Crisi politica italiana: opposizione debole e rischio caos istituzionale
I “Democratici”, insieme con il variopinto insieme dei loro “alleati”, si accingono a dare la “spallata” al Governo.
Questo tentativo è destinato a fallire, in quanto il suo successo dipenderebbe dall’esistenza nel Paese di un forte movimento popolare, capace di configurare e imporre un’autentica alternativa.

I cittadini hanno certamente disapprovato il disegno opposto, concepito dalla Meloni e diretto a trasformare lo Stato in una “democratura”, ma nessuno appare in grado di proporne uno diverso.

Le coalizioni che si formano in opposizione a un altro soggetto sono sempre destinate a sfaldarsi immediatamente dopo aver conseguito il loro scopo, specialmente quando ci si è accordati su che cosa non si vuole, ma non si è neanche tentato di definire che cosa, viceversa, si vuole.

La Signora elvetico-germanico-statunitense propone infatti di negoziare un programma comune e di designare un candidato alla Presidenza del Consiglio.

Per quanto riguarda il primo di questi obiettivi, non capiamo che cosa i vari partiti e movimenti componenti il cosiddetto “Campo largo” o “larghissimo” possano sottoporre al consenso degli elettori.
Non solo, infatti, manca un qualsiasi dibattito su come governare l’Italia — e tanto meno su come riformarla — ma tutti questi variopinti soggetti politici sembrano ignorare completamente la situazione in cui ci troviamo.

Da tale punto di vista, costoro si troverebbero in ritardo anche se le elezioni avvenissero alla scadenza naturale della legislatura, e cioè nell’autunno del prossimo anno.

Il ritardo è anzi destinato ad aumentare ogni giorno di più, in quanto la situazione in cui versa il mondo richiede non dei semplici aggiustamenti riformistici, bensì un disegno e un impegno autenticamente rivoluzionario.

Negli anni scorsi, un’ampia platea di studiosi dell’economia — costituente ben più di un gruppo di studio e configurando anzi il nucleo costitutivo di una nuova classe dirigente — ha elaborato, riunendosi ogni sei mesi per iniziativa dell’anteriore Papa, i possibili modelli alternativi.

Che dovrebbero mettere in pratica l’ideale della “crescita zero”, cioè di un progresso non più identificato con il semplice sviluppo dei mezzi di produzione, proponendosi viceversa una giusta ripartizione delle risorse.

Ora la realtà della crisi energetica fa uscire tutti questi disegni dall’utopia.
Quanto veniva infatti concepito come astrazione diviene improvvisamente metodo da applicare con urgenza per fare fronte all’attuale emergenza.

La nostra generazione si era contraddistinta per l’ambizione di affermare la giustizia sociale, e questo induceva a esaltare l’egualitarismo.

L’obiezione che ci sentivamo rivolgere, in cui si esprimeva un giusto richiamo alla realtà, consisteva nel fatto che l’egualitarismo — in particolare quello praticato dai cosiddetti “modelli socialisti” — finiva per mortificare la funzione dei diversi soggetti sociali, che doveva viceversa essere riconosciuta e valorizzata.

Ora la cosiddetta “fantasia della storia” offre un’occasione insperata per risolvere la contraddizione da cui a suo tempo non fummo capaci di uscire.

La penuria dei beni materiali rende, da un lato, necessaria una loro più equa ripartizione, ma nel contempo esalta il contributo offerto da tante aggregazioni sociali spontanee, che possono avere le ispirazioni più diverse — e ciò comporta la necessità di un pieno riconoscimento del pluralismo politico e religioso — ma tutte quante concorrono a sopperire ai bisogni comuni.

Ecco perché la cosiddetta “sinistra” sconterebbe un grave ritardo nell’elaborazione del proprio pensiero ispiratore anche se le elezioni avvenissero l’anno prossimo: i dirigenti non hanno infatti preso in alcuna considerazione quanto veniva elaborato laddove si svolgeva una riflessione sul futuro.

Da costoro abbiamo invece udito soltanto la stanca ripetizione dei luoghi comuni della “politique politicienne”.

Anch’essi, dunque, come i caporioni della parte politica opposta, sono destinati a essere spazzati via dalla crisi iniziata con l’attuale guerra.

Il Governo Meloni, in attesa di imporre il proprio modello autoritario, ha paradossalmente introdotto con urgenza delle misure permissive, destinate a rendere “legibus soluti” quanti — trovandosi ai posti di comando — non tollerano limiti al loro potere.

Tipico è il caso della depenalizzazione dell’abuso in atto d’ufficio, che ha esonerato gli amministratori dal rispetto dovuto alla legge.

Costoro, secondo la Costituzione, dovrebbero svolgere le loro funzioni “con disciplina ed onore”.
Essendo attenuata la disciplina, anche l’onore viene messo in forse.

Il rigore autoritario della Meloni si è invece rivolto alla gente comune.
Mentre si abrogavano i reati abitualmente commessi dai cosiddetti “colletti bianchi”, se ne inventavano in altri ambiti sempre nuove fattispecie, con lo scopo di scoraggiare ogni protesta.

Ammettiamo comunque che si possa rimettere in movimento il carrozzone delle “primarie”.
Lo scopo di questa messa in scena consisterebbe nel precostituire di nuovo il risultato.

La volta scorsa lo si è fatto per incoronare la Schlein, che fino al giorno prima era un’illustre sconosciuta.
Ora la messa in scena servirebbe a designare Conte come candidato alla Presidenza del Consiglio, per il semplice motivo che i “pentastellati” votano il candidato comune solo se appartiene al loro movimento.

Lo voterebbero però anche quegli elettori moderati che si sono espressi per il “No” al referendum?
È lecito quanto meno dubitarne.

Quanto al programma, i “Democratici” subirebbero un’analoga imposizione.
Mentre occorre razionare la benzina, si tornerebbe dunque a mandare la nave oceanografica della Marina Militare alla ricerca delle sirene.
E mentre si devono promuovere le “fonti alternative”, il Governo si dedicherebbe a studiare le fantomatiche “scie chimiche”.

Le prospettive sono comunque ben diverse da quelle immaginate dalla Schlein.
Se l’attuale Governo rimane in carica nel tempo in cui si devono imporre delle restrizioni ai diritti civili — e perfino ai diritti personali — la sua tentazione autoritaria, frustrata dall’esito del referendum, troverebbe l’occasione per realizzarsi.

Poiché però non si può pretendere dai cittadini che obbediscano e si sacrifichino essendo guidati da un Governo da sempre privo di ogni prestigio, e ora rivelatosi anche privo del necessario consenso, il Paese precipiterebbe nel caos.

L’indisciplina di chi rifiuterebbe di rispettare le misure restrittive troverebbe infatti una giustificazione politica.

Gli italiani farebbero d’altronde benissimo a non tollerare di essere vessati proprio da coloro ai quali hanno appena negato ogni delega a decidere in materia di libertà e di diritti.

L’unico esecutivo che potrebbe contare su quel minimo di rispetto necessario per evitare l’anarchia sarebbe un governo tecnico.

L’opposizione non può, da una parte, rivendicare Palazzo Chigi senza essere investita dal voto popolare; dall’altra parte, però, il mandato conferito tre anni or sono alla Meloni le è stato revocato.

Né basta, per considerarsene ancora titolare, far “volare gli stracci”, sacrificando qualche personaggio da fescennino come Del Mastro e la “Pitonessa”.

L’iniziativa di promuovere un cambio di Governo dovrebbe dunque essere assunta da quegli stessi “poteri forti” sovranazionali che a suo tempo hanno creduto di supplire all’esaurimento di una classe dirigente attingendo il nuovo personale politico incaricato di governare l’Italia non già tra chi si trovava al di fuori di questo ambito, bensì tra quanti per decenni ne erano stati tenuti ai margini, venendo occasionalmente utilizzati per dei bassi servizi.

Questi soggetti si trovavano infatti a un livello ancora più basso rispetto a quello — già molto mediocre — dei loro predecessori.

Non resta dunque che affidare quanto ancora sopravvive dello Stato ai cosiddetti “tecnici”, in attesa che la guerra in corso determini l’avvento di un ceto politico nuovo, contraddistinto da una nuova cultura.

Le vecchie scuole ideologiche possono ormai soltanto esprimere dei personaggi manifestamente incapaci di gestire l’emergenza, essendo soltanto capaci di presenziare al “Gala delle Rose” di Montecarlo.

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Mario Castellano  29/03/2026
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