Dioscuri di Imperia: scontro Lupi–Scajola e ruolo della Chiesa
Enrico Lupi e Claudio Scajola, che già abbiamo avuto occasione di soprannominare i “Dioscuri di Imperia”, hanno viceversa ingaggiato tra loro un conflitto irriducibile.

Il paragone più adeguato è dunque con Esaù e Giacobbe, i quali – essendo gemelli – lottavano tra loro quando si trovavano ancora nel ventre della madre.

L’oggetto del contendere muta ogni giorno. Se, in occasione del Referendum, il quattordici volte Presidente si era “buttato a sinistra”, dichiarando di votare “No” pur di infliggere un colpo al rivale, questa dislocazione si è invertita clamorosamente sull’“affaire” della moschea di Imperia.

Mentre Scajola grida il proprio entusiasmo, come se fosse lui il “muezzin” – e come se il minareto fosse già stato innalzato – Lupi urla ancora più forte, in preda a uno dei suoi proverbiali e incontenibili accessi di collera, denunciando una profanazione e un ulteriore passo verso l’islamizzazione dell’Occidente, essendo verosimilmente in ciò istigato dai suoi amici dirigenti della Lega.

I due contendenti, scavalcandosi a vicenda ora a destra ora a sinistra, accrescono continuamente i motivi del dissidio.

Osvaldo “Braccioforte” Martini, visto definitivamente frustrato ogni suo tentativo di mediazione ed essendo ormai ridotto a praticare la neutralità disarmata, tenta invano di rabbonire Lupi, invocando le ragioni della tolleranza in materia religiosa.

Il suo interlocutore ha però già trovato un ulteriore terreno di scontro. Nella bulimia che ormai lo contraddistingue, includendo tanto l’inclinazione verso il cibo quanto la brama di sempre nuove cariche, costui ambisce infatti alla quindicesima presidenza: quella, particolarmente prestigiosa, del Corso Fiorito di Sanremo.

Invano l’amico “Braccioforte” gli ha proposto una soluzione di compromesso, consistente nel rinunciare alla nuova carica in cambio di un numero di pasti gratuiti equivalente a quello che spetta a chi assume la guida della manifestazione.

Lupi avrebbe obiettato con sdegno che non è un “morto di fame”, peraltro con piena ragione, trattandosi piuttosto di un “morto di indigestione”.

Seguiremo gli sviluppi di questo nuovo tentativo di sbarco, che si svolge in parallelo con quello dei “Marines” sull’isola di Kharg. Non è più l’ora dei mediatori, bensì quella dei combattenti.

Tra i soggetti che hanno sentito la necessità di schierarsi si annovera la Chiesa italiana, la quale si è sostanzialmente pronunciata per il “No” al Referendum, impegnando anzi alcuni autorevoli prelati nella relativa campagna.

Questa novità merita un commento. Se un’istituzione tradizionalmente molto prudente rende esplicita la propria opposizione al Governo, ciò può avere due diverse possibili spiegazioni: o è in gioco qualche “principio non negoziabile” – come avvenne nel caso dell’aborto – oppure la Chiesa non teme di scontrarsi con un soggetto troppo potente, dal quale potrebbe temere delle ritorsioni.

Evidentemente, vi è chi, nella Conferenza Episcopale, se non addirittura nella stessa Santa Sede, ritiene il Governo Meloni troppo debole per aspirare realisticamente a costituire un regime.

Non si dimentichi che le trattative in vista della stipula dei Patti Lateranensi iniziarono a metà degli anni Venti, quando Mussolini era ormai saldamente al potere e già lo esercitava in modo assoluto. Il Fascismo, a questo punto, poteva scegliere tra la concessione alla Chiesa di particolari e importanti privilegi o l’aperta persecuzione, essendo venute meno le condizioni che avevano propiziato il “modus vivendi” in vigore dal Venti Settembre.

Posto davanti all’alternativa tra allearsi con Mussolini, trasformando di fatto la Chiesa in un’organizzazione di massa del regime, ovvero affrontare uno scontro ancora più aspro di quello aperto per effetto della perdita dello Stato Pontificio, Pio XI optò per la prima soluzione.

Oggi la Meloni non è in grado di porre la sua controparte religiosa di fronte allo stesso dilemma e la Chiesa si rende conto della condizione di fragilità e di debolezza sostanziale in cui si trova il Governo, che non è destinato a cadere a breve termine ma anzi può accentuare i propri tratti autoritari aggravandosi la crisi energetica, con tutte le relative ricadute sul piano sociale.

Certamente la Chiesa di Prevost, Papa americano e iscritto allo stesso partito di Trump, si schiera con l’Occidente, ma la lealtà che essa richiede ai propri seguaci è rivolta a sé stessa e non al Governo italiano.

Tutti i soggetti che si impegnano in una guerra lo fanno nella speranza di vincerla, traendone i conseguenti benefici. Nel caso attuale, il contributo che può venire alla causa dell’Occidente da un’organizzazione grande, prestigiosa e fortemente radicata nella società quale è la Chiesa cattolica risulta ben maggiore di quello offerto da un Governo come quello della Meloni, che verosimilmente faticherà non poco per farsi obbedire dai propri sudditi.

Questa debolezza si riverbera sullo Stato italiano, in cui la successione di regimi sempre più instabili che lo ha caratterizzato a partire dal Venti Settembre ha già prodotto un risultato, consistente nel caratterizzare sempre più Roma come sede di un potere sovranazionale, mentre quello installato sull’opposta riva del Tevere stenta a mantenere il controllo sul proprio stesso ambito territoriale.

Questa volta non sarà necessario attendere che siano trascorsi tre anni di guerra prima che venga un’altra Caporetto o un nuovo Otto Settembre. Lo Stato rischia infatti di sfaldarsi nel momento stesso in cui un esecutivo già sconfessato dai cittadini dovesse chiedere loro di sacrificarsi.

E dallo sfaldamento dello Stato risulterà una sua sostituzione “de facto” da parte della Chiesa, collocata nell’ambito di quel più ampio disegno – che abbiamo definito “carolingio” – mirante alla restaurazione tanto dell’unità spirituale e politica dell’Europa quanto del primato del Papato sul nuovo Impero.

In altri tempi, il prevalere delle tendenze contrarie al Governo attive nella Chiesa e il loro apporto al rovescio subito nelle urne dalla Meloni avrebbe segnato la definitiva affermazione, in ambito cattolico, delle tendenze liberali e democratiche. Molti credenti hanno infatti votato “No” essendo identificati con la Costituzione.

Oggi però il loro apporto – ci si permetta di dire il nostro – passa in secondo piano e contribuisce a rafforzare non già la laicità dello Stato, bensì la sua condizione di debolezza e di subordinazione nei confronti del potere religioso.

Se Bergoglio ha avuto il merito di riammettere a pieno titolo nella comunità ecclesiale i cattolici liberali, è anche vero che oggi manca nella politica italiana un soggetto in grado di valorizzare il nostro apporto. L’occasione sprecata da Berlinguer non è dunque destinata a ripetersi.

Prevost rifiuta comunque ogni intermediazione offerta dal Governo italiano nel rapporto della Chiesa con i cosiddetti “poteri forti” dell’Occidente.

È curioso che l’Italia abbia protestato per lo sgarbo subito dal cardinale Pizzaballa, mentre la Santa Sede non lo ha fatto, accontentandosi delle spiegazioni offerte da Netanyahu.

Questo episodio – o meglio, le sue mancate conseguenze – è da mettere in relazione con la visita resa dalla Questura a Ilaria Salis, la quale non era sottoposta ad alcun procedimento penale, reso comunque impossibile dalla sua immunità parlamentare, né è stata udita quale “persona informata dei fatti” nell’ambito di un’indagine di polizia giudiziaria.

In questi casi, il testimone viene infatti convocato nelle sedi competenti. I funzionari di San Vitale hanno dunque recapitato alla Salis un messaggio proveniente dall’estero: la manifestazione di solidarietà con l’Iran non doveva assolutamente andare oltre la violenza verbale.

Questo orientamento è stato recepito. Altrimenti, la violenza di piazza sarebbe stata contrastata a un livello più alto rispetto a quello in cui si collocano le forze di polizia dello Stato italiano.

Il che conferma che altri soggetti già operano nel nostro Paese, ma non per il tramite del suo Governo. La Santa Sede è giunta alla stessa conclusione.

Ora manca solo che il nostro sindaco parli a un comizio di sostegno all’Iran, come quello che si è svolto a Roma, ritenendosi investito dal Vaticano solo perché una volta ha cenato con quattro cardinali.

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Mario Castellano  31/03/2026
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