Ha destato grande scalpore, nell’ambiente politico ed economico di Imperia, la lunga intervista rilasciata a Tele Sanremo dal nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo, titolare dell’omonimo ristorante.
In primo luogo, il noto dirigente dei titolari di esercizi pubblici si è espresso – pur rivolgendosi a un pubblico ben più ampio di quello locale – in perfetta lingua “braccese”.
Ciò ha causato comprensibilmente scandalo – e soprattutto scorno – tra quegli italiani che perseguono da tempo immemorabile la nostra assimilazione culturale forzata.
Venendo però al merito degli argomenti trattati, “Braccioforte” ha dimostrato con eloquenza – citando a memoria cifre tanto precise quanto significative – la validità del progetto che mira a fare del porto di Oneglia uno scalo per le crociere di lusso.
Quelle di massa non ci riguardano, poiché le grandi navi della Costa o della “Carnival” non potrebbero entrare nello scalo. Tuttavia, opportunamente dragato per iniziativa dell’amministrazione comunale, esso può accogliere le imbarcazioni destinate a trasportare nel Mediterraneo i ricchi in vacanza, quando preferiscono i servizi delle cosiddette “città galleggianti” alla privacy dei loro panfili privati.
Se è vero che molti di costoro, una volta sbarcati, preferiranno raggiungere Montecarlo – magari usufruendo di appositi elicotteri, già impiegati per il servizio di navetta tra l’aeroporto di Nizza e il Principato – alcuni potranno comunque trattenersi “in loco” per gustare le specialità offerte da “Braccioforte”.
Quanto pagato per l’attracco beneficerà in ogni caso il nostro scalo, che entrerà a far parte del sistema dei porti ausiliari del Principato, il quale si estende verso la Francia e l’Italia per iniziativa del suo sovrano, sempre più qualificato come il deus ex machina di un progetto di sviluppo transfrontaliero.
Gli attacchi – particolarmente virulenti – scagliati contro Osvaldo Martini Tiragallo non si limitano all’argomento, pur scontato, secondo cui egli agirebbe quale Cicero pro domo sua. Si è infatti sconfinato nell’ideologia.
Lo stesso nostro amico ci ha riferito di un aspro confronto con il “Commissario del Popolo” Barbagallo, che lo ha accusato di “deviazionismo piccolo-borghese”, di “frazionismo” e di “attività antipartito”, per aver sostenuto – a detta di questo “Grande Inquisitore da baraccone” – la linea del Sindaco.
In primo luogo, rileviamo che ormai è “Braccioforte” a farsi portavoce e difensore delle istanze della propria categoria. Enrico Lupi tace, temendo di inasprire il confronto con Scajola o di essere percepito come un’autorità de facto alternativa a quella del “Sindaco-Presidente”.
Il quale odia i nemici, ma diffida soprattutto dei concorrenti, veri o presunti.
Noi esortiamo “Braccioforte” a infischiarsene della disciplina di partito staliniana incarnata dall’uomo di Caltabellotta.
I dirigenti ex comunisti locali usano il proprio potere sui militanti per costringerli ad appoggiare acriticamente tutte le loro scelte, non certo ispirate all’interesse della cittadinanza, bensì a quello personale.
Ora costoro raccolgono firme contro il progetto – concepito dal “Bassotto” – della piantumazione del “Bosco cittadino”.
Il consigliere Verda aveva a suo tempo proposto la stessa cosa.
Se dare un habitat ai cinghiali è sbagliato, lo è a prescindere da chi formuli la proposta; se invece è giusto, vale lo stesso principio.
Lo stesso dicasi per l’abbattimento dell’ex stabilimento Agnesi, già suggerito da un noto esponente ex comunista.
Se la costruzione dei residence serve per affamare il popolo, bisogna opporvisi chiunque la proponga; se viceversa porta pane e lavoro, è opportuno accettarla, indipendentemente dall’impresa incaricata dei lavori.
Gli ex comunisti locali sono invece a favore di tutto o contro tutto, a seconda che siano o meno “in torta”.
Poiché l’idea dello scalo per le crociere di lusso non era stata concepita da loro, l’esclusione dalla spartizione degli utili genera una feroce opposizione da sinistra.
“Braccioforte” – avendo ragionato, a ragione o a torto, in base all’interesse dei cittadini e dei suoi colleghi – viene invece scomunicato.
Non a caso Barbagallo è un antico discepolo di don Drago, uomo abituato a fulminare l’interdetto contro gli eretici.
“Eretico” è, per l’appunto, anche il nome di uno dei vini più pregiati della cantina di “Braccioforte”, che invitiamo a bere alla salute di tutti: tanto degli emuli di Vysinskij, il tenebroso accusatore dei processi di Mosca, quanto dei “Bassotti” e, soprattutto, dei miliardari in crociera.
La “Flottiglia” continua la sua navigazione – mai così lenta, neppure ai tempi delle barche a vela, che venivano talvolta fermate a lungo dalle bonacce frequenti nel Mediterraneo centrale e orientale – che da una parte affamavano e assetavano gli equipaggi, e dall’altra li esponevano agli assalti dei pirati barbareschi.
Ora l’attacco è stato sferrato dagli israeliani, mettendo il nostro governo di fronte a un’alternativa imbarazzante.
Da un lato, incombe l’obbligo di proteggere le navi mercantili italiane da ogni attacco in acque internazionali – il che spiega l’arrivo di una fregata della Marina Militare – ma dall’altro è vietato estendere tale protezione a un eventuale ingresso nelle acque territoriali di un Paese straniero, che ha piena facoltà di vietarlo e impedirlo.
In tal caso, infatti, l’Italia si trasformerebbe da aggredita in aggressore.
La regia che orienta le scelte delle persone imbarcate sulla “Flottiglia” è presumibilmente di parte islamista e mira a produrre nel nostro Paese il massimo grado di destabilizzazione.
Conviene dunque prolungare la situazione di attesa in cui ci si trova fin da quando le imbarcazioni sono salpate da Genova.
L’attacco israeliano era prevedibile e messo nel conto fin dall’inizio: tale mossa ha fatto scattare la seconda fase dell’escalation, consistente nella ripresa dello “sciopero” proclamato da un’organizzazione fantasmatica, priva di rappresentanti legali o di una sede riconoscibile.
Questo ectoplasma può dunque provocare violenze delle quali rispondono solo gli autori materiali.
Lo sciopero non ha una data d’inizio ufficiale, e ciò – trattandosi di servizi pubblici – ne determina l’illegalità.
Le agitazioni in questo settore devono infatti essere preavvertite. Se il governo le vieta, non esiste tuttavia un soggetto a cui notificare il divieto.
L’iniziativa è inoltre a tempo indeterminato: anche questo è proibito, ma serve a protrarre le violenze di piazza, già iniziate a Torino.
L’esecutivo deve dunque da un lato proteggere fisicamente le navi battenti bandiera italiana, e dall’altro fronteggiare un’azione di protesta illegale, diretta non contro Israele ma contro le nostre stesse autorità.
È interessante notare come le violenze dei facinorosi non riguardino obiettivi israeliani né israelitici, il che le rende ancora più incoerenti.
Il vero scopo della mobilitazione consiste nell’abbattimento del governo: obiettivo irrealizzabile, ma utile a creare una sorta di guerriglia civile permanente, ancor più destabilizzante di un cambio di leadership a Palazzo Chigi.
La tappa finale dell’escalation – ancora di là da venire, ma già pianificata – sarà innescata dallo scontro fisico con la marina israeliana, con il conseguente sequestro delle navi e del carico e l’espulsione degli imbarcati.
Il Vaticano tenta volonterosamente di mediare, proponendo di sbarcare a Cipro gli aiuti umanitari, ma se lo scopo è incrementare le violenze, è improbabile che la proposta venga accettata.
La violenza di piazza raggiungerà dunque il diapason, ma contemporaneamente verrà abbandonato il pretesto della situazione di Gaza.
Consumata l’esca, l’incendio continuerà e assumerà dimensioni tali da risultare inarrestabile.
La Meloni ha già preso la prima decisione in vista della repressione, apparentemente simbolica ma gravida di conseguenze.
La Presidente del Consiglio ha infatti dichiarato che i parlamentari imbarcati sulla “Flottiglia” non servono le istituzioni, ma intendono servirsene.
L’allusione alla mobilitazione della fregata è evidente, mentre più velato è il riferimento a un piano eversivo delle istituzioni, già in atto.
Il paragone storico più calzante è quello con la decadenza dei deputati “Aventiniani”, decisa dalla Camera nel 1924, che impedì all’opposizione di esprimersi in Parlamento.
Lo stesso destino sembra oggi attendere i deputati e senatori improvvisatisi naviganti, poiché anch’essi fanno parte di un disegno che il governo considera eversivo.
Si profila dunque l’impossibilità, per le diverse parti politiche, di convivere entro un sistema di regole comunemente accettate: situazione che, in genere, precede una guerra civile.
Riusciremo a fermarci prima che si determini un simile esito?
A questo punto, anche se la parte più legalitaria dell’opposizione decidesse di fermarsi, il movimento di piazza andrebbe avanti da solo.
La Schlein non possiede tuttavia la statura politica necessaria per imporre una tale scelta – che, nel breve periodo, non le conviene – poiché le proteste mettono comunque in difficoltà il governo.
Il quale, non disponendo di un interlocutore istituzionale, può soltanto rispondere alla violenza di piazza con la repressione.
Come in una tragedia classica, tutto sembra procedere – se non interviene un qualche deus ex machina – verso un esito fatale.
Mario Castellano