Propaganda, potere e ideologia: analisi satirica dei regimi e del caso locale
I regimi autoritari sono sempre muniti di un’ideologia ufficiale.
In alcuni casi – precisamente quando il regime è dichiarato – si richiede ai sudditi un’adesione attiva ed esplicita.
A tale scopo, per giunta, la verità ufficiale viene inserita nei programmi scolastici, entrando così a far parte della formazione delle future classi dirigenti.
Nel caso delle “democrature”, il dissenso viene formalmente tollerato, ma chi vuole fare carriera si guarda bene dal manifestarlo, ed anzi esibisce pubblicamente il proprio ossequio.
Nei Paesi del cosiddetto “socialismo reale” vigeva, in teoria, la libertà di culto. I praticanti, che costituivano comunque nella maggior parte dei casi una esigua minoranza, erano esclusi dalle carriere pubbliche, così come da ogni altro beneficio o prebenda.
L’iscrizione al partito, che costituiva in pratica il metodo seguito per la cooptazione di quanti partecipavano alla vita pubblica, esigeva che i candidati si dichiarassero atei. Occorreva cioè, paradossalmente, compiere una professione di fede, sia pure – per così dire – alla rovescia.
Questa situazione riguardava anche il pensiero economico. Essendo obbligatorio lo studio delle opere di Marx e di Lenin, la storia veniva interpretata – ed insegnata – in questa chiave. A quanto asserito dal “Profeta di Treviri” venivano poi aggiunte delle appendici, frutto dell’elaborazione svolta nell’ambito dei cosiddetti “partiti guida”.
Si credeva, per esempio, che un Paese raggiungesse l’indipendenza economica in quanto producesse una certa quantità di acciaio, di cui proliferavano le fonderie. Questa convinzione si basava sulla generalizzazione dell’esperienza dell’Unione Sovietica al tempo di Stalin.
Dando per scontato che questo Paese sarebbe stato prima o poi invaso, era necessario sviluppare l’industria pesante per dotarlo di cannoni e carri armati. Questo calcolo si sarebbe rivelato azzeccato nel 1941, ma le fabbriche erano state dislocate in gran parte proprio nei territori che vennero occupati dai tedeschi all’inizio della guerra, per cui si rese necessario trasferire la produzione oltre gli Urali.
Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo, il quale vanta origini di “sinistra”, ha trasferito il dogmatismo proprio delle sue esperienze politiche giovanili nella nuova collocazione in ambito “bassotto”.
Il “Sindaco-Presidente” ha modellato il proprio regime sull’esempio delle dittature ideologiche del Novecento. In primo luogo, l’uomo si è dotato di un proprio “Min.Cul.Pop”. Questo dicastero era incaricato, sotto il Fascismo, di promuovere la propaganda ufficiale.
Ciò avveniva impiegando, in primo luogo, lo strumento costituito dalle cosiddette “veline”, che i giornalisti dovevano sostanzialmente ricopiare. I più bravi – esattamente come avviene a scuola – lo facevano in modo meno letterale e pedissequo, essendo in grado di “ricamare” il testo loro pervenuto e di tradurlo dal linguaggio “burocratese” dell’originale in una espressione più brillante e meno noiosa per i lettori.
Nel caso di Scajola, la struttura incaricata di redigere e distribuire le “veline” è la più importante del municipio. Lo prova il fatto che questo ufficio opera avvolto dal mistero ed è praticamente inaccessibile, esattamente come quelli addetti alla cosiddetta “cifra”, situati presso le cancellerie, i quali logicamente devono operare in segreto.
Un altro possibile paragone è con le strutture addette alla cosiddetta “disinformazione”, che diffondono notizie false nel campo avverso, ovvero con quelle che operano intercettando e disturbando le comunicazioni dei nemici. Si dice che centinaia di ingegneri elettronici lavorino in un edificio di Pietroburgo, svolgendo sotto copertura tali incarichi.
L’identità dei loro colleghi, impiegati più modestamente dal regime “bassotto”, è altrettanto misteriosa. I corrispondenti da Mosca dei giornali occidentali dovevano portare i loro articoli all’ufficio addetto alla censura, dove li passavano a un funzionario il cui volto era nascosto da una grata, del quale potevano vedere soltanto le mani.
Un ex corrispondente raccontava di avere riconosciuto questo misterioso interlocutore per le vie di Roma, avendo notato che le sue mani erano uguali a quelle vedute ogni giorno a Mosca.
Alle redazioni de “La Stampa” e de “Il Secolo XIX”, le veline del municipio vengono recapitate da tutt’altre persone rispetto a quelle che le scrivono, tutelando l’anonimato dei loro autori, che sono però puntualmente riflessi nelle “locandine”, nella titolazione e naturalmente nel contenuto dei “pezzi”, in cui normalmente si esaltano le opere del regime.
Esattamente come avveniva su “Il Popolo d’Italia” o sulla “Pravda”, con la differenza che questi erano organi ufficiali dei partiti al potere, mentre i nostri appartengono al gruppo “GEDI”, ora finito nelle mani di un oscuro imprenditore levantino, probabile prestanome di chissà quale vero padrone.
Quand’anche però le nostre testate appartenessero ancora all’Ingegnere, che se ne è disfatto in coincidenza con il cambio di regime a Roma, le redazioni locali sarebbero comunque assolutamente allineate con il “Sindaco-Presidente”.
Quanto a “La Riviera”, unico giornale ufficialmente riferibile alla sua parte politica, il paragone più calzante è con il “Völkischer Beobachter”, cioè il giornale ufficiale di Hitler, che usciva a Monaco di Baviera fin dai tempi del “Putsch della birreria” e della successiva carcerazione del futuro “Führer”. Qui il culto della personalità del capo raggiunge le più alte vette della piaggeria.
Tornando all’amico “Braccioforte”, è nota la preoccupazione morbosa con cui egli segue l’apertura di nuovi ristoranti, presso i quali spedisce i propri emissari in qualità di agenti segreti, incaricati di contare uno ad uno i rispettivi clienti.
Tempo fa venne aperto un catering che, oltre a organizzare banchetti a domicilio in occasione di eventi particolari, è anche munito di una propria struttura ricettiva. “Braccioforte” entrò in crisi, in quanto vi si poteva entrare quando non c’era lavoro, mentre non vi si poteva penetrare quando il ristorante era operativo, ospitando ricevimenti privati.
Il nostro non riuscì peraltro a camuffare nessuno dei suoi informatori tra gli invitati, il che, per un servizio segreto, rappresenta il colmo dell’inefficienza.
Avendo ospitato gli uomini del “Mossad” nell’imminenza del convivio tra il sindaco e l’ambasciatore di Israele (in tale circostanza si scoprì che il ristorante era pieno di “cimici”), il titolare fu tentato di chiedere aiuto alle autorità di Gerusalemme, le quali lo avrebbero comunque negato.
Egli continuò dunque a rodersi nel dubbio circa l’effettivo grado della concorrenza che subiva. Ora l’imminente apertura di un nuovo ristorante di lusso, situato sul cosiddetto “gomito” del Molo Lungo di Oneglia, dovrebbe gettarlo nello sconforto.
Finalmente si prospetta infatti l’ingresso di un concorrente alla sua altezza. Paradossalmente, è stato proprio Enrico Lupi a propiziare questa operazione, non essendosi opposto alla dismissione dei locali destinati ad ospitare il nuovo ristorante, già sede dell’associazione dei pescatori.
Il Comune, ripreso il controllo dell’immobile, si è affrettato a darlo in concessione ventennale a un noto imprenditore di Imperia, che però è nuovo del mestiere e dovrà quindi affidarsi a un gestore.
Tutta questa operazione, anziché deprimere “Braccioforte” – come sarebbe stato logico attendersi – lo ha viceversa esaltato, testimoniando ai suoi occhi la validità del progetto concepito dal “Sindaco-Presidente”, che consiste nel trasformare Imperia in una grande meta del turismo internazionale.
Se “Braccioforte”, invece di temere la propria rovina, esulta per l’ingresso sul mercato di un temibile concorrente, lo si deve al fatto che la devozione nei riguardi del “Bassotto”, insieme con la fede nelle sue doti di stratega economico, hanno prodotto nel nostro concittadino la cosiddetta “sindrome di Stoccolma”.
Ben venga la rovina – che naturalmente non gli auguriamo – purché l’ideologia ufficiale trovi conferma nei fatti.
Noi temiamo che, alla fine, per evitare il fallimento tanto della “new entry” quanto dell’antico locale (risalente al 1892), occorrerà ricorrere al “gioco della torre”, buttando giù uno dei due.
Esiste tuttavia il pericolo che, a questo punto, “Braccioforte” decida di sacrificarsi per il bene della causa e si getti nel vuoto gridando: “Viva il Sindaco-Presidente!”.
Ad Enrico Lupi non rimarrà, a questo punto, che adempiere al penoso ufficio della sepoltura.