L’ascolto del comizio conclusivo della campagna elettorale della Destra in vista del voto in Sardegna suscita diverse sconsolanti considerazioni.

In primo luogo, la Meloni, che ha eseguito dal palco anche alcune gustose imitazioni cabarettistiche dei “Radical Chic”, accompagnate (come supponiamo, in mancanza del video) da una mimica degna del Duce, considera ormai assicurata una propria lunga permanenza al potere.

Questa certezza è fondata soprattutto sull’assoluta mancanza di statura politica dimostrata tanto dai suoi alleati quanto dai suoi competitori.

Tajani è ormai rassegnato ad un ruolo meramente decorativo: l’uomo è di origine liberale (appartiene anzi alla superstite schiera dei Monarchici) e - alla stregua dei suoi predecessori aderenti al regime fascista - risulta animato solo dall’istinto di sopravvivenza.

Nelle grandi famiglie vi è sempre un parente poco intelligente, ma di bella presenza, che viene inviato alle riunioni del Rotary ed ai funerali dei conoscenti: nell’un caso con la raccomandazione di stare zitto, nell’altro di limitarsi a porgere le condoglianze.

Questi personaggi sono però esclusi dalle decisioni, e lo stesso accade ai Ministri: ogni Dicastero ha infatti una sorta di doppione a Palazzo Chigi, ove siede la misteriosa “Cabina di Regia”.

Ai componenti del Gabinetto spettano le scelte irrilevanti, così come il ruolo di portavoce per quanto la Meloni non ritiene di dover comunicare personalmente.

Come è invece avvenuto per la scelta del candidato a “Governatore” della Sardegna.

Del quale la Presidente del Consiglio ha tracciato un ritratto molto lusinghiero, non basato su meriti culturali, bensì sul fatto di essere tra coloro che al tempo del Fascio si definivano gli “Antemarcia”.

Si tratta infatti di un meloniano della prima ora, che per dedicarsi alla Causa ha trascurato tutto il resto: dagli studi al lavoro, e forse anche la stessa vita privata.

Come facevano i Templari: i quali non ricevevano l’Ordinazione, ma pronunziavano ugualmente i Voti Solenni.

Salvini si è esibito in un discorso adulatorio della Meloni, tanto più intenso ed appassionato – almeno nelle apparenze – quanto più stridente con l’antefatto consumato per l’appunto a Cagliari: dove il suo fedelissimo ha dovuto rinunziare a ricandidarsi per fare posto ad un Fratello della Presidente del Consiglio.

Segno, questo, dell’avvento di una logica totalitaria: le decisioni del Capo - o della Capa - devono essere non soltanto accettatati, ma anche acclamate, con tanto maggiore apparente entusiasmo quanto più comportano sacrificio e rinunzia.

Nel caso di Salvini, si tratta della rinunzia a contare qualcosa.

Della Todde, la Meloni ha citato soltanto la risposta lapidaria data ad un giornalista che le domandava perché i Sardi avrebbero dovuto votarla: nel nome dell’Antifascismo, ha sentenziato la seguace di Grillo.

Malgrado il suo Partito non possa vantare nemmeno la più remota ascendenza antifascista.

Prima di valutare che cosa significhi questo atteggiamento per la candidata, vale la pena ricordare che la Schlein - pur di imporla ai propri seguaci - ha vietato ai Democratici sardi di svolgere le primarie.

Segno che nel suo Partito esiste soltanto il diritto di essere d’accordo.

Quando invece si corre il rischio di un dissenso, si obbligano gli iscritti a tacere.

O ad emigrare altrove, nella fattispecie verso Soru.

Il quale arriverà terzo, ma potrebbe comunque impedire la vittoria della concorrente “pentastellata”.

Veniamo però al significato della risposta della Todde.

Da una sarda ci saremmo aspettati che rispondesse di difendere l’Autonomia.

Questa risposta – essendo la più scontata – non le avrebbe forse fatto vincere le elezioni, ma avrebbe quanto meno conferito un significato alla sua candidatura.

Ormai tutte le persone di buon senso capiscono due cose.

La prima è che la Meloni non rappresenta nessuna riedizione del Fascismo, ma esprime una nuova e diversa ispirazione: anch’essa indubbiamente totalitaria, ma contro la quale non serve a nulla rispolverare il vecchio armamentario ideologico.

Anzi perfino quello folcloristico: la Todde ha addirittura intonato “Bella Ciao”.

Come tempo gli attori più mediocri, per garantirsi l’applauso, cantavano l’Inno Nazionale.

Fece ricorso a quello partigiano anche la sua correligionaria Raggi, confortando il quasi centenario Smuraglia: il quale si affrettò a rilasciarle una patente di “Antifascismo”.

Che – come in altri tempi una medaglia di Cavaliere della Corona d’Italia ed un sigaro toscano – non si nega a nessuno: parola di Vittorio Emanuele II.

Si dal caso che la “Sindaca” dovesse le sue fortune politiche a Previti: uomo tanto coerente da considerare l’epiteto “antifascista” alla stregua di un insulto.

La seconda verità che la Todde dimostra di ignorare – ci domandiamo se questa Signora legge almeno i giornali – riguarda il fatto che oggi lo scontro avviene tra le identità.

Se c’è un popolo che possiede – per suo merito e per sua fortuna – una identità forte, è proprio quello della Sardegna.

Il quale può quanto meno – in tempi di centralismo – difendere la propria Autonomia.

Che molti considerano uno strumento utile per esercitare un giorno l’Autodeterminazione.

La Todde sceglie invece – segno di poca intelligenza e di scarsa cultura politica – di combattere la Meloni sul terreno in cui la Presidente del Consiglio è più forte.

Se infatti è vero che in Italia le identità regionali hanno radici più profonde di quella nazionale, e se la concezione della storia su cui si fonda il potere della Meloni è frutto di una mistificazione, la Signora della Garbatella può comunque fare uso di tutto l’armamentario della cultura ufficiale.

Tajani ha ricordato la Brigata Sassari: i cui meriti risultano indiscutibili, come però è altrettanto indiscutibile l’ingratitudine sempre dimostrata dall’Italia nei riguardi dei Sardi.

È possibile che una sua corregionale non abbia meditato sull’eredità ideale di un uomo come Emilio Lussu?

Il quale fu coerentemente un interventista ed un antifascista, ma soprattutto un sardista.

C’è chi dice che la Todde sia in testa nei sondaggi.

Noi ci auguriamo naturalmente che vinca: non per suo merito, bensì perché la gente sente un forte bisogno di opposizione.

Se però così fosse, la Meloni può comunque compiere la cosiddetta “mossa del cavallo”, ricorrendo ad una diminuzione di fatto delle competenze attribuite alle Regioni: anche a quelle a Statuto Speciale.

Ricordiamoci quanto venne tentato da Renzi, malgrado il centralismo del “Rottamatore” fosse concepito soltanto in funzione del suo potere personale.

Ben più temibile risulta quello della Meloni, essendo basato su di una concezione della Storia d’Italia.

L’ex Sindaco di Firenze aveva proposto un taglio lineare delle competenze delle Regioni: passando sopra, sul piano politico, al riconoscimento delle particolarità di alcune di esse, come per l’appunto la Sardegna; e passando sopra, sul piano giuridico, agli stessi nostri obblighi internazionali.

Nessuno, però, si oppose alla sua proposta nel nome delle Autonomie.

In Spagna, si è invece giocata – e si è vinta – proprio su questo tema una partita nazionale.

Salvando la democrazia dal centralismo e dalla Reazione.

In Italia, a causa dell’insipienza dell’Opposizione, questa battaglia è invece perduta.

Malgrado la Schlein abbia la cittadinanza della Svizzera, divisa in Cantoni; della Germania, che è una Repubblica Federale, e degli Stati Uniti, che compongono anch’essi una Federazione.

Se questa Signora non conosce la storia dei suoi Paesi di origine, come può conoscere quella dell’Italia?

Mario Castellano