Imperia, referendum e magistratura: analisi critica tra politica e democrazia
Si sono svolte ad Imperia due distinte manifestazioni conclusive della campagna referendaria, entrambe dirette a convincere gli elettori a votare “No”: una era indetta dal Partito Democratico e l’altra da un Comitato, tra i cui promotori figurano diversi magistrati.
I quali sono guidati dal Procuratore della Repubblica, colpito dagli strali polemici del “Sindaco-Presidente”, malgrado di tutto si possa accusare il locale ordine giudiziario fuorché di un atteggiamento ostile e persecutorio nei riguardi della sua parte politica.
In realtà, agli occhi di Scajola, il potere giudiziario deve scontare una cosiddetta “colpa ontologica”: i magistrati gli danno fastidio solo per il fatto di esistere.
Di conseguenza, anche quando non venisse mai promossa alcuna azione penale, l’uomo considera nociva la possibilità stessa che i suoi atti siano soggetti all’esercizio della giurisdizione.
Il dottor Lari merita comunque un encomio per avere rifiutato l’invito a cena formulato dal “Sindaco-Presidente”.
Quando il Procuratore ha preso questa decisione, conforme alla dignità della carica che ricopre, non era ancora noto il risultato elettorale di Nizza, che può indurre i superstiziosi a credere in un potere iettatorio del “Sindaco-Presidente”.
Il suo collega Estrosi è infatti avviato verso una clamorosa trombatura, sulla quale ha certamente influito la riunione conviviale celebrata in occasione della trasferta ad Imperia, culminata – “ça va sans dire” – in un banchetto consumato presso il ristorante “Braccioforte”.
Un precedente storico di tale evento risale agli “Ozi di Capua”. Annibale, dopo la vittoria di Canne, aveva scelto questa città della Campania come luogo più adatto per far riposare le sue truppe, che vi si abbandonarono tanto alla crapula quanto alla lussuria, di cui si dice sia rimasta traccia nelle fattezze delle donne del luogo, discendenti dal meticciato tra la popolazione capuana e i Cartaginesi.
Annibale, malgrado le sue vittorie, dovette allora lasciare l’Italia ed Estrosi – dopo gli “Ozi di Imperia” – lascia ora Palazzo Lascaris.
Se il dottor Lari fosse stato al corrente di quanto stava maturando a Nizza, ne avrebbe tratto ulteriori argomenti per motivare il proprio rifiuto di condividere la mensa con il “Sindaco-Presidente”, con cui avrebbe peraltro potuto conversare di tutto, meno che di diritto.
Il mancato anfitrione ignora infatti perfino che gli atti di diritto pubblico richiedono – pena la nullità – la forma scritta.
Intorno al Procuratore non si sono riuniti tanto i rappresentanti della “politique politicienne”, quanto piuttosto quelli della cosiddetta “società civile”, che vede con preoccupazione l’instaurazione di una “democratura”.
E tale processo farebbe indubbiamente un ulteriore passo avanti se la Meloni riuscisse ad umiliare i magistrati, su una questione non molto rilevante nel merito, ma rivelatrice di un’azione volta a condizionare la magistratura, inducendo il popolo – eccitato demagogicamente dall’enfasi posta su alcuni casi (veri o presunti) di errore giudiziario – a riversare sui giudici un’avversione che dovrebbe piuttosto riguardare il potere esecutivo, il quale deborda sempre più dai limiti che la Costituzione pone al suo esercizio.
Scajola dice che il Procuratore vuole insegnargli a fare il sindaco, ma il potere degli enti locali non viene costantemente menomato da quello giudiziario, quanto piuttosto dal dilagare dei “commissari straordinari”, i quali si impossessano di tutte quelle competenze attribuite a soggetti diversi dallo Stato che la Presidenza del Consiglio ritiene opportuno avocare.
Le persone che normalmente non si occupano di politica percepiscono da dove provengono i pericoli per la democrazia e quali sono le cause in cui sono in gioco i grandi principi su cui essa si fonda.
Chi non dimostra un’eguale sensibilità e un’eguale perspicacia sono i politicanti, e soprattutto quelli che dovrebbero esercitare l’opposizione.
Il Nipote della Nonna ha infine riunito i “Democratici” fautori del “No”, ma non ha reso di pubblico dominio tale appuntamento, che ha dunque registrato un “flop” peggiore – ed è tutto dire – di quello registrato dalla parte avversa.
L’uomo non ha ritenuto valesse la pena spendere una quota infinitesimale del denaro incassato vendendo al Comune i “Granatini” per stampare con il computer – oggi non è neanche più necessario rivolgersi a una tipografia – un avviso da affiggere nella bacheca del partito.
Evidentemente, costui doveva da una parte mantenere l’impegno assunto con Orlando, ma dall’altra gli conveniva celebrare il comizio senza dare nell’occhio al “Sindaco-Presidente”.
Si trattava dunque del classico tentativo di fare la frittata senza rompere le uova, da cui è uscito un pateracchio consistente nel celebrare la riunione, ma in modo semiclandestino.
I dirigenti “Democratici” locali, formati alla scuola della Selvaggina, finiscono sempre per subordinare ogni grande questione “stantis vel cadentis rei publicae” ai loro piccoli interessi di bottega.
È più importante difendere l’indipendenza del potere giudiziario o ricambiare il favore ricevuto dal sindaco quando – anziché procedere a un esproprio – ha ripiegato su una compravendita?
Ciascuno ha naturalmente il diritto di perseguire il proprio interesse, ma non ha il diritto di subordinare sistematicamente a questo criterio l’azione politica, tanto più quando un accordo con l’amministrazione pubblica – quale è, per l’appunto, un contratto di compravendita – può pregiudicare la possibilità di un esercizio coerente e rigoroso dell’opposizione.
Quale sia la necessità dell’esistenza di un’autentica opposizione lo dimostra la prassi quotidiana della nostra amministrazione comunale.
Ecco perché – pur condividendo pienamente le ragioni del “No” – ci asterremo dal voto.
I dirigenti della “Sinistra” locale – che hanno incaricato una pur degnissima persona di richiamarci a quanto essi considerano nostro dovere – non meritano di essere sostenuti, almeno finché continueranno ad anteporre i loro interessi a quelli dei cittadini.
Il caso dei “Granatini” si aggiunge infatti all’apostasia consumata dai vari Risso e Quesada, per cui consigliamo all’autorevole inviato della dirigenza nazionale di rivolgere ad altri – e non a noi – il suo richiamo alla coerenza.
Dove erano i capi del “Nazareno” quando i loro omologhi locali ci tacciavano di essere un “assassino”, un “millantatore” o un “malato di mente”?
I loro richiami sono evidentemente a senso unico.
Le radici dell’atteggiamento tenuto da costoro sono peraltro profonde e arrivano molto lontano, tanto nello spazio quanto nel tempo.
Anche negli anni Settanta – lo ricordiamo molto bene – la dirigenza nazionale sostenne attivamente il “Partito della Selvaggina”, sia promuovendo chi se ne faceva complice sia incoraggiandolo apertamente attraverso il proprio inviato di quel tempo.
Come allora il segretario provinciale godeva del favore di un dirigente nazionale originario delle nostre parti, così oggi il Nipote della Nonna si presenta come rappresentante della Schlein.
Anche in quel tempo era in gioco una questione decisiva per le sorti dello Stato: il referendum sul divorzio poneva i cittadini davanti alla scelta tra lo Stato laico e lo Stato confessionale.
Berlinguer – posto davanti a questa alternativa – si dimostrava indifferente, pur essendo figlio di un vecchio liberale.
Il marchese Rodano spingeva affinché il segretario accettasse l’abrogazione della legge Fortuna, millantando che in cambio di tale gesto il Vaticano avrebbe sostituito il Partito Comunista alla Democrazia Cristiana quale strumento per l’edificazione, per l’appunto, di uno Stato confessionale.
La rivolta della base, che vedeva invece nella vittoria del referendum l’occasione per praticare anche in Italia l’alternativa, costrinse il marchese sardo a dare – sia pure a denti stretti – l’indicazione di votare per il “No” all’abrogazione, salvo poi ritornare alla nefasta politica del “compromesso storico”, rinunciando a promuovere un’alternativa che veniva richiesta dalla parte maggioritaria e migliore della società italiana.
Oggi la Schlein è per il “No”, ma si guarda bene dall’intervenire su tutte le situazioni in cui – come avviene ad Imperia – gli interessi personali di certi dirigenti locali inducono a non assecondare l’orientamento espresso dalla “società civile”, abbandonando quei magistrati che si sono impegnati nella campagna referendaria, tra cui il nostro Procuratore della Repubblica, alle ritorsioni della parte avversa.
I “Granatini” valgono bene una messa, cioè il rinnegamento dello spirito della Costituzione, esattamente come avvenne dopo il 1974, quando prevalse in sede locale il “Partito della Selvaggina”, fondato sul rifiuto dell’alternativa e dell’alternanza e soprattutto sul rifiuto di schierarsi nelle grandi questioni dirimenti per l’affermazione della democrazia.
Ora l’inevitabile riflusso, determinato dall’errore che venne commesso allora, è arrivato alle sue estreme conseguenze, che vengono accettate passivamente dagli epigoni di quanti commisero quell’errore.