Recensione Il libro segreto di CasaPound – Paolo Berizzi | Analisi e Commento
Paolo Berizzi
Il libro segreto di CasaPound
Fuori Scena Editore, 2025
203 pagine, 17 euro
Anche Alessandro Manzoni, per spiegare la redazione de I Promessi Sposi, racconta ai suoi lettori la storia del manoscritto ritrovato, che nel suo caso avrebbe tradotto dall’italiano del Seicento in quello moderno.
Questo espediente è tipico, in particolare, dei libri di profezie e, più in generale, di quelli che trattano materie oscure e arcane, avvolte nel mistero. Mistero che viene svelato, almeno in parte, dai loro autori.
Paolo Berizzi, giornalista de La Repubblica, dichiara invece di essere stato avvicinato da un misterioso interlocutore, il quale — qualificandosi come una sorta di “pentito”, o aspirante tale, dell’estremismo di destra — gli avrebbe raccontato, per l’appunto, i “segreti” di CasaPound.
L’anonimato viene giustificato con il timore di sanzioni corporali, inflitte agli adepti di questo raggruppamento anche per minime infrazioni. Figurarsi dunque che cosa potrebbe accadere a chi spiattella un’enorme quantità di pettegolezzi, mettendo in piazza tutti i vizi, i peccati, le trasgressioni, le manie e le rivalità dei dirigenti delle “Tartarughe”.
Risultando il confidente di Berizzi facilmente identificabile, data l’abbondanza di particolari autobiografici che lascia trapelare, ci si aspetterebbe una sua immediata eliminazione. Poiché però, a quanto pare, l’uomo è vivo e vegeto, è verosimile che le confidenze comunicate a un giornalista di opposta fede politica si inquadrino nella strategia del gruppo cui egli appartiene.
I motivi del suo dissenso non paiono peraltro chiari e sarebbero da addebitare — più che a un’evoluzione ideologica — a una sorta di “spleen” o di “tedium vitae”. Si tratta di sentimenti inusuali e poco credibili in chi è portato, viceversa, al chiaroscuro e alle scelte più settarie: quelle che spingono non già a partecipare a una guerra civile decisa da altri, bensì addirittura a provocarla, costituendo un simile conflitto la conditio sine qua non per realizzare i propri obiettivi, naturalmente massimalistici.
Ciò spiega il motivo per cui CasaPound e la Meloni — pur condividendo, secondo questa lettura, alcuni obiettivi — avrebbero preso strade diverse. La pratica di governo è infatti, per sua natura, gradualistica, mentre i rivoluzionari — che rifiutano per principio di agire nell’ambito delle istituzioni e delle regole vigenti — si propongono di abbattere il sistema per poi costruire sulle sue rovine un “Ordine Nuovo”.
I “fascisti del terzo millennio” — come si definiscono le “Tartarughe” — vivono nell’attesa dell’occasione rivoluzionaria. Se e quando essa verrà, non è tuttavia detto che con Fratelli d’Italia si giunga a una resa dei conti. Può darsi, invece, che le due diverse strategie tornino a coincidere e che i cammini divergenti finiscano per convergere.
La Meloni e i suoi seguaci non avrebbero affatto tradito — a giudizio del misterioso confidente — la causa comune, che non consisterebbe nella restaurazione del fascismo nelle sue forme storiche, bensì, da una parte, nel trasformare in senso autoritario lo Stato e, dall’altra, nell’affermare l’egemonia di una cultura tradizionalista, destinata a costituire la nuova ideologia ufficiale.
Questo obiettivo corrisponderebbe al progetto su cui lavora da sempre l’intera galassia dell’estrema destra italiana, nella quale è in atto, fin dall’immediato dopoguerra, un continuo movimento molecolare, contraddistinto da entrate e uscite dai vari gruppi, continuamente costituiti e ricostituiti, sciolti e rifondati. I loro promotori si trovano, a seconda dei momenti, in compagnia o in opposizione ai propri “camerati”, con cui giungono a nutrire non solo reciproca antipatia, ma talvolta persino odio profondo.
Anche le alleanze internazionali risultano volubili. Vi sono, per esempio, simpatizzanti della Russia e sostenitori dell’Ucraina, alcuni dei quali — arruolatisi nei contrapposti eserciti — arrivano a spararsi a vicenda. Così come vi sono stati filoarabi e filoisraeliani. C’è chi, ricordando il fascismo, detesta gli americani e, più in generale, gli occidentali, rei di aver abbattuto il regime di Mussolini, mentre altri si alleano con loro nella difesa dell’Occidente.
Vale dunque, per questa parte politica, il principio — riferito agli Stati — secondo cui non esistono amici permanenti né nemici permanenti, ma soltanto interessi permanenti. Naturalmente, il successo — e dunque la possibilità di realizzarli — dipende dalla capacità di individuare gli alleati giusti. In questo momento, chi sceglie l’Occidente e ne afferma l’identità dimostrerebbe di aver colto lo Zeitgeist.
Un misterioso interlocutore, ripetendo in piccolo l’operazione compiuta con Berizzi dal sedicente “pentito” di CasaPound e rinnovando una prassi già seguita in precedenza, ci ha fatto pervenire — simulando una casualità — il libro, evidentemente gradendo e implicitamente sollecitando una recensione. Soprattutto per conoscere il nostro pensiero al riguardo.
Costui voleva però anche far giungere un messaggio. Siamo grati per entrambe le intenzioni. Da una parte redigiamo volentieri la recensione; dall’altra rassicuriamo l’anonimo donatore di aver compreso il suo messaggio, riferito essenzialmente, da un lato, all’attuale schieramento internazionale di CasaPound e, dall’altro, alle sue prospettive politiche.
Nella narrazione riportata da Berizzi si rileva una contraddizione evidente. Se il gruppo dirigente di CasaPound fosse davvero composto da personaggi balordi — o quanto meno irregolari e caratteriali — non si comprenderebbe perché l’Alleanza Atlantica avrebbe scelto proprio questo gruppo come vivaio destinato a selezionare individui chiamati a comporre, con funzioni di primo piano, un’organizzazione paramilitare simile alla vecchia “Gladio”, riconosciuta formalmente dalla NATO e incaricata della preparazione di soggetti eventualmente chiamati a combattere.
Secondo questa ricostruzione, tali persone svolgerebbero già un ruolo operativo in Ucraina e in altre zone dell’Europa orientale, come i Paesi Baltici, prossime alla linea del confronto con la Russia.
CasaPound — per chi sappia leggere il libro, neppure troppo tra le righe — manderebbe un messaggio che si può riassumere così: “Vi domandate come possiamo occupare uno stabile del Demanio dello Stato e usarlo indisturbati per decenni come base operativa, senza che neppure governi di sinistra intervengano? Il motivo è semplice: non si tratta tanto di una ricompensa quanto di un appoggio e di un riconoscimento per l’azione svolta nell’ambito delle alleanze internazionali dell’Italia”.
Se abbiamo compreso correttamente il messaggio — probabilmente non colto da Berizzi, che si è limitato a riportarlo — il rapporto tra la Meloni e CasaPound non sarebbe di reciproca estraneità o di “non belligeranza”, bensì una relazione biunivoca, nella quale tuttavia il ruolo di dominus verrebbe attribuito alle “Tartarughe”.
Alla Presidente del Consiglio spetterebbe invece una funzione prevalentemente rappresentativa, o quantomeno limitata alla gestione degli affari correnti. Le decisioni decisive verrebbero attribuite a CasaPound nel momento in cui un conflitto internazionale imponesse di affrontare i cosiddetti nemici interni, garantendo la sicurezza dell’Italia quale retrovia dell’Occidente.
Qui riaffiora il parallelo con la “Gladio”, che tuttavia non entrò mai in funzione poiché la Guerra Fredda non si trasformò in Guerra Calda. Qualora una simile situazione si verificasse, CasaPound svolgerebbe la funzione per la quale sarebbe stata designata, sostenuta e finanziata da referenti stranieri. Funzione che, in tale scenario, risulterebbe prevalente rispetto a quella del governo.
Un altro soggetto di cui le “Tartarughe” costituirebbero l’interfaccia sarebbe un’associazione culturale che fungerebbe da think tank della propria area politica, intesa in senso lato, nonché da anello di congiunzione con ambienti del tradizionalismo religioso occidentale.
In questo ambito verrebbero elaborate le idee-guida destinate, nelle intenzioni dei promotori, a conformare il nuovo sistema politico. Qui la distanza con la Meloni apparirebbe più evidente, poiché la Presidente del Consiglio deve rendere omaggio formale alla cultura liberaldemocratica, mentre le “idee forti” resterebbero per ora confinate in ambiti più riservati, dove avverrebbe la formazione politica di una nuova generazione, destinata a combattere e a sostituire l’attuale classe dirigente.
Che si tratti di intenzioni, progetti, velleità o di un disegno concreto destinato a realizzarsi nel prossimo futuro, lo diranno gli eventi. Per ora, recepiamo il messaggio e ne diamo puntuale riscontro.