Rogoredo: indagini sull’uccisione e nuove ipotesi investigative
Le indagini della Magistratura sull’uccisione, a Rogoredo, di un marocchino spacciatore di droga stanno rivelando una verità che – qualora venga confermata in sede di giudizio – risulta completamente diversa da quella accreditata in un primo momento.
Secondo quest’ultima, l’Agente di Polizia autore dell’uccisione avrebbe agito in stato putativo di legittima difesa, in quanto il “pusher” lo stava minacciando con una pistola, rivelatasi in seguito una cosiddetta “scacciacani”, che però non poteva naturalmente essere riconosciuta come tale.
Una prima crepa nella versione fornita dall’Agente e dai suoi colleghi era stata aperta dai risultati dell’autopsia, secondo i quali la vittima era stata colpita alla tempia, mentre – qualora il poliziotto fosse stato effettivamente minacciato – la pallottola avrebbe colpito la vittima di fronte.
L’Avvocato difensore, a questo punto, ha tentato di confermare la prima versione dell’episodio in modo molto maldestro, asserendo che il proiettile sarebbe stato deviato dopo aver colpito un albero. Una deviazione di novanta gradi risulta però impossibile e, comunque, sarebbe stata smentita dalla perizia balistica.
Ecco dunque prendere corpo una narrazione dei fatti secondo cui l’Agente avrebbe ucciso lo spacciatore perché non gli aveva pagato quanto preteso per chiudere entrambi gli occhi sul suo commercio illegale.
La Direzione Investigativa Antimafia ha recentemente arrestato alcuni colleghi dell’uccisore di Rogoredo, i quali – in una delle tante cosiddette “piazze della droga” della periferia di Roma – venivano pagati da una banda di spacciatori per arrestare soltanto i loro rivali.
Ora sembra crollare la versione propalata dall’agente di Rogoredo – supportata in un primo momento dai suoi colleghi, i quali avrebbero ritrattato davanti al Magistrato inquirente, una volta constatato che venivano smentiti dalle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza. La loro complicità era giunta al punto di mettere la pistola a salve accanto al corpo dell’ucciso, trascurando anche di chiamare l’ambulanza.
Il Ministero, posto dinanzi all’evidenza, “scarica” il responsabile, asserendo che “nessuno è al di sopra della legge”.
Quanto ai simpatizzanti del marocchino, intravedendo l’occasione per dare addosso alla Polizia e per difendere chi comunque sia dedito a delinquere, lo dipingono come una sorta di “re dei galantuomini”, che naturalmente odiava la violenza.
Se non si arriva all’esaltazione di questo personaggio, si tratta quanto meno di un ritratto edulcorato, volto a dipingere la Polizia – che comunque lo aveva già inquadrato quale delinquente professionale, peraltro già condannato in sede penale – come dedita a perseguitare gli innocenti.
Nulla, naturalmente, giustifica un omicidio, ma non è certo un galantuomo chi vive illegalmente in un Paese straniero e sceglie la professione del venditore di stupefacenti, facendo parte di un’organizzazione dedita a tale commercio, la quale risultava per giunta tanto potente da pagare la Polizia per avere mano libera sul mercato.
Se le cose stanno così, la situazione che ne emerge risulta ben peggiore di quella rivelata dalla prima versione dei fatti. Se infatti un malfattore fosse arrivato al punto di minacciare la Polizia, ciò avrebbe già di per sé testimoniato come certe zone delle nostre grandi città si trovino sotto il controllo totale della malavita, per giunta straniera, che non soltanto è dedita al crimine, ma lo giustifica anche come strumento mediante il quale afferma il proprio controllo sul territorio.
Se dunque Rogoredo fa parte del cosiddetto “Dar al Islam”, gli “infedeli” ne dovrebbero venire esclusi, ovvero ammessi soltanto qualora riconoscano tale situazione. Essi, infatti, vi possono accedere soltanto per acquistare la droga, con il che si raggiungono due ulteriori obiettivi.
In primo luogo, i “credenti” si arricchiscono, tanto individualmente quanto collettivamente, costituendo un’organizzazione criminale. In secondo luogo, gli “infedeli” vengono sempre più indeboliti, tanto per effetto della dipendenza dagli stupefacenti quanto perché devono riconoscere i musulmani estremisti come governo di uno “Stato nello Stato”.
Il “Dar al Islam” non soltanto esiste dunque de facto, ma chi non è musulmano viene costretto a rispettarne l’autorità e la legge.
Se l’Agente di Polizia avesse ucciso il marocchino ritenendosi minacciato, il suo sarebbe risultato un gesto di rivolta – sia pure estremo e inconsulto, giustificato soltanto da una situazione putativa di legittima difesa – di fronte a una situazione in cui i ruoli erano praticamente rovesciati rispetto alla norma: il malvivente rappresentava il potere costituito, e il tutore dell’ordine veniva invece considerato, in pratica, come un intruso, se non addirittura un trasgressore.
La nuova versione dei fatti trasforma invece il ruolo del poliziotto in quello di un ausiliario – e anzi di un parassita – del sistema di potere imposto dai criminali, i quali sarebbero anche musulmani estremisti.
Il confine tra la delinquenza comune e quella motivata dal fanatismo religioso appare, a questo punto, molto labile, come risultava già nel caso dell’omicidio della Spezia, dove un “islamista” ha ucciso un arabo cristiano, considerandolo un “rinnegato”.
L’omicida avrebbe potuto compiere il suo gesto nelle vie di uno dei quartieri islamici della città e dileguarsi contando sulle complicità offerte dall’ambiente. Il malfattore ha deciso invece di agire nell’edificio scolastico, con il fine di annettere anche quello al territorio che già costituisce il “Dar al Islam”. Poi, per evitare l’aggravante della premeditazione, ha asserito di avere agito in base al movente della gelosia.
Il messaggio diretto agli arabi cristiani, e con loro a tutti gli altri “infedeli”, è comunque già stato inviato e risulta chiarissimo.
Anche nel caso di Rogoredo, l’azione svolta dai mass media tende a mettere in una luce positiva chi, nella fattispecie, è stato vittima del reato.
Nessuno, in tutta l’Europa occidentale, si può considerare al riparo da queste situazioni. La Polizia deve evitare naturalmente di cadere nella violazione della legge, ma le altre Autorità devono parallelamente sostenerla quando adempie al compito di garantirne l’osservanza.
Assistiamo invece a manifestazioni di un’ingiustificata simpatia nei riguardi dell’estremismo islamico e di adesione incondizionata ai suoi obiettivi. Questo si manifesta nella presenza di certe Autorità – come il nostro “Sindaco-Presidente” – alle manifestazioni nelle quali si invoca la distruzione dello Stato di Israele, cui fa da contrappunto la tacita intesa con cui si tollera il controllo mafioso esercitato dagli islamisti sul nostro mercato ambulante e l’omissione di ogni tutela per quanti – non essendo né arabi né musulmani – cercano ancora di svolgervi la propria attività.
La nostra Polizia annonaria non è ancora arrivata al punto di supportare le pretese di una banda di malfattori – come è successo a Roma e come è probabilmente accaduto anche a Rogoredo – ma risulta indubbiamente disagevole operare in contraddizione con l’orientamento manifestato da chi si trova alla guida dell’Amministrazione comunale.
La storia della selvaggina dovrebbe ammonirci. Nel nome di una asserita reciproca convenienza – che risultava tale, in realtà, soltanto per la controparte jugoslava – si è finanziato sistematicamente per decenni uno Stato straniero ostile, che avrebbe rivelato in seguito il proprio vero volto praticando la “pulizia etnica” ai danni di altri popoli.
Contemporaneamente, gli veniva permesso di compiere impunemente una sistematica attività di spionaggio e di destabilizzazione ai danni dell’Italia, di cui Imperia era divenuta il centro.
Ora, però, i tempi sono cambiati. L’arresto di Hanoun dimostra che non solo le nostre Autorità sono tenute a rispettare i trattati sottoscritti dall’Italia, ma devono soprattutto tutelare la sicurezza nazionale.
Questo vale anche – in una situazione che purtroppo precipita verso la guerra – per tutti i cittadini, compresi i dirigenti della cosiddetta “sinistra”.