Referendum, opposizione e deriva politica: analisi tra storia e attualità
Mentre scriviamo, non conosciamo ancora il risultato del Referendum, ma possiamo già prevedere che l’Opposizione non sarà comunque in grado di trarre profitto da un’eventuale vittoria del “Sì”.

Il fronte di quanti si oppongono alla Meloni è infatti tenuto unito dal rifiuto del suo progetto, ma non è assolutamente in grado di proporne un altro che sia, nello stesso tempo, unitario ed alternativo.

Se poi dovesse prevalere il “Sì”, il Regime avrà ottenuto dai cittadini una delega in bianco a proseguire nella realizzazione del suo progetto, indubbiamente ed espressamente autoritario.

Conseguendo un mandato analogo a quello attribuito il Diciotto Aprile del 1948 alla Democrazia Cristiana.

In quel caso veniva richiesto agli elettori di ratificare o di rigettare quanto era già avvenuto “de facto” circa un anno prima, e cioè l’esclusione dei Comunisti dal Governo.

Subita anche dai Socialisti, avendo scelto – al momento della scissione di Palazzo Barberini – la subordinazione a Togliatti ed a Stalin.

Questo infatti significava la costituzione del Fronte Popolare.

L’Europa era già stata spartita a Yalta, per cui tutto quanto avvenuto negli anni a cavallo tra la fine del conflitto e l’inizio del dopoguerra rappresentava né più né meno che la realizzazione di quanto patteggiato dai “Quattro Grandi”.

Il voto a favore della Democrazia Cristiana comportava dunque un’adesione, per così dire soggettiva, degli Italiani ad una realtà oggettiva già definita ed imposta non solo ai nostri connazionali, bensì a tutti i popoli dell’Europa.

A questo punto, possiamo dunque domandarci se oggi – a differenza di quanto avvenuto nel 1948 – risulti possibile esprimere un voto che vada controcorrente rispetto alla collocazione internazionale dell’Italia.

E, in caso affermativo, quali conseguenze ciò possa comportare sulla nostra politica interna.

Il Governo risulterebbe certamente delegittimato da un successo del “No”.

Se già l’Esecutivo è carente dell’autorevolezza e della competenza necessarie per condurre il Paese in una guerra, di cui non scontiamo per fortuna l’impatto sul piano militare, ma di cui dobbiamo comunque inevitabilmente pagare il prezzo economico e sociale, la Meloni sarà tentata di supplire alla mancanza di consenso inasprendo i tratti autoritari e repressivi della sua “governance”.

Quanto accaduto dopo il 1945 rivela come chiunque tentasse di infrangere il Patto di Yalta si esponesse ad una repressione.

Come avvenne da una parte a Budapest nel 1956 ed a Praga nel 1968, e dall’altra parte ad Atene, dove il colpo di Stato dei Colonnelli fu perpetrato per impedire l’avvento di un Governo con velleità neutralistiche.

In Italia, il protrarsi della “Guerra Fredda” favorì l’accentuazione dei tratti paternalistici ed oggettivamente confessionali dei Governi egemonizzati dalla Democrazia Cristiana, nonché qualche ricorrente velleità golpistica, espressa dal Governo Tambroni, dal caso SIFAR del 1964 e dai progetti – non sappiamo quanto realistici o velleitari – concepiti da Licio Gelli e dalla “P2”.

Prevalse però sempre la tendenza, determinata dal processo di “Distensione”, ad attenuare da una parte le frizioni lungo il confine tra Est ed Ovest e ad ampliare, dall’altra parte, in modo lento ma continuo, gli spazi della Democrazia rappresentativa e delle autonomie locali.

La Maggioranza e l’Opposizione coincidevano infatti nell’avversare il centralismo, già proprio dello Stato liberale e poi accentuato dal Regime fascista.

L’avvento della Meloni ha segnato un’inversione di tendenza.

La Presidente del Consiglio certamente non si propone di ricostituire il Fascismo nelle sue forme storiche, ma ugualmente persegue la realizzazione di un nuovo modello autoritario.

Come prova la lettura che dà della vicenda nazionale.

Contraddistinta, a suo avviso, da un’ascesa coincidente con il periodo compreso tra la realizzazione dell’Unità ed il Venticinque Luglio.

Cui avrebbe fatto seguito un tempo di decadenza.

Provvidenzialmente concluso con il suo avvento al Potere.

Se il processo di ampliamento della Democrazia – pur insufficiente, contraddittorio e disordinato – è ritenuto alla stregua di una decadenza, ne consegue che si considera viceversa una ripresa, una sorta di Rinascimento o di Risorgimento, la tendenza successiva ed opposta.

Fa dunque bene la cosiddetta “Sinistra” a contrastare questo disegno.

Dove non condividiamo la sua posizione è quando questa parte politica tenta di elaborare un progetto alternativo.

Perché il Fronte Popolare perse le elezioni del 1948?

Sulle ragioni di politica internazionale si è già detto.

Quanto però aggravò la sconfitta fu la proposta del “modello” espresso dall’Unione Sovietica di Stalin.

Cioè di un modello semi-asiatico, ancora più lontano dalla tradizione liberale democratica italiana – ed in genere occidentale – di quanto lo fosse il clericalismo conservatore proprio della Democrazia Cristiana, o quanto meno della sua parte preponderante.

Noi militammo sempre in quel settore della Sinistra democristiana e più in generale cattolica che si opponeva a tale tendenza, cercando un terreno di collaborazione tanto sulle questioni sociali quanto sulla difesa della laicità dello Stato, nonché sulla politica internazionale, con l’Opposizione.

Chi volle consapevolmente sacrificare la Sinistra democristiana e la Sinistra cattolica fu il Marchese Berlinguer.

Il quale riteneva conveniente – in una logica di persecuzione del potere fine a sé stessa – offrire alla Chiesa il suo Partito come fondamento di uno Stato confessionale.

Il che significava ignorare il contributo dato alla crescita civile dell’Italia, recato non solo e non tanto da Don Sturzo e da Dossetti, ma anche quello – ancora più importante – espresso da uomini come Rosmini, Gioberti, Balbo e Manzoni.

Ora il riferimento ideologico dei “Democratici” è costituito dall’Islam radicale, cioè da un’ideologia ancora più lontana dal pensiero politico occidentale di quanto lo fosse il marxismo-leninismo pietrificato da Stalin.

Questa scelta non è purtroppo soltanto ideologica, ma riguarda anche la collocazione internazionale dell’Italia.

È certamente giusto mantenere il nostro Paese fuori dalla guerra, dalla quale stentano peraltro a mettersi al riparo tutti gli Stati dell’Europa occidentale.

Se questa opzione non ci salverà dalla crisi energetica, varrà comunque a risparmiare la vita dei nostri militari.

Quanto viceversa risulta inaccettabile è il passaggio dalla neutralità, per l’appunto militare, alla neutralità politica.

Arrivando ad aderire alle posizioni di chi si propone apertamente la distruzione dello Stato di Israele.

Queste affermazioni aberranti hanno dominato le manifestazioni svolte durante la guerra di Gaza.

Cui è seguita un’azione “internazionalista” – quella dei cosiddetti “flotilleros” – che rinnovava fuori tempo massimo i fasti del “turismo politico” avente come meta le dittature esotiche.

Anche in qual caso – ne siamo stati diretti testimoni – non ci si limitava a prendere posizione a favore di Cuba o del Nicaragua nel loro contenzioso con gli Stati Uniti.

Si adottava anche, in modo acritico, il modello ideologico rappresentato da questi regimi.

Nel momento in cui esso crollava nell’Europa orientale.

Con il risultato di ripudiarlo un minuto dopo – e non un minuto prima – della caduta del Muro.

La fine del comunismo avrebbe portato, nell’un caso, all’assunzione del Governo da parte della Sinistra.

Nell’altro caso, ad una nuova egemonia della Destra, rappresentata da Berlusconi.

Ora l’errore si ripete – “Perseverare diabolicum” – nel momento in cui la Signora Schlein, anziché ritornare alle radici libertarie del nostro movimento dei lavoratori, cioè a Prampolini, a Turati ed allo stesso Gramsci, da una parte va ancora una volta in cerca di modelli ideologici esotici ed estranei alla nostra identità ed alla nostra cultura, e dall’altra parte si mette al traino di chi persegue la distruzione dello Stato di Israele.

Se è vero che l’Unione delle Comunità Islamiche invita i musulmani a votare “No”, è anche vero che la scelta esposta dai suoi dirigenti – da noi attentamente ascoltati in occasione della festività di “Fitr” – risulta inusitatamente moderata.

Gli obiettivi, naturalmente, non cambiano, ma di fronte alla realtà della guerra in corso viene proposto l’obiettivo di contribuire al mantenimento della coesione sociale.

Il che ricorda il “Né aderire, né sabotare” di Turati, il quale, nel momento dell’intervento, disse alla Camera che il Partito Socialista avrebbe assunto il compito della Croce Rossa.

Oggi, l’unica scelta possibile – data l’impossibilità di fermare la guerra – non consiste soltanto nel mantenersi neutrali, ma anche e soprattutto nel praticare la resilienza.

Il che significa mantenere aperti tutti gli spazi in cui si possono tutelare i diritti sociali e politici e, insieme con essi, preservare ogni identità collettiva.

Verrà il momento in cui potremo impegnarci affinché questi spazi tornino ad espandersi e queste identità si affermino compiutamente.

Se invece si sceglie espressamente di “sabotare”, favorendo i disegni dell’Islam “radicale”, risulterà facile per la Meloni accusare la parte opposta non soltanto di irresponsabilità – se non addirittura di tradimento – ma anche approfittare della sua emarginazione per completare la costruzione di un regime illiberale.

L’Italia non deve entrare a far parte del “Dar al-Islam”.

Il nostro Paese deve al contrario rimanere ancorato all’Occidente.

E tanto più vi potrà rimanere quanto più la Sinistra affermerà il valore della libertà.

Che non è rappresentato certamente dalla Meloni, ma tanto meno è rappresentato dal regime teocratico dell’Iran.

Gli imam che abbiamo udito pochi giorni or sono non hanno speso una sola parola per solidarizzare con i loro colleghi di Teheran.

Sarebbe il colmo se lo facessero gli eredi di Antonio Gramsci.

Quanto ai loro rappresentanti locali, sono tutti schierati per le cause illiberali.

Se alcuni scendono in piazza per sostenere Hamas, altri mendicano incarichi dal “Sindaco-Presidente”.

Altri ancora coniugano entrambe le scelte.

Mentre il “Sindaco-Presidente”, ben lieto di facilitare tale opzione, si mette in testa il copricapo degli imam.

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Mario Castellano  24/03/2026
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