Il pericolo, non reale ma tuttavia asserito o quanto meno esagerato, di una rivoluzione che sovvertisse l’assetto sociale dei vari Paesi occidentali terrorizza, fin dal fatidico ottobre del 1917, tutti coloro che sono interessati al mantenimento dello status quo.
Fu allora che trionfarono in Russia i bolscevichi, fautori della socializzazione dei mezzi di produzione e dediti alla persecuzione – anzi, allo sterminio – di quanti appartenevano alle classi sociali che avevano rovesciato.
A ciò si aggiunse, rendendo ancora più temibile la prospettiva di un contagio rivoluzionario in Occidente, la persecuzione della religione.
Questa era dovuta tanto al privilegio goduto dall’ortodossia nello Stato imperiale quanto all’osservanza letterale del pensiero di Marx, secondo il quale la religione costituiva uno strumento del dominio capitalista sul proletariato: il famoso «oppio dei popoli», che la classe operaia doveva contrastare se voleva liberarsi dallo sfruttamento e dall’apparato ideologico posto a suo sostegno.
I bolscevichi si resero ben presto conto – subito dopo il fallimento del tentativo insurrezionale compiuto a Berlino dagli spartachisti, mentre negli altri Paesi occidentali non avvenne nulla di simile – che la rivoluzione non si sarebbe estesa al di fuori dei confini della Russia.
Essi dovettero anzi contrastare i tentativi controrivoluzionari sostenuti dall’estero, che giunsero, in un certo momento, a ridurre il territorio controllato dallo Stato rivoluzionario più o meno alle dimensioni dell’antico Principato di Mosca.
Dalla successione degli avvenimenti compresi tra il 1914 e la fine della guerra civile, la Russia uscì completamente stremata e certamente non in grado di espandere il comunismo attraverso l’uso della forza militare.
Stalin, che tra i dirigenti bolscevichi aveva saputo meglio trarre le conseguenze dell’impossibilità di esportare la rivoluzione, non soltanto praticò, ma giunse anche a teorizzare il «socialismo in un solo Paese».
Quest’ultimo, però, avendo mantenuto il proprio nuovo assetto politico e sociale, poteva essere aggredito da chi intendeva estirparlo.
Non si dimentichi che soltanto alla metà degli anni Trenta i Paesi occidentali – il primo fu l’Italia di Mussolini – riconobbero l’Unione Sovietica.
Fino a quel momento, gli esiliati monarchici o comunque avversi al comunismo e gli aristocratici riparati sulla Costa Azzurra e sulla Riviera Ligure avevano «dormito sulle valigie», sperando di poter ritornare in patria.
Stalin riteneva che la Russia sovietica sarebbe stata aggredita dall’Inghilterra e, a questa convinzione errata, si aggiunse quella suscitata dal Patto Ribbentrop-Molotov.
Se i sacrifici imposti alla popolazione con l’industrializzazione forzata degli anni Trenta servirono a respingere l’invasione nazista, quest’ultima venne però favorita dalla convinzione, coltivata dal dittatore georgiano, di essersi premunito per lungo tempo contro ogni pericolo rappresentato dalla Germania.
L’imposizione, su gran parte dell’Europa occidentale, di regimi fascisti o comunque autoritari non aveva alcuna giustificazione fondata sul pericolo della rivoluzione, né tanto meno sulla possibilità di un’aggressione da parte dell’Unione Sovietica.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda venne scatenata attraverso la diffusione di un altro falso: quello di un’Unione Sovietica intenzionata a marciare oltre i confini stabiliti a Yalta.
Stalin li aveva imposti non certo con finalità offensive o espansive, bensì soltanto per il timore di un nuovo attacco alla Russia proveniente da Occidente. Quello del 1941 non era stato, peraltro, il primo, essendo stato preceduto dall’invasione svedese del 1709 e da quella napoleonica del 1813.
Il dittatore intendeva scoraggiare ogni nuova aggressione portando il più possibile verso Occidente il confine militare, esteso fino all’Elba.
Il suo successivo arretramento fino al Don non venne provocato da una nuova invasione, bensì dal processo di distensione che, tramontata la generazione della Seconda guerra mondiale, indusse Gorbaciov a ritenere ormai obsoleto un dominio ideato a causa dei timori ancestrali dei suoi predecessori.
La Cina, dove avvenne l’altra grande rivoluzione del Novecento, percorse una traiettoria analoga a quella della Russia.
I comunisti, conquistato il potere, si videro negare a lungo perfino il riconoscimento diplomatico.
I nazionalisti mantenevano un simulacro di sovranità su Formosa, da dove minacciavano di ritornare sul continente.
Il primo sforzo compiuto dai nuovi dirigenti consistette dunque nel farsi accettare dalla comunità internazionale.
Qualche appoggio venne offerto ai movimenti di liberazione del Terzo mondo, ma nessuno sforzo venne intrapreso per fomentare la rivoluzione in Occidente.
Se alcuni dirigenti comunisti europei – tra cui Togliatti – erano stati ospitati da Stalin nell’Hotel Lux, i cinesi dovettero accontentarsi di Aldo Brandirali.
Definito dai suoi seguaci «il Compagno senza eguali», Brandirali finì poi in Comunione e Liberazione, dopo essere stato convertito personalmente da don Giussani.
I cortei nostrani degli anni Settanta inneggiavano a Mao Tse-tung, ma il Partito Comunista si proponeva soltanto di essere cooptato dalla Democrazia Cristiana nel sottogoverno.
Andreotti poté così ripetere l’operazione riuscita a Giolitti al tempo dell’occupazione delle fabbriche, scegliendo una strategia attendista.
In entrambi i casi, i riformisti avrebbero prevalso sui massimalisti, una volta constatata l’impossibilità della rivoluzione, che lo stesso Lenin aveva peraltro sconsigliato ai comunisti italiani di tentare.
La paura, però, è molto spesso completamente irrazionale.
Nel periodo dell’Unità nazionale, i benpensanti della nostra città, essendosi convinti che la rivoluzione fosse ormai avvenuta, si riunivano «clandestinamente» nella Villa delle Cascine, appartenente a uno di loro.
Lì ascoltavano Indro Montanelli, che parlava da Telemontecarlo.
In realtà, il noto giornalista non era riparato all’estero, ma si trovava negli studi televisivi di Milano.
I suoi spettatori si sentivano però come coloro che, durante l’occupazione nazista, si sintonizzavano su Radio Londra.
Nel 1979 nessuno colse il pericolo rappresentato dalla Rivoluzione iraniana.
Non era però necessario essere studiosi di storia o di strategia per capire che, questa volta, era sorto un pericolo reale.
I nuovi dirigenti, anziché sforzarsi di stabilire rapporti diplomatici, esordirono facendo l’esatto contrario.
Dimostrarono cioè, con il sequestro dei dipendenti dell’Ambasciata americana, che non volevano inserirsi nella comunità internazionale, bensì sovvertirla.
Tutta la loro azione successiva è stata coerente con quella scelta.
Se la Russia e la Cina hanno combattuto contro l’America attraverso conflitti «per interposta persona», appoggiando movimenti di liberazione e regimi antioccidentali, l’Iran ha dichiarato guerra al «Grande Satana».
E la sta combattendo in prima persona.
Una scelta che non era mai stata compiuta né da Mosca né da Pechino, dove si sapeva calcolare il rapporto di forze e si era dunque consapevoli del fatto che la superiorità degli Stati Uniti sconsigliava ogni confronto diretto.
Quella degli iraniani, però, non è né temerarietà né «avventurismo».
Certamente, i dirigenti di Teheran approfittano della modifica intervenuta nel tempo nei rapporti di forza.
Essi possono inoltre contare sul fideismo proprio di chi è animato da convinzioni religiose, le quali prescindono dalla valutazione dei risultati prodotti dall’applicazione delle ideologie.
A chi viaggiava nell’Europa dell’Est bastava portare con sé delle calze di seta per procurarsi dei favori sessuali.
Le donne iraniane, invece, nascondono sotto il velo perfino il volto.
Se il comunismo aveva fallito nel momento in cui aveva accettato di competere con l’Occidente sul suo stesso terreno, l’Islam sposta il confronto su quello nel quale noi siamo più deboli.
Anzi, sempre più deboli.
Quello, cioè, delle convinzioni religiose.
I musulmani europei costituiscono ancora una minoranza nella popolazione complessiva, ma non lo sono quasi più tra i giovani.
Essi mantengono la propria identità, mentre i giovani occidentali perdono la loro.
La nostra debolezza si è però palesata proprio laddove credevamo di essere più sicuri, cioè in ambito strategico.
Le due grandi vie del petrolio, Suez e Hormuz, sono chiuse.
E nessuno sa come riaprirle.
Anziché chiamare il popolo a mobilitarsi – quanto meno sul fronte del risparmio –, i nostri governi preferiscono ignorare il problema pur di nasconderlo ai cittadini.
È in atto una gigantesca opera di rimozione.
Proprio mentre ci troviamo nella stessa condizione dei pesci di uno stagno dal quale viene progressivamente sottratta l’acqua.
Veniamo infatti inesorabilmente asfissiati.
Rimane la presenza di Israele, con il suo intatto potere militare.
Netanyahu può garantire ai connazionali la salvezza del loro Stato, ma è impotente quando si tratta di garantire il flusso del combustibile verso l’Occidente.
Per quest’ultimo si prospetta una destabilizzazione sociale, inevitabilmente seguita da quella politica.
Il paragone con l’orchestra che suona sul Titanic mentre la nave affonda è abusato.
Non riusciamo però a trovarne uno migliore.
La storia tramanda il menu servito in prima classe poco prima dell’affondamento.
Noi, per non essere da meno, pubblicheremo domani la lista dei cibi consumati dal «Bassotto» nel ristorante «Braccioforte», insieme con i colleghi dell’Unione delle Province Italiane.
I quali hanno «cioccato di mani» al noto ristoratore.
L’uomo, avendo sostituito le «braghe corte» e la camicia «hawaiana» con un impeccabile completo scuro, ha raccolto le ovazioni.
Delle quali «si è scampato».
Mario Castellano