La notizia del giorno (22 maggio) riguarda il ritorno dell’Iran allo stesso livello di produzione degli armamenti cui era arrivato nel momento in cui è scoppiata la guerra.

Ciò affretta la scelta di Trump tra una ripresa delle ostilità, necessaria per impedire che il nemico divenga troppo potente, e un prolungamento della tregua, giustificato con la necessità di proseguire le trattative.

Dalle quali non sembra però sortire alcun risultato concreto.

Si tratta in realtà della classica “Alternativa del Diavolo”, in quanto, in ogni caso, lo Stretto di Hormuz rimane chiuso.

Alcuni armatori si sono piegati al ricatto delle autorità di Teheran, pagando un “pedaggio” – che in realtà è un riscatto – per liberare le loro navi dalla detenzione in cui si erano trovate, venendo imbottigliate nel Golfo Persico.

Questa decisione è stata presa dai proprietari – presumibilmente con il consenso dei rispettivi governi – non tanto in funzione del guadagno derivante dalla vendita del carico, quanto piuttosto per disporre nuovamente delle loro imbarcazioni.

Che però si guarderanno bene dal rimettere nella trappola.

Altri, o perché non dispongono del denaro necessario, o perché i natanti sono delle cosiddette “carrette” che non vale la pena riscattare, li abbandonano nei porti delle ex “Monarchie del Petrolio”.

Trasformate ormai in altrettanti avamposti situati sulla prima linea di un fronte di guerra.

Da cui sono fuggiti tutti i ristoratori, i “brasseurs d’affaires” e le prostitute di alto bordo.

Esattamente come era avvenuto a Beirut quando la “Svizzera del Medio Oriente” precipitò nella guerra civile.

Ci si domanda dunque perché Trump abbia deciso di scatenare la guerra, dal momento che la situazione strategica dell’Occidente è peggiorata.

Portando l’Europa sull’orlo di una crisi energetica che può gettarla da un momento all’altro nella miseria.

La risposta non può essere espressa, per prudenza diplomatica, né dai nostri governi né dai mezzi di informazione.

Che praticano sempre più l’autocensura.

A Trump, almeno nell’immediato, conviene la rovina dell’Europa occidentale.

Se così non fosse, non scatenerebbe – proprio nel momento in cui sta per mancarci il combustibile – una guerra commerciale che può essere considerata come un Piano Marshall alla rovescia.

Quello lanciato nell’immediato dopoguerra aveva infatti come obiettivo la ricostruzione dell’Europa, mentre l’attuale si propone la sua distruzione.

Nell’immediato, il progetto di Trump può convenire all’America, dato che elimina un concorrente.

Canalizzando inoltre il suo prevedibile risentimento contro un nemico esterno, che ha tutte le caratteristiche necessarie per essere demonizzato, cioè il regime dell’Iran.

Presentato da molto tempo dalla propaganda come il nuovo “Impero del Male”.

Nel lungo periodo, gli effetti del piano concepito da Trump possono invece risultare pericolosi per l’America, intesa quale capofila dell’Occidente.

Un’Europa immiserita, in preda a convulsioni sociali che possono sfociare prima o poi nella destabilizzazione politica, potrebbe venire sottomessa dalle potenze rivali degli Stati Uniti.

Se la Cina è lontana, la Russia è viceversa vicina e l’Islam è già insediato tra noi con decine di milioni di seguaci.

Che potrebbero “impazzire” tutti quanti insieme, come il loro correligionario di Modena, gettandoci nella guerra civile.

Trump non è certamente un esperto del nostro continente, ma annovera molti esperti tra i propri consiglieri.

I quali probabilmente gli hanno suggerito di praticare nei nostri riguardi una sorta di “terapia di choc”, con lo scopo di provocare il ricambio di una classe dirigente ormai esaurita e non più all’altezza della situazione.

In questa prospettiva si inquadra l’avvento del nuovo Papa.

Non solo e non tanto perché si tratta di uno statunitense.

Quanto piuttosto perché già dimostra di voler riunire intorno a sé una nuova generazione di intellettuali.

Quelli chiamati da Bergoglio per disegnare l’economia “a crescita zero” erano tendenzialmente favorevoli al “Terzo Mondo”, se non addirittura provenienti dai Paesi che gli appartengono.

Ora Prevost non chiama a raccolta gli economisti, quanto piuttosto i filosofi.

Lunedì, in occasione della presentazione della sua prima Enciclica, si svolgerà in Vaticano un convegno di studi che si annuncia molto interessante, tanto per la scelta degli espositori quanto per i temi trattati.

Un anticipo dei contenuti del documento che leggeremo tra poche ore è comunque venuto con il discorso alla Sapienza.

Probabilmente destinato a tracciare il programma del Pontificato.

Abbiamo già rilevato come il Papa abbia ripreso l’analisi di Marx sull’alienazione del lavoro nella società capitalista.

Nessuno, nella nostra cosiddetta “sinistra”, pare però essersene accorto.

Gli “intellettuali” di tale parte politica annidati nelle redazioni di Roma, e fruitori di lauti stipendi, sono infatti troppo impegnati nella loro propaganda antisemita.

Quelli di Imperia non possono perdere il loro tempo in simili quisquilie, dovendo pensare a questioni ben più importanti.

In primo luogo all’importazione di selvaggina.

È stata infatti lanciata nei giorni scorsi una “campagna di opinione” volta a promuovere l’amicizia tra l’uomo e il cinghiale.

Un tempo ci si preoccupava dell’amicizia con la Jugoslavia, ma ora si va diritti allo scopo.

Naturalmente commerciale.

Se il Papa si preoccupa di rivalutare, e di salvare, quanto vi è di valido in un pensiero politico a lungo ostracizzato nella Chiesa, non lo fa soltanto in una prospettiva “ecumenica”, bensì perché considera la comunità dei credenti a lui affidata come una nuova Arca di Noè, incaricata di preservare, proteggendolo sotto il suo manto, tutto quanto può e deve essere salvato della cultura e dell’identità occidentale.

Gli Stati, per non parlare dei soggetti politici, non sono più in grado di svolgere questa funzione.

Quanto all’individuazione delle energie intellettuali disponibili a partecipare a questo progetto, ricordiamo come il pubblico ammesso alla conferenza pronunciata a Roma da Thiel, cioè dal massimo “maître à penser” della nuova tendenza maturata in ambito cristiano, sia stato selezionato in anticipo dai promotori.

Secondo un criterio manifestamente “iniziatico”.

Il Vaticano si è mantenuto formalmente estraneo all’iniziativa, ma il soggetto organizzatore era indubbiamente cattolico.

Intanto, i seguaci di monsignor Lefebvre annunciano la consumazione definitiva del loro scisma per il primo luglio e respingono sdegnosamente l’ultimo disperato tentativo di mediazione.

Nel quale il Papa non si è impegnato, conoscendo in anticipo la risposta.

Anche la “Chiesa” tradizionalista, come spiega il numero speciale del suo bollettino diffuso per l’occasione, si considera un’Arca di Noè.

Su cui si imbarcano molte derrate.

I tradizionalisti dispongono infatti notoriamente di risorse economiche cospicue: per informazioni, rivolgersi a don Francesco Giordano.

Costoro però non intendono imbarcare, contrariamente a quanto fece il Patriarca, gli animali.

Per cui ci domandiamo che cosa rimarrà loro quando sarà passato il Diluvio.

Noi scegliamo dunque l’Arca guidata dal Papa.

Se a bordo c’è posto perfino per i marxisti, ce ne sarà a maggior ragione per noi “modernisti”.

Mario Castellano