Non ci sono liberatori.
Ci sono soltanto uomini che si liberano.
Questa semplice verità viene spesso dimenticata, in quanto i popoli che aspirano alla loro emancipazione finiscono sovente per riporre le loro speranze – irrazionali e dunque infondate – nell’arrivo di un qualche “Deus ex machina” che giunga a risolvere i loro problemi.
Nell’America Latina, il culto dei “Libertadores”, detti anche i “Proceres”, è sempre vivissimo e anima l’identità tanto dei singoli Stati quanto della “Patria Grande”, che si compone di molte Repubbliche ma spiritualmente è una sola.
Il modo in cui questi Eroi conquistarono l’Indipendenza, trascinando dietro di sé le masse mediante un richiamo soprattutto emotivo, senza instaurare un rapporto autenticamente dialettico con il popolo, si riflesse nella vicenda storica successiva del Continente, che fu a lungo dominata dai “Caudillos”, uomini a volte carismatici che però si mettevano alla testa di una Provincia, di un Partito o di una fazione militare per tendere alla conquista di un potere sempre assoluto.
Il sentimento di identificazione nei “leaders” trova a volte un riscontro nella Fede e nella Religione.
Gli Israeliti attendono l’arrivo del Messia, i Cristiani il ritorno di Gesù Cristo ed i Musulmani Sciiti quello dell’Imam detto “Muntazar”, il quale – secondo le loro varie correnti – sarebbe il dodicesimo, il settimo od il quinto.
Queste fazioni si denominano dunque rispettivamente “Dodecimaniti”, “Settimaniti” o infine “Pentamaniti”.
Secondo la Tradizione, questo “Imam” nell’anno 873 sarebbe calato in una caverna situata a Samarra, da dove si attende che riemerga.
Il Presidente Ahmadinejad fece costruire a Teheran un viale che il “Muntazar” dovrebbe percorrere in occasione del suo ritorno.
Una delle porte di Gerusalemme, la “Porta d’Oro”, rimane sbarrata, in quanto dovrà attraversarla il Messia quando farà ingresso nella Città Santa.
La corrente politica del Sionismo venne inizialmente avversata da una parte degli Ebrei Ortodossi, in quanto la restaurazione dello Stato di Israele era un compito per l’appunto riservato al Messia.
I Padri Fondatori erano di conseguenza tutti quanti laici, non credenti o comunque non praticanti.
Poi è avvenuto anche in Israele un fenomeno che trova un parallelo proprio negli Stati Arabi, nonché in India.
I dirigenti di formazione socialista sono stati sostituiti da una nuova generazione di matrice viceversa religiosa.
Vi è di conseguenza chi identifica il Messia non tanto con una particolare figura storica, bensì con il Movimento Sionista nel suo insieme, che dovrebbe essere considerato il Messia avendo adempiuto all’opera che spettava a costui.
In realtà, il processo di emancipazione dei popoli non avviene in base a disegni millenaristici, bensì secondo i canoni della “realpolitik”.
I dirigenti che hanno condotto le loro rispettive Nazioni all’Indipendenza erano certamente motivati dall’aspirazione a trasformare in realtà l’utopia, ma utilizzavano in modo spregiudicato gli strumenti per l’appunto politici, giocando necessariamente di sponda con gli interessi delle Grandi Potenze.
L’esempio dell’Italia – o meglio del Piemonte – risulta a questo riguardo illuminante.
Cavour si alleò con la Francia contro l’Austria per acquisire la Lombardia, poi con l’Inghilterra per conquistare il Regno di Napoli.
I suoi successori si allearono in seguito con la Prussia contro l’Austria per annettere il Veneto, ed infine sempre con la Prussia contro la Francia per prendere Roma.
Seguì una lunga fase di stabilità dell’Europa Occidentale, cui pose fine l’attentato di Sarajevo.
L’Interventismo venne finanziato dalla Francia e dalla Gran Bretagna, cui conveniva aprire un altro fronte di guerra per dividere le forze degli Imperi Centrali.
Anche l’intero processo di decolonizzazione venne propiziato dall’Unione Sovietica per ridurre l’influenza delle Potenze Occidentali, fino a quando il suo crollo permise di realizzare un’analoga aspirazione espressa dai popoli assoggettati tanto al cosiddetto “Impero Esterno” quanto all’Impero “Interno”.
Spiazzando certa “Sinistra” occidentale, secondo cui gli Indiani avevano il diritto di staccarsi dall’Inghilterra e gli Algerini avevano il diritto di distaccarsi dalla Francia, ma gli Usbechi non avevano il diritto di staccarsi dalla Russia.
Nel caso della Sinistra imperiese, tale negazione riguardava i popoli assoggettati alla Serbia, ma in questo caso le motivazioni non erano ideologiche, quanto piuttosto commerciali.
Il primo Stato estero che riconobbe l’Indipendenza di Israele fu l’Unione Sovietica, che si adoperò anche affinché le Nazioni Unite votassero una risoluzione con cui si incoraggiava la costituzione dello Stato ebraico.
Poco dopo, l’orientamento del Cremlino ebbe un brusco mutamento, in quanto Mosca aveva trovato più conveniente patrocinare il Nazionalismo Arabo.
La guerra detta “dei Sei Giorni” fu vinta da Israele grazie alla supremazia militare che aveva nel frattempo acquisito, ma vi fu indubbiamente anche un appoggio da parte dell’Occidente, cui i regimi nazionalisti arabi si contrapponevano tanto sul piano ideologico quanto su quello degli interessi economici.
Questa situazione si sta ripetendo, dal momento che l’Iran non si limita a perseguire la distruzione dello Stato di Israele, ma patrocina anche un terrorismo rivolto precisamente contro l’America ed i suoi alleati.
A questo si aggiunge però un rovesciamento delle alleanze nel Medio Oriente.
I Sunniti temono l’espansione del regime teocratico dell’Iran, che persegue la supremazia sull’intero mondo islamico.
La guerra attualmente in corso è stata certamente decisa da Netanyahu, anche se il Primo Ministro lascia ben volentieri a Trump l’onore della firma.
Il Presidente viene dipinto dai suoi detrattori come un megalomane in cerca di gloria, esattamente come Napoleone III, che voleva emulare le campagne d’Italia di suo zio e condusse l’esercito francese alla vittoria di Solferino come Napoleone il Grande aveva fatto a Marengo, ma alla fine guadagnò soltanto Nizza e la Savoia.
Cioè molta gloria e pochi vantaggi concreti.
Trump può incassare ben di più, in quanto non si limita ad eliminare una fonte di infezione terroristica quale è l’Iran, ma soprattutto sottomette l’Europa Occidentale al proprio disegno imperiale, caratterizzato da un “cesaropapismo” analogo e contrapposto a quello proprio del clero sciita.
L’Europa partecipa alla guerra solo in posizione marginale, e dunque oggettivamente subordinata.
Mentre tutti i suoi Stati – compresa l’Italia – si proclamano “neutrali”, anche la Spagna manda una nave militare a proteggere Cipro, verso cui sta procedendo una nuova “Coalizione dei Volonterosi”.
Ciò significa che anche noi siamo coinvolti – sia pure in misura molto minore rispetto agli Stati Uniti – nell’esecuzione della strategia di Israele.
Un’Europa sempre divisa, e per giunta impoverita dalla crisi petrolifera, non potrà comunque partecipare alla spartizione del bottino, avendo recato alla vittoria un contributo soltanto marginale.
Sommando gli svantaggi della neutralità e della partecipazione.
Ufficialmente, infatti, non siamo belligeranti.
Se questo permette forse di risparmiare le vite dei nostri militari, non ci esime tuttavia dal subire i danni causati dall’economia di guerra, che comporta inevitabili tensioni sociali e territoriali da cui, alla lunga, può essere messa in discussione la stessa sopravvivenza dei nostri Stati.
Le varie Meloni impongono ai sudditi di tirare la cinghia, ma non spiegano nel nome di quale obiettivo.
Per giunta, l’esercizio del governo in tempo di vacche magre metterà a nudo il loro dilettantismo, palesato clamorosamente dal nostro “Sindaco-Presidente”.
Il quale, mentre cadeva il suo mondo, si esibiva sulle “Poltronissime” dell’Ariston, credendo che la sua apparizione televisiva servisse a galvanizzare i sudditi, che egli confonde con Oneglio, Landolfi e Gagliano.
Se l’Europa è sempre più sottomessa all’America, i vari soggetti che aspirano all’Indipendenza nel Medio Oriente vedono profilarsi l’occasione per conquistarla.
Certamente Israele li sostiene nel nome del proprio interesse, ma questi popoli dispongono soltanto di tale aiuto per realizzare le loro aspirazioni.
I Curdi, perennemente in ribellione contro tutti gli Stati tra cui venne spartito il loro territorio dopo la Prima Guerra Mondiale, agiscono contro l’Iran come i “Legionari” cecoslovacchi della Prima Guerra Mondiale combattevano con l’Intesa contro l’Austria.
L’Indipendenza del nuovo Stato venne così riconosciuta dall’Italia ancor prima dell’Armistizio.
Se l’Iran uscirà perdente dalla guerra, verrà analogamente spartito, come sempre avviene in questi casi.
Quanto ne rimarrà sarà costretto ad abbandonare tanto le ambizioni egemoniche quanto la pretesa di distruggere Israele.
Si può obiettare che il Kurdistan sarà uno “Stato-fantoccio” dei vincitori.
Questo probabilmente risulterà vero, ma fino ad ora è mancato ai Curdi anche un riconoscimento formale delle loro aspirazioni.
Un nostro vecchio Maestro del Diritto ci ripeteva sempre che le affermazioni di principio, anche quando sono destinate a rimanere a lungo lettera morta, hanno comunque un valore.
Se infatti non costituiscono un punto di arrivo, valgono comunque come punto di partenza.
Il processo di consolidamento dei nuovi Stati risulta sempre lungo e faticoso, ma raramente si è arrivati al punto che le aspirazioni dei popoli retrocedessero rispetto a quanto affermato dal Diritto Internazionale.
Il compito delle classi dirigenti consiste nel creare le strutture necessarie perché l’influenza esercitata da chi ha propiziato la loro affermazione venga progressivamente contenuta.
Tempo fa, un Generale dell’Esercito del Kurdistan iracheno volle incontrarci nel corso di un suo giro per l’Italia, in cerca di adesioni alla sua causa.
Ora probabilmente questo alto ufficiale si accinge ad entrare nel Kurdistan iraniano per coronare le aspirazioni irredentistiche del suo popolo.
Noi credevamo che l’interlocutore fosse in cerca di armi.
Con nostro stupore, ci disse invece che la prima preoccupazione delle autorità civili consisteva nella creazione di un’Università, l’Arte Militare essendo già abbastanza conosciuta.
Potemmo soltanto dare all’ospite qualche modesto suggerimento, ma ci colpì la sua lungimiranza.
Tanto più ricordando come le autorità del nostro Paese di adozione trascurassero le richieste di quelle accademiche e mettessero per l’appunto al primo posto le necessità militari, vere o presunte.
L’Indipendenza non è una dichiarazione, bensì una condizione che si conquista con il lavoro e con la conoscenza.
I Curdi dimostrano di averne coscienza.
Benvenuti, dunque, nella famiglia dei Paesi liberi e indipendenti.