Ascoltando su “Radio Radicale” l’intera registrazione della manifestazione di solidarietà con Israele che si è svolta presso l’Arco di Tito, ci è parso che l’affermazione paradossalmente più realistica - proprio a causa del suo carattere così radicale da sembrare estremistico - sia stata quella pronunziata da un esponente della Comunità Israelitica di Roma.

Il quale, rivolgendosi ai numerosi ed autorevoli Gentili presenti, ha detto loro: “Non siete voi solidali con noi; siamo noi solidali con voi”.

Egli ha poi aggiunto – per spiegare quanto aveva asserito – che gli Israeliti sono capaci di combattere, mentre noi non lo siamo.

Mentre dovremmo esserlo, in quanto l’obiettivo perseguito da Hamas non consiste soltanto nella distruzione di Israele, ma anche nella conquista di tutti i territori dominati nel passato dai Musulmani.

Una volta smaltito l’impatto emotivo di quanto esposto con tanta franchezza, abbiamo riconsiderato una ad una queste affermazioni.

La prima di esse ribadisce, con parole diverse e più dirette, un concetto ripetuto anche da molti degli oratori che non appartengono all’ambiente israelitico: il confine dell’Occidente è segnato dalle mura di Gerusalemme.

Se dunque qualcuno le difende, protegge anche noi.

Quando uscì il famoso libro di Huntington sullo “Scontro dele Civiltà”, si destò in tutto il mondo una forte curiosità intellettuale, e la gran parte dei commentatori – come pure la gran parte dei comuni lettori – finì per condividere le tesi esposte dallo studioso americano.

Altra cosa, però, sono le conversazioni che si svolgono nei salotti intellettuali, ed altra cosa è la verifica delle tesi accademiche causata dagli eventi.

Tanto più essi risultano tragici, tanto più la previsione trova conferma.

Di qui deriva la necessità di combattere se si vuole preservare la propria identità, con tutto quanto essa significa.

La terza affermazione, riguardante il pericolo che corre anche l’Europa Occidentale – pur essendo anch’essa corretta - risulta la più difficile da capire.

Nei giorni scorsi, “La Stampa” di Torino ha pubblicato un’analisi di Lucia Annunziata sul conflitto esploso nel Medio Oriente.

L’autorevole giornalista lo considera una conseguenza – remota nel tempo, ma diretta ed inevitabile – del crollo dell’Unione Sovietica.

Siamo d’accordo con questa asserzione, purché si sia disposti a risalire ancora più indietro nel tempo nel valutare la catena delle cause degli avvenimenti attuali.

Quanto avvenne tra il 1989 ed il 1991 fu la conseguenza del fallimento del tentativo – intrapreso dalle diverse ideologie totalitarie – di realizzare una “reductio ad unum” del mondo.

Questo fallimento avrebbe portato inevitabilmente al riemergere di tutte le identità fino allora represse.

Le prime a risvegliarsi erano state quelle religiose.

Nel 1978, l’elezione del Papa polacco non rianimò soltanto la rivendicazione della libertà di culto, ma trasformò la fede – specialmente laddove essa costituiva il fondamento di una Nazione – nella principale motivazione di chi rivendicava l’Indipendenza.

Questo fenomeno si sarebbe esteso un anno dopo al mondo islamico, con la Rivoluzione iraniana: che era diretta contro il liberalismo occidentale.

Questa ideologia, diversamente dal Fascismo e dal Comunismo, non è – per così dire – totalitaria nei metodi, ma è totalitaria nei fini, in quanto anch’essa si proponeva di uniformare il mondo.

Lucia Annunziata sembra animata da una certa dissimulata nostalgia di un mondo nel quale i conflitti identitari erano sopiti – o per meglio dire repressi – precisamente dalle contrapposte discipline ideologiche.

Ciascuna delle quali aveva però costruito la propria “prigione dei popoli”.

Era dunque inevitabile che ciascuno di essi aspirasse ad uscirne.

Da questo punto di vista, la data alla quale bisogna fare risalire l’inizio di quanto sta succedendo è il 28 giugno del 1914, cioè l’attentato di Sarajevo.

Quel giorno ha cambiato la grande Storia, ma anche la piccola storia di ogni famiglia.

I nostri nonni, partiti con un moschetto per la Grande Guerra, ne ritornarono dopo avere abbattuto tutti gli Imperi.

O per meglio dire, tutti gli Imperi che giustificavano il proprio potere su di una motivazione di ordine religioso: l’Austria era l’erede del Sacro Romano Impero cattolico, la Russia si identificava con la Terza Roma ortodossa, ed il Sultano di Costantinopoli era il capo dei Musulmani Sunniti.

Le successive ideologie tentarono di restaurare la giustificazione ideale di alcuni poteri statuali, ma durarono molto meno dei vecchi imperi: il loro preteso fondamento ideale era infatti ben più debole, coincidendo con i disegni espansivi della Germania, dell’Italia o della Russia.

L’erompere delle identità – siano esse di carattere etnico o religioso – ha portato a molte violenze, e soprattutto a quelle inaudite cui abbiamo assistito nei giorni scorsi ai danni degli Israeliti, in quanto ciascun soggetto aspira a delle acquisizioni territoriali coincidenti con la sua massima espansione storica.

Ha quindi ragione l’esponente della Comunità Israelitica di Roma quando ammonisce che Hamas – se non viene fermata – arriverà inevitabilmente fino allo stretto di Messina.

Dice dunque il vero anche il radio predicatore cattolico tradizionalista che denunzia l’intenzione di Putin e del Patriarca Cirillo di conquistare Roma per sostituirsi al Papa, unificando con la forza tutti i popoli e tutte le terre della Cristianità?

No, perché il nazionalismo russo – anche se trova supporto nella Gerarchia ortodossa – è di natura essenzialmente etnica.

Il che ha permesso di trovare il suo antidoto nel nazionalismo ucraino.

Il quale lo ha fermato sul Don, che scorre ben più ad Oriente rispetto al Tevere.

Non esagera invece il dirigente israelita di Roma quando afferma che Hamas potrebbe prendersi anche la Sicilia.

Mentre infatti quello della Russia è a ben vedere il nazionalismo straccione di una ex grande potenza che cerca, per mantenere il consenso, di redimere le sue Trento e Trieste - salvo doversi accontentare di qualche rettifica territoriale - l’Islam risulta invece ben più temibile.

“Mutatis mutandis”, esso può riuscire laddove fallì l’Internazionale Socialista nel 1914, quando – allo scoppio della Prima Guerra Mondiale – il russo Ulianov fu il solo a proporre di trasformarla in guerra civile, chiamando i proletari ad insorgere contro gli Stati borghesi.

Mentre gli osservatori militari e gli esperti di “intelligence” si domandano se Hezbollah aprirà un nuovo fronte contro Israele, sarebbe più logico porsi un altro drammatico interrogativo, che viene però per il momento rimosso: i Fratelli Musulmani, che controllano sempre più strettamente le Comunità Islamiche dell’Europa Occidentale, non saranno tentati – nel caso il conflitto si protraesse e si aggravasse – di trasformarla in una guerra civile europea?

Abbiamo già constatato quali siano le terribili potenzialità del terrorismo in Europa.

A questo fenomeno non ci siamo abituati, non solo in quanto prevale in noi la tendenza alla rimozione, ma soprattutto perché – come ci ha ammonito in modo tanto brutale quanto salutare l’esponente israelitico di Roma – noi non sappiamo combattere.

Che cosa significa questo?

Certamente pesano sulle nostre nuove generazioni i settantotto anni di pace, in cui siamo sopravvissuti come un’isola felice in un mondo in guerra, ma il vero motivo per cui siamo degli imbelli consiste nel non avere dovuto affermare l’autodeterminazione.

Pagando il prezzo che inevitabilmente comporta l’uso della forza.

Cui invece Israele ha dovuto suo malgrado ricorrere, fin da prima di costituirsi come Stato.

L’espansione dell’Islam può mettere in pericolo anche noi.

Ciò non giustifica, beninteso, nessun atteggiamento razzistico e nessuna discriminazione religiosa, ma dobbiamo prendere coscienza che il nostro futuro si trova oggi nelle mani dei soldati di Israele, i quali cercano di impedire che questa espansione travolga il loro Paese.

Ecco perché ogni decisione sui mezzi da impiegare deve essere rimessa alle sue Autorità.

Le quali naturalmente possono commettere degli errori, che devono però essere valutati con un solo criterio: quello della loro efficacia ai fini di un esito vittorioso – tanto tanto per Israele quanto per noi – dell’attuale conflitto.

Mario Castellano