Può essere che si sia ripetuta anche oggi la “Politica dell’Annuncio”, praticata innumerevoli volte da Trump al fine di abbassare temporaneamente il prezzo del petrolio, per poi rivenderlo quando la quotazione inevitabilmente risale, essendosi scoperta la millanteria dell’accordo ogni volta “quasi raggiunto” con l’Iran.

Essendo stata però introdotta una variante non da poco: questa volta un ministro del Pakistan ha detto che le parti si erano accordate.

Guardandosi bene, però, dal rendere pubblico il testo del nuovo atto di diritto internazionale, che peraltro né gli Stati Uniti né l’Iran hanno diffuso.

Non esiste neanche una bozza cosiddetta “ufficiosa”.

Per cui, almeno per ora, possiamo soltanto analizzare delle ipotesi.

Trump aveva dichiarato di considerare valido e vincolante un trattato cui venivano apposte solamente delle firme elettroniche.

Una volta introdotta tale nuova prassi nel diritto internazionale, non si capisce perché non procedere immediatamente alla sottoscrizione, rinviandola a venerdì, quando dovrebbe venire apposta solennemente e “in presenza” nella Confederazione Elvetica.

Il motivo del rinvio potrebbe consistere nell’opportunità di presentarsi al Vertice dei Sette con l’aureola del “Pacificatore”, raccogliendo l’applauso di tutto l’Occidente.

Vale infatti per i suoi massimi dirigenti, come per i mercanti di petrolio, la massima coniata da Giulio Cesare: “Quod volumus, libenter credimus”.

È tuttavia anche possibile che qualcuno – forse il Pakistan, o forse lo stesso Iran – abbia voluto compiacere l’autostima di Trump pubblicando una falsa notizia molto gradita al Presidente, tanto più in occasione del suo compleanno.

Se così stanno le cose, neanche i dittatori delle “Repubbliche delle Banane” erano arrivati fino a tale punto di megalomania.

Macron, essendo al corrente di quella che affligge Trump, è in procinto di offrirgli un ricevimento particolarmente sontuoso nella Reggia di Versailles.

Mentre gli psichiatri non fingono di credere ai pazienti che dicono di essere Napoleone, i profani danno viceversa ragione a questi ammalati.

Magari per commettere una circonvenzione di incapace.

Il nostro concittadino “Mohammed” Bensa è stato ripulito di tutti i suoi averi da una banda di bengalesi infiltrati in casa sua.

I quali lo trattavano come se fosse stato il loro “Imam”.

Molti anni or sono, trovandoci nel nostro Paese di adozione, ricevemmo una telefonata da un interlocutore a noi ancora sconosciuto, che si presentò come funzionario di un ministero.

Costui ci pregò di rendergli visita, asserendo che aveva bisogno di una consulenza in materia giuridica.

Essendoci recati all’appuntamento, capimmo ben presto che ci trovavamo al cospetto di un cosiddetto “residente”, inviato dai servizi di informazione di un Paese terzo.

Il motivo della sua richiesta risultò molto banale: l’uomo doveva aggiornare la nostra “scheda” e, ritenendoci innocui, aveva deciso di non perdere tempo cercando informazioni presso altre persone.

Gli raccontammo dunque con assoluta sincerità tutto quello che desiderava sapere.

L’incontro non risultò inutile: l’amico ci mise al corrente della situazione quale la valutava dal suo punto di vista ma, soprattutto, lasciò trapelare il contenuto pregresso del “fascicolo” a noi intestato.

In cui erano appuntati – come sempre avviene in questi casi – anche i dati riguardanti il carattere della persona.

Tali notizie non possono essere ignorate dall’Iran nel caso di Trump.

Tanto perché si tratta del Presidente degli Stati Uniti, quanto perché l’uomo è per l’appunto un tipico “caratteriale”.

Il quale può essere conquistato soddisfacendo la sua smisurata autostima.

Già Putin, recandosi in Alaska per incontrarlo, si era evidentemente basato su tale valutazione.

Ora però, qualora la pace scoppi per davvero (anche se noi non ci crediamo), l’Iran otterrebbe una vittoria storica e clamorosa sull’intero Occidente.

Che in altri casi era stata pagata dai nemici a un prezzo ben maggiore.

I paragoni che vengono in mente riguardano in particolare due precedenti: gli Accordi di Parigi sul Vietnam e quelli di Doha sull’Afghanistan.

In ambedue i casi, gli americani lasciarono i Paesi dove erano stanziate le loro truppe facendo finta di avere vinto.

Trascorso un certo lasso di tempo, i collaborazionisti locali vennero però travolti da una improvvisa e travolgente offensiva dei nordvietnamiti e dei talebani.

Ai dirigenti locali non rimase che fuggire.

Ai poveracci non venne concessa invece neanche tale possibilità.

Alcuni tentarono di salire sugli elicotteri per scappare da Saigon.

Altri fecero lo stesso a Kabul ma, trattandosi di aeroplani, precipitarono nel vuoto.

Ora la finzione diplomatica risulta più facile, in quanto nessun soldato americano ha messo piede in Iran.

Si tratta dunque soltanto di continuare nella cessazione dei bombardamenti.

Che peraltro Trump era stato ben contento di interrompere, ed altrettanto restio a riprendere.

Per giunta, l’Iran potrà riprendere ad esportare il petrolio.

Il regime – lungi dal cadere, contrariamente a quanto millantato dal pretendente al trono – rimane saldamente al potere.

Per quanto riguarda il nucleare, esso si impegna soltanto a discuterne per due mesi.

Che cosa avverrà se dopo tale scadenza non si sarà raggiunto un accordo?

Il termine verrà prorogato indefinitamente.

Né gli americani potranno considerarsi autorizzati a una ripresa dei bombardamenti, peraltro improbabile.

Lo Stretto di Hormuz, in teoria, dovrebbe essere riaperto, ma l’adempimento di questa clausola dell’asserito “accordo” è rimesso alla discrezione dell’Iran.

Che può pretendere un “pedaggio” – cioè in pratica un riscatto – o mantenere la chiusura.

L’unico sollievo è per i poveri marittimi rimasti imbottigliati nel Golfo Persico dal ventotto febbraio.

Costoro potranno finalmente riprendere il mare aperto.

Gli armatori si guarderanno però bene dal rimandare le loro navi nella “bocca del lupo”.

Se lo Stretto rimane chiuso – come è molto probabile – l’America non potrà comunque riprendere i bombardamenti, essendosi impegnata a cessarli definitivamente.

Perché, d’altronde, l’Iran dovrebbe permettere la ripresa della navigazione?

I suoi dirigenti, che hanno già assunto la guida dell’Islam radicale, vedono profilarsi una occasione eccellente per rafforzare tale ruolo.

Destabilizzando l’Europa occidentale.

Israele mantiene mano libera in Libano, non essendo parte dell’asserito “accordo”.

Ciò offre però all’Iran il pretesto per non adempiere a quanto esso stabilisce.

Netanyahu è l’altro soggetto che esce vincente dalla vicenda.

In quanto Israele estende il proprio confine militare fino alla sponda occidentale del Golfo Persico.

Le monarchie del petrolio sono invece rovinate, venendo declassate da “paradisi fiscali” e luoghi di delizie, tanto gastronomiche quanto sessuali, in altrettante trincee poste sulla prima linea del conflitto che contrappone il Nord e il Sud del mondo; da una parte gli israeliani e i cristiani, dall’altra i musulmani.

Alla testa dei nostri nuovi crociati si pone – novello Goffredo di Buglione – il generale Vannacci.

Il quale, a differenza del suo collega Bellacicco, non ha mai combattuto.

Neanche in una “drôle de guerre”.

Il che tuttavia gli conferisce una fama di invincibilità.

Di questo argomento, però, parleremo domani.

Mario Castellano