Abbiamo ascoltato su Radio Radicale il Congresso Fondativo del Partito del Generale Vannacci.
Che ci ha ricordato i congressi provinciali della Democrazia Cristiana degli anni Sessanta e Settanta.
Nei quali veniva recitato un copione che prevedeva, al mattino, i discorsi, pronunciati davanti a una platea gremita e plaudente, dei massimi dirigenti.
Ciascuno dei quali ambiva a salire alla tribuna per ultimo.
Il motivo consisteva nella possibilità di prevalere in una sorta di “gioco al rialzo”.
Il primo oratore affermava infatti, tra le ovazioni degli amministratori rurali, che i comunisti uccidevano i bambini.
Il secondo, per distinguersi maggiormente, diceva che i comunisti, dopo avere ucciso i bambini, li mangiavano.
Il terzo proclamava a sua volta che i comunisti, prima di uccidere i bambini e di mangiarli, li violentavano.
E così via, per un totale di quattro o cinque interventi.
Dopo il pranzo, la sala ormai deserta veniva intrattenuta – “ars gratia artis” – dal sindaco di Aurigo o da un assessore di Mendatica, i quali esibivano penosamente davanti alle sedie vuote la loro scarsa dimestichezza con la lingua italiana.
Vannacci, invece, offre generosamente la platea agli sproloqui di tutti i Carneadi della nostra profonda provincia.
I quali però si limitano anch’essi a delle variazioni sul tema.
Che è costituito dal dilagare della criminalità, causata dall’immigrazione.
Cui farà immancabilmente seguito l’islamizzazione.
Oriana Fallaci sarebbe orgogliosa di tale e tanta adesione alle sue tesi.
I più applauditi – come immaginiamo, disponendo solamente dell’audio – con altrettante “standing ovation” lamentano l’ingiustizia dei magistrati, pronti a condannare chi sia incorso nell’eccesso di legittima difesa facendo secco qualche malfattore di origine magrebina o balcanica, ovvero abbia subito la perdita, per mano di simili delinquenti, di qualche familiare.
Di qui la conclusione, unanime e obbligata, della necessità di inasprire le pene.
Per il resto, abbiamo udito una lunga citazione di Filippo Tommaso Marinetti, campione indiscusso dell’estetica letteraria del Regime Fascista.
Il quale incitava all’azione violenta, senza però chiarire a quali fini fosse indirizzata.
Un altro oratore esaltava la preparazione fisica della gioventù.
Anche questo era stato un “topos” della propaganda del Fascismo.
Il fine della frequentazione di arene e palestre era allora la necessità di prepararsi alla guerra tra gli Stati, ed è oggi quella di predisporsi alla guerra civile.
La quale – uditi i discorsi riversati sulla platea – appare inevitabile.
Ci auguriamo naturalmente che tale previsione risulti errata e che i ludi in onore del Generale si risolvano – come avveniva per i congressi del Movimento Sociale, di cui si replica il clima e l’intonazione – in una sorta di masturbazione in vista di un coito mancato.
Se Berlusconi aveva sdoganato i neofascisti, e se costoro di conseguenza hanno finito per installarsi al Governo, si sentiva la mancanza della tappa conclusiva di tale “descensus Averni”, consistente nella restaurazione del Regime di Mussolini nelle sue forme storiche.
Il Movimento Sociale si divideva – e la dialettica tra queste due anime degenerava a volte nello scontro fisico tra “camerati” – tra il perbenismo di Michelini e l’estremismo “nostalgico” di Almirante.
Giunto alla guida del Partito, costui si convertì però al cosiddetto “doppiopetto” e, di conseguenza, Rauti assunse la guida dei “puri e duri”.
I quali, visto che la Meloni accetta tutti i moduli della destra cosiddetta “per bene”, si sono fatti un partito.
Quale sia la funzione cui aspira il Generale – omaggiato da una platea che scandisce il suo nome, ricordando il tradizionale “Duce, Duce!” – non possiamo ancora prevederlo.
Può essere che Vannacci voglia inserirsi nella coalizione di governo, la quale può sperare di vincere le prossime elezioni soltanto se sarà disposta a imbarcarlo, pagando il prezzo che ciò comporta.
Può essere viceversa che il Generale punti su una degenerazione della situazione sociale e, di conseguenza, su gravi perturbazioni dell’ordine pubblico.
Nel qual caso, l’alto ufficiale – che conta nel suo seguito numerosi esponenti delle Forze Armate e delle Forze di Polizia – si proponga invece di agire nelle piazze.
Instaurando con la Meloni e con il suo Governo un rapporto al contempo di collaborazione e di concorrenza.
La Signora della Garbatella potrebbe infatti aver bisogno di una specie di “CasaPound” in formato nazionale.
Non insediata cioè soltanto nelle borgate di Roma, ma diffusa su tutto il territorio italiano.
Si deve tenere d’occhio, a nostro avviso, la trasmigrazione verso il nuovo partito non tanto dei Fratelli della Meloni, pochi dei quali hanno cambiato casacca, quanto piuttosto dei leghisti.
Se andassimo a vedere chi sono i seguaci di Bossi passati con Vannacci, constateremmo probabilmente che si tratta per lo più di fautori del separatismo e di componenti dell’esercito privato denominato “Guardie Padane”.
Di cui ritorniamo a domandarci se fosse effettivamente armato.
L’azione penale promossa dal dottor Papalia venne fermata promulgando un’amnistia “ad personam”.
Il che risulta di dubbia legittimità costituzionale, mancando il requisito della generalità proprio degli atti legislativi e, in modo particolare, delle amnistie.
Non venne dunque mai chiarito in sede di giudizio penale se le decine di migliaia di fucili vantati pubblicamente da Bossi fossero una millanteria o una realtà.
Nell’unico caso in cui la polizia giudiziaria poté procedere a una perquisizione, si scoprì che le Guardie Padane disponevano perfino di pezzi di artiglieria.
Che non possono essere considerati “armi da caccia” alla stregua delle doppiette.
Il Generale potrebbe rivelarsi meno prudente del Tribuno di Gemonio.
I separatisti lasciarono alla spicciolata il partito quando Bossi abbandonò la rivendicazione della secessione.
Ora sono precisamente costoro che riprendono l’impegno politico al seguito di Vannacci.
In provincia di Imperia cessò di militare nella Lega, dopo molti anni di conclamata appartenenza, un personaggio a noi ben noto che si distingueva per predisporre le “liste di proscrizione” dei “terroni” in vista della “pulizia etnica”.
Che cosa c’è in comune tra i fautori della “Padania” e un nazionalista che si riempie la bocca parlando della “Nazione”, naturalmente italiana?
La risposta la si trova proprio nei versi di Marinetti.
Occorre passare all’azione violenta e regolare i conti con i nemici.
Poi si penserà al pretesto “ideologico”.
Tanto più che gli immigrati vengono usati per sostituire i “terroni” nel ruolo del nemico.
La situazione può degenerare nella violenza, offrendo nuove occasioni a chi non ha mai rinunciato a praticarla.
La Schlein, intanto, si riunisce, al ristorante anziché in piazza, con Conte, Bonelli e Fratoianni.
Asserendo che si tratta della fondazione del “Campo Largo”.
Il sedicente “Avvocato del Popolo” corregge però la Signora elvetico-germanico-statunitense, avvisando che c’erano già state precedenti riunioni conviviali, tenute però riservate.
Non si capisce perché, da una parte, venga escluso “a priori” Renzi e, dall’altra, si qualifichi come “larga” un’alleanza che non lo comprende.
E che anzi rifiuta per principio ogni confronto programmatico con il “Rottamatore”.
Se l’obiettivo consiste nel vincere le elezioni, si deve aprire l’alleanza a chiunque sia disposto ad aderirvi.
Un’eventuale esclusione essendo giustificata soltanto dal mancato accordo su un programma comune.
Come si può però dichiarare che ciò risulta impossibile quando addirittura si rifiuta di aprire un confronto?
In realtà, il rifiuto di ogni apertura verso il centro non è causato da una divergenza sugli obiettivi, necessariamente riformistici, quanto piuttosto da un dissenso inconciliabile sul metodo.
Il nuovo “Campo”, sedicente “Largo”, si propone di intraprendere una “marcia verso il popolo”.
Rivolgendosi alla piazza.
Il “movimentismo”, per risultare credibile, ha bisogno del movimento ma soprattutto di gente disposta, per l’appunto, a muoversi.
La “sinistra” ha però perso per strada tutte queste persone da quando i militanti si sono stancati di marciare per fare assumere la figlia di Berlinguer alla RAI.
Salvo poi vederla passare con Berlusconi.
Questi comportamenti si possono capire da parte di un padre di famiglia che deve portare a casa il pane quotidiano.
La signorina Berlinguer, oltre a possedere mezza Sardegna, non moriva certamente di fame facendo la direttrice di rete a viale Mazzini.
Il “movimento” è dunque destinato a rimanere fermo.
Salvo che si faccia prestare i “movimentisti” dai “Propal” e dai musulmani radicali.
In questo caso, però, che cosa dirà la Schlein a quei sindaci e governatori che sono stati eletti proprio avendo costituito coalizioni locali larghe e aperte, tanto verso il centro quanto soprattutto verso la cosiddetta “società civile”?
Bene ha fatto dunque la Picierno a dissociarsi da una simile deriva estremistica.
Che peraltro fa da “pendant” a quella del Generale.
Producendo personaggi come il candidato a sindaco di Venezia.
Il quale ha messo in lista ben otto estremisti islamici che reclamavano il suffragio dei cittadini “nel nome di Allah Onnipotente e Misericordioso”.
Una “sinistra” siffatta si condanna a rimanere in eterno all’opposizione.
Preservandosi naturalmente “pura e dura”.
Come è avvenuto in Liguria.
Dove Orlando, attenendosi al consiglio non certo disinteressato della professoressa Nattero, ha rifiutato addirittura di aprire un confronto programmatico con gli autonomisti.
Quanto poi al fatto che i “duri” siano sempre “puri”, ci sia consentito di esprimere qualche dubbio.
Avendo constatato che in tale categoria rientrano anche i “Granatini”.
Mario Castellano