura delle chiese, che poteva forse essere in parte evitata nel caso di una sovietizzazione dell’Occidente, diventerebbe inevitabile.
I dirigenti del Nazareno, da parte loro, non sarebbero neanche ridotti al rango di quelli dell’Europa orientale, disposti a fare da “cinghia di trasmissione” delle imposizioni del Cremlino, ma verrebbero completamente eliminati dalla scena politica.
È dunque logico che Trump si proponga come punto di riferimento di tutti i soggetti politici e religiosi che vogliono mantenere l’identità occidentale.
Ecco perché l’America ha dedicato una cura particolare alla penetrazione – affidata a “Steve” Bannon – del Vaticano, che avrebbe portato all’elezione di un Papa statunitense, per giunta iscritto al Partito Repubblicano, il quale si richiama fin dalla scelta del nome alla teocrazia idealizzata nella figura di Leone Magno e nella rivendicazione dello Stato Pontificio perpetuata da Gioacchino Pecci.
Il Presidente, da parte sua, aspira a diventare – e poco importa se tale risultato verrà raggiunto dal successore – il capo di un rinnovato Sacro Romano Impero, investito dal Pontefice dopo averne propiziato l’elezione.
Le analogie con i secoli nel corso dei quali l’Occidente era unito da un solo governo temporale e da un solo governo religioso non finiscono qui.
La Terra Santa – che durante le Crociate venne annessa all’Europa, divenendone il prolungamento d’oltremare – oggi è di nuovo la Terra di Israele.
Nel disegno globale di Trump c’è dunque posto per un ruolo decisivo attribuito agli Israeliti, escludendo la possibilità che una rinnovata teocrazia determini la loro emarginazione.
L’attacco all’Iran è dunque inevitabile tanto perché da esso dipende la sopravvivenza di Israele quanto perché la conseguente crisi petrolifera obbligherebbe gli europei a dipendere dalle risorse energetiche messe a disposizione dall’America, che ha prevenuto tale necessità aggiungendo alle proprie quelle del Venezuela, ripristinando anche la piena vigenza della Dottrina di Monroe.
Essa esclude l’Europa dall’emisfero occidentale, ma ne fa un suo retroterra sicuro.
È dunque destinata a finire l’anomalia rappresentata dalla dipendenza di Cuba dalla Russia, la quale, essendo impantanata in Ucraina, non può più agire fuori dal suo ambito regionale.
La Cina, dal canto suo, non può ancora farlo.
Le tessere del mosaico si collocano dunque ciascuna al suo posto, disegnando un nuovo scenario mondiale nel quale – se possiamo tentare di tracciarne un riassunto – il ruolo imperiale dell’America, che assume il compito di unificare l’Occidente, segna la massima esaltazione tanto dell’identità statunitense quanto di quella giudaico-cristiana.
Quest’ultima deve trovare un’unità politica se vuole confrontarsi con l’Islam, con cui non deve assimilarsi, così come deve sottrarsi all’egemonia della Cina.
“Asia est”, ammoniva Ronchey tracciando le sue analisi della situazione mondiale.
Non c’è infatti da parte di Trump un disegno di conquista territoriale, ma l’affermazione dell’influenza esercitata dalle talassocrazie: un tempo quella britannica, oggi quella americana.
Esse, potendo inviare le proprie flotte ovunque nel mondo, non mirano ad assimilare gli altri Paesi né a imporre loro un governo straniero diretto, bensì ad affermare l’egemonia di chi dispone della tecnologia più avanzata.
Il destino dei vari soggetti politici, come delle diverse identità culturali, dipende in buona sostanza dalla capacità di inserirsi in questo nuovo disegno, che può anche non piacere – e certamente non piace alla vecchia Europa, restia a rassegnarsi alla propria decadenza e sostanziale subordinazione – ma risulta l’unico elaborato attualmente da un soggetto dotato della potenza necessaria per realizzarlo in concreto.