Il Futuro della Chiesa tra Secolarizzazione, Comunità e Identità Europea
La conversazione con il Dirigente locale del Laicato Cattolico prende le mosse dal piano che il nostro amico dice essere già stato adottato, dimostrando la consueta preveggenza e lungimiranza, dall'Autorità Ecclesiastica. In base a tale piano, pur non venendo soppresse le diverse Parrocchie in cui è suddiviso il territorio del Comune di Imperia, le attività amministrative e di assistenza spirituale verrebbero concentrate presso quella di Cristo Re.

Trattandosi della sede più accessibile da tutta la città, che peraltro è sempre rimasta policentrica.

Il calcolo che sta alla base di tale decisione riguarda tanto il numero dei praticanti quanto, soprattutto, il numero dei Sacerdoti disponibili.

Gli uni diminuiscono costantemente in percentuale, mentre gli altri rivelano una densità sempre minore rispetto al totale della popolazione.

E anche rispetto a quanti ancora frequentano la Chiesa.

Il Parroco di Pontedassio ha a suo carico ben otto Parrocchie e riesce a coprirne sette celebrando altrettante Messe domenicali tra il sabato e la domenica.

Soltanto a Candeasco questo benemerito Sacerdote si reca esclusivamente in occasione della Festa Patronale, ma neanche questa sede è stata soppressa.

Ancora dopo la Seconda Guerra Mondiale, in ciascuno di questi piccoli Paesi vi era un Parroco residente.

Che non si trova più neanche a Chiusavecchia dopo il ritorno a Napoli di Don Mautone.

In questo centro della Valle Impero arriva a celebrare le funzioni nelle Feste di Precetto — ripartendo subito dopo, a tutta velocità, verso altre mete — un Sacerdote residente a Diano Marina.

Di questo passo, la «Basilica Minore» — già «Collegiata Insigne» — di San Giovanni Battista ad Oneglia, nella quale (come rivela la sua stessa originaria qualifica) esisteva un tempo un Collegio dei Canonici, dovrà condividere il proprio Titolare con altre Chiese.

Molti anni fa, Don Silvano Burgalassi, benemerito iniziatore in Italia della Sociologia Religiosa, raccontava di essere stato chiamato a consigliare un Vescovo che intendeva costruire un nuovo Seminario Diocesano.

Lo studioso e Religioso toscano gli disse che, in base ai propri calcoli, il Seminario sarebbe rimasto vuoto.

L'Ordinario lo accusò di non confidare nella Provvidenza, ma i fatti diedero ragione a Don Burgalassi.

Se la Scienza accerta una malattia mortale, può accadere che il paziente guarisca per effetto di un Miracolo.

Ciò, però, non significa che la diagnosi risulti errata.

Un giovane Padre Domenicano, originario della Francia ma residente al Cairo, dove si occupa dei rapporti tra Cristiani e Musulmani (materia di vivissima attualità), che si annovera tra le menti più brillanti della Chiesa Cattolica, asserisce che il futuro della Religione nell'Occidente «secolarizzato» porterà alla proliferazione di tante piccole comunità di Credenti, non necessariamente dedite alla convivenza, ma comunque impegnate nel condividere un rapporto che vada oltre l'occasionale incontro settimanale in occasione della Messa.

Le persone coinvolte svolgeranno in comune una ricerca culturale o un'attività assistenziale.

Quanto manca, in molti casi, tra i Credenti è lo scambio di considerazioni ed esperienze.

Che troppo a lungo è stato reso difficile dalla diffidenza nei confronti di chi manifesta idee diverse sul significato attuale della Fede e sulle relative implicazioni.

Ristabilire un rapporto, anche soltanto dialettico, ma sempre franco e amichevole, risulta assolutamente necessario se si vuole sostenere il disegno concepito dall'attuale Papa.

Noi lo definiamo come un tentativo di ricostituire l'Europa «carolingia», cioè un soggetto basato su una comune identità, ispirata a sua volta all'eredità della cultura giudaico-cristiana.

Questo disegno può realizzarsi in due modi opposti.

Se l'Europa — o quanto meno una parte del nostro Continente — dovesse preservarsi dall'onda montante di altri soggetti, estranei alla sua origine e alla sua tradizione, ciò avverrà come effetto di una strenua difesa della propria identità.

Ciò risulta però possibile — dati i rapporti di forza tra le grandi Potenze mondiali, che non evolvono certamente a favore dell'Occidente — solo se l'America manterrà la propria tutela su di noi.

Non è detto che Trump e i suoi successori siano animati da questa intenzione.

Può anzi prevalere il disegno esattamente contrario rispetto a quella tendenza interventista che ha portato gli Stati Uniti a varcare per tre volte in un secolo l'Atlantico: prima per impegnarsi contro gli Imperi Centrali, poi contro il Nazismo e infine contro il Comunismo.

In tal caso, la Chiesa — intesa quale Comunità dei Credenti — sopravvivrebbe comunque al tracollo degli Stati.

Mantenendo sotto la propria protezione non soltanto i Cattolici, bensì anche gli altri Cristiani e perfino quanti non condividono neppure la Fede.

Abbiamo commentato, a questo riguardo, il contenuto, a suo modo profetico, della Lectio Magistralis pronunciata dal Papa alla Sapienza Università di Roma.

Essa venne fondata dai suoi Predecessori, ma divenne — dopo il Venti Settembre — uno dei baluardi della cultura laica.

I cui esponenti più radicali non vollero accogliere il contributo che intendeva portare loro Benedetto XVI.

Segno che i Comunisti — dimenticata la perspicacia di Palmiro Togliatti, il quale aveva imposto il riferimento esplicito ai Patti Lateranensi contenuto nella Costituzione — non avevano ancora del tutto abbandonato l'anticlericalismo.

Caduta questa pregiudiziale, il Papa ha potuto pronunciare un discorso che supponiamo radicalmente diverso rispetto a quello che sarebbe stato svolto da Joseph Ratzinger.

Contraccambiando, a proprio modo, il mutato atteggiamento dei propri interlocutori.

Nella sua lezione, anticipatrice anche del contenuto della propria prima Enciclica, il Pontefice ha inserito — senza annotare alcun dissenso né alcuna riserva — la critica formulata da Karl Marx a proposito della cosiddetta «alienazione del lavoro» nella società capitalista.

Prospettandosi una nuova rivoluzione tecnologica, causata dall'Intelligenza Artificiale, Prevost ha voluto offrire ai laici un'alleanza per contrastarne i possibili effetti negativi.

Quanto non aveva fatto il suo omonimo e predecessore Pecci, escludendo la partecipazione dei Cattolici al movimento dei lavoratori.

Del quale il Papa ripudiava ogni metodo conflittuale.

Ora, di fronte alla nuova situazione, cade ogni possibile pregiudiziale opposta dai Cattolici alla collaborazione.

Il discorso assume però anche un altro significato se letto alla luce dell'attuale situazione internazionale.

Nel caso in cui l'Europa dovesse cadere, la Chiesa si dichiara disposta a coprire con il proprio manto protettivo anche i soggetti più lontani dal proprio Magistero e dal proprio pensiero, ma che tuttavia convergono nella definizione della nostra identità collettiva.

Compreso il Marxismo, del quale Prevost dimostra di condividere la parte destruens, mentre la Storia si è incaricata di liquidare quella che in passato era ritenuta la parte construens.

Lo stesso discorso era stato svolto dal Concilio quando aveva accettato le grandi libertà civili instaurate dalla Rivoluzione Liberale.

Se Giovanni XXIII aveva superato il «Sillabo» di Pio IX, Prevost abbatte la barriera innalzata non tanto dalla Rerum Novarum di Leone XIII quanto piuttosto dalla Pascendi Dominici Gregis di Pio X.

Che senso ha dunque mantenere l'ostracismo, all'interno stesso della Chiesa, nei confronti del cosiddetto «Modernismo»?

Tanto più se non lo si definisce neppure.

Salvo accettare quanto asserisce Livio Fanzaga, secondo il quale i «Modernisti» sarebbero tutti quanti atei.

Se la preservazione della civiltà giudaico-cristiana richiede la collaborazione offerta dai laici di tutte le tendenze, la Chiesa ha altrettanto bisogno dell'aiuto portato da chi un tempo veniva condannato ed emarginato a causa della propria asserita o reale eterodossia.

Qualora permanesse una simile pregiudiziale, si ripeterebbe la rottura consumata al tempo della Prima Guerra Mondiale tra quei Cattolici che accettavano il principio della sovranità popolare e quanti, viceversa, restavano attaccati al principio di legittimità.

Come pure si rinnoverebbe il dissidio tra chi accetta il principio della laicità dello Stato e chi si ripropone di restaurare lo Stato confessionale.

Il Papa dimostra chiaramente di avere compiuto la propria scelta.

Qualcuno compie, viceversa, quella opposta.

Lo scisma dei «Lefebvriani», di cui si annuncia la definitiva consumazione, assume il significato di una chiamata a raccolta di chi vuole mantenere le vecchie e obsolete discriminanti.

C'è una Chiesa che non vuole proteggere i dissidenti, ma che non accetta neppure il loro apporto e la loro collaborazione.

E c'è, viceversa, una Chiesa che abbatte ogni barriera nei loro confronti.

Lungi da noi auspicare le divisioni o, comunque, operare per inasprirle.

Ci domandiamo però se non sia il caso di fare chiarezza, una volta per tutte.

Se c'è ancora qualcuno che intende dividere i Cattolici tra il proprio seguito personale e il resto della Chiesa, si dovrebbe chiarire che costoro non esprimono il punto di vista né dell'Episcopato né della Santa Sede.

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Mario Castellano  01/06/2026
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