La Meloni ha annunciato la “road map” che — quantomeno nelle sue intenzioni — dovrà portare l’Italia a trasformarsi in una “democratura” compiuta.
Dopo l’approvazione di una legge elettorale che garantisce la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere alla coalizione più votata, cioè quella di destra — essendo ormai accertata l’impossibilità di mettere insieme l’estrema sinistra con Renzi e Calenda — avremo le elezioni politiche anticipate nel prossimo mese di aprile.
Poiché il nuovo Parlamento si insedierà a maggio, e fino ad allora i membri non ricandidati o non rieletti di quello uscente saranno ancora in carica, costoro raggiungeranno il periodo minimo per maturare la pensione.
Per questo motivo non si opporranno all’anticipo del voto.
Nel 2029, scaduto il mandato di Mattarella, la Signora della Garbatella culminerà il percorso che l’ha condotta dalle borgate fino al Quirinale.
Il “Gran Consiglio del Fascismo” era divenuto, per effetto di un’apposita legge, organo dello Stato.
L’unica sua competenza effettiva — le altre essendo meramente consultive — consisteva nel pronunciarsi sulla successione al trono.
Se Vittorio Emanuele III fosse morto prima di Mussolini, il “Duce” avrebbe potuto impedire al principe Umberto di diventare re, sostituendolo con uno degli Aosta — fautori del fascismo fin da prima della “Marcia su Roma” — oppure proclamare la Repubblica.
In vista di tale eventualità, il “Duce” faceva pedinare dall’OVRA l’erede al trono, raccogliendo prove sulla sua omosessualità.
All’epoca, questa costituiva un marchio d’infamia tale da stroncare ogni ambizione.
Analogamente, la Meloni potrà diventare capo dello Stato, nominando presidente del Consiglio il fido Mantovano.
Il quale, per suo conto, già dirige di fatto — e manovra spregiudicatamente — i servizi segreti.
A questo punto, il progetto di trasformazione della Repubblica potrà dirsi compiuto.
In America si discute sulla possibilità, da parte di Trump, di edificare anch’egli una “democratura”.
È vero che non mancano precedenti in cui un simile tentativo è fallito.
Si veda il caso di Orbán, cui è mancato l’appoggio di Putin.
Il quale, anzi, si è affrettato a scaricarlo, dicendo che non lo aveva mai conosciuto.
In Italia, gli aspiranti al ruolo di nuovo “Duce” sono stati diversi.
Craxi si è avvicinato più degli altri all’obiettivo.
Se però il suo tentativo — appoggiato dalla P2 — è fallito, lo si deve al fatto che in quel periodo il movimento iniziato nel 1968, pur essendo già entrato nella sua fase discendente, era ancora in grado di difendere le istituzioni.
In America, gli anticorpi contro un disegno autoritario risultano più forti che in Italia.
La Corte Suprema sentenzia a volte — benché sia dominata da suoi sostenitori — contro il presidente.
Il Congresso e gli Stati, basandosi sul tradizionale radicamento del federalismo, oppongono anch’essi una resistenza abbastanza forte per contrastare i disegni del “tycoon”.
In Italia, l’opposizione si dimostra completamente priva di ogni capacità di mobilitazione.
Per decenni, milioni di cittadini hanno risposto alla sua chiamata scendendo regolarmente in piazza.
Era inevitabile che questo finisse per causare un senso di stanchezza e di frustrazione.
Che prima o poi si avverte quando non si intravede alcuna possibilità di avanzamento.
A questa possibilità si è rinunciato fin dal 1976, cioè da quando il marchese Berlinguer decise di usare il proprio partito per ingessare e sostenere il sistema di potere esistente.
Garantendogli una proroga certamente molto lunga, ma privando la cosiddetta “sinistra” della possibilità di costituire un’alternativa.
Quando poi, a una dirigenza moderata della destra, ne è subentrata una dichiaratamente estremista e autoritaria, non c’era più nessuno in grado di contrastarla.
Mentre il generale Vannacci mette a disposizione del Governo il suo seguito di aspiranti picchiatori — destinati probabilmente a rimanere inoperosi, dal momento che non c’è più nessuno da picchiare — i “lefebvriani” offrono alla destra italiana ed europea una sorta di “Chiesa ombra”.
Il Papa ha rivolto un estremo, disperato appello alla loro consorteria per evitare lo scisma.
Appello destinato, però, a non essere ascoltato.
La “Chiesa” tradizionalista è simile a quelle caserme vuote che, però, non vengono mai dismesse.
In caso di mobilitazione generale, molti di quanti avranno continuato nel frattempo la loro vita normale saranno pronti a riempirle.
Se dunque si dovesse scatenare la violenza politica, non mancherebbero né le legioni disposte a combatterla, né i loro cappellani.
In attesa, gli uni e gli altri rimangono a disposizione del nuovo potere.
Che si dimostra, in apparenza, restio a farne uso.
Come per fare intendere che preferisce raggiungere i propri obiettivi “con le buone”, ma si riserva la possibilità di usare “le cattive”.
Noi riteniamo che basterà la minaccia.
“Che fare?”
La domanda posta da Lenin è più che mai attuale.
Nell’Europa dei primi anni del secolo scorso, bastava preparare un soggetto rivoluzionario e attendere che lo scontro tra gli Stati determinasse, da qualche parte, l’occasione per scatenare una guerra civile.
Oggi non esiste questa prospettiva.
Non mancano naturalmente i provocatori che avvicinano chiunque non sostenga il potere.
O per causare reazioni inconsulte, o per indurre gli sprovveduti a compiere tentativi di rivolta velleitari e altrettanto inconsulti.
Questa mattina, riprendendo la vecchia abitudine — da qualche tempo sopita — un facinoroso al servizio dei “Bassotti” ci ha insultato per la strada, senza alcun motivo apparente.
La città è piena di simili elementi.
Segno del tentativo di fare degenerare il confronto politico.
Non siamo però più negli anni Settanta.
Allora i soggetti da provocare abbondavano ed erano, per di più, privi di esperienza.
Oggi prevale invece la rassegnazione.
In quanto risulta impossibile una Resistenza.
Cioè un’azione diretta a rovesciare la situazione esistente.
L’unica nostra risorsa è dunque la Resilienza.
Che consiste nel mantenersi il più possibile refrattari a ogni pretesa e azione contraria.
La Resilienza si può praticare in molti ambiti e in molti modi diversi.
In primo luogo, diffondendo un’informazione alternativa.
Che è cosa completamente diversa dal far circolare appelli all’insurrezione.
Noi consigliamo, al contrario — lo diciamo rivolgendoci proprio a chi non si stanca di farci avvicinare dai suoi provocatori — il rispetto più assoluto della legge.
È vero che, quando si restringono i margini entro cui è ancora possibile un’azione legalitaria, si è giustificati — tanto dal punto di vista politico quanto dal punto di vista morale — a non rispettarli.
Data la situazione, questo causerebbe però soltanto un ulteriore restringimento delle possibilità di azione che ci rimangono.
Il nostro piccolo mezzo di informazione viene impaginato e diffuso a opera di amici dell’Italia che si trovano all’estero e, dunque, ricade nell’ambito di una competenza diversa rispetto a quella delle autorità italiane.
Non abbiamo tuttavia mai ricevuto neanche una smentita.
Quanto all’informazione “ufficiale”, la sua consultazione rivela la necessità di quella cosiddetta “alternativa”.
Basti pensare al fatto che nessuno avverte la gente che si stanno esaurendo le riserve strategiche di combustibile.
Poi andremo tutti a piedi.
C’è poi la Resilienza di chi mantiene la propria identità e la propria cultura, rifiutando ogni tentativo di omologazione e di assimilazione forzata.
Anche una piccola sagra di paese può manifestare questo atteggiamento.
Un altro ambito in cui si può agire è costituito dall’impegno amministrativo.
In molti Comuni e Regioni si sono formate, intorno a personalità prestigiose e volonterose, coalizioni che esprimono in primo luogo la rispettiva specifica identità e, in secondo luogo, si propongono di andare controcorrente rispetto alla tendenza nazionale.
Il Governo è però in grado di restringere — in base alla sua concezione centralistica dello Stato — i margini di azione di cui dispongono i sindaci e i “governatori”.
Lo fa nominando sempre nuovi “commissari straordinari” e strangolando gli enti locali mediante la diminuzione dei trasferimenti finanziari.
Le possibilità di spesa degli enti locali sono inoltre ridotte a causa dell’assunzione di personale in eccesso.
Ciò limita la spesa a quella cosiddetta “corrente”.
Si possono poi sostenere le forme di economia libera, non dipendente dall’acquisto di beni e servizi da parte dello Stato e degli altri enti pubblici.
Questo però dipende dalla capacità di spesa della gente, che si riduce per via della perdita di potere d’acquisto.
Molti giovani scelgono tuttavia di lavorare proprio nelle nuove forme di “economia alternativa”.
Che li rende indipendenti, anche se li attendono molti sacrifici.
Questi ragazzi devono essere incoraggiati, anche perché tutelano la nostra cultura e la nostra identità.
Basti pensare a certe forme di agricoltura e di artigianato, che mantengono vive o addirittura resuscitano altrettante tecniche tradizionali.
Difendendo, nello stesso tempo, anche l’ambiente.
C’è infine l’impegno religioso.
In primo luogo nelle sue espressioni filantropiche: si moltiplicano le iniziative di assistenza dispensata dalla Chiesa ai cosiddetti “nuovi poveri”, vittime dell’emarginazione sociale.
Noi siamo impegnati in un “Banco Alimentare” che provvede alle necessità di una piccola azienda agricola e zootecnica, in cui si praticano le colture e l’allevamento secondo criteri “ecologici”.
Essa è guidata da un pioniere dell’agricoltura collinare, l’ottimo Antonio Marzocca.
Anche il mantenimento della pratica del culto permette alla Chiesa — contando ancora su un certo numero di fedeli — di resistere alle pretese di un potere statuale prevaricatore e invasivo, che la vorrebbe completamente subordinata ai propri disegni.
Non dimentichiamo che le culture politiche tradizionali sono ormai esaurite, ma non sono invece esaurite — e anzi si dimostrano molto vitali — tutte le culture religiose.
Tanto in ambito cattolico quanto in ambito non cattolico, e anche non cristiano.
Ci attende una lunga “traversata del deserto”.
Durante questa traversata dovremo procurarci — praticando per l’appunto la Resilienza — i mezzi necessari per sopravvivere, tanto come persone quanto come comunità.
La prospettiva consiste — nel lungo periodo — nella costituzione di nuovi soggetti titolari della sovranità in ambiti territoriali e culturali più ristretti e omogenei.
L’autoritarismo in cui cadono gli Stati nazionali — e in particolare quello italiano — costituisce solo in apparenza un segno di forza.
In realtà, esso è causato dalla mancanza di un consenso effettivo, essendo fittizia l’identità su cui si fondano gli attuali Stati nazionali dell’Occidente.
Che sono destinati — in prospettiva storica — a cadere.
Noi dobbiamo arrivare a questa meta coscienti e preparati.
Soprattutto sul piano culturale.
Lo studio — severo e rigoroso, ma sempre accompagnato dal senso critico — costituisce infatti la prima e più importante forma di Resilienza.
Buona Resilienza, dunque, a tutti i nostri lettori.
Mario Castellano