Centralismo vs Territorio: perché la sinistra rischia di perdere le elezioni
Le Elezioni Politiche si terranno – sempre che la guerra in corso lo permetta – non prima dell’autunno del prossimo anno.
La Signora Schlein si dedica però a prepararle fin d’ora.
Lo fa però, a nostro modesto avviso, nel peggiore dei modi.

Trattandosi di una persona paracadutata in una realtà di cui ha maturato una conoscenza superficiale, tipica dei turisti, la ragazzona elvetico-germanico-statunitense, già dedita a una vita “bohémienne” nella “Grassa” Bologna (questa città è in primo luogo “Dotta”, ma ciò riguarda soltanto chi vi si reca per studiare seriamente), si preoccupa unicamente delle alchimie romane,
che possono indurla ad allineare il Partito dietro a Conte,
a sua volta capo di una forza politica del tutto evanescente, che non dispone di radicamento territoriale in nessuno degli oltre ottomila Comuni d’Italia.

Il procedimento che si dovrebbe invece seguire, se veramente si volesse vincere, è l’esatto contrario, quello cioè, per così dire, induttivo, partendo dalla valorizzazione delle realtà locali sparse su tutto il nostro territorio.
Queste realtà sono proverbialmente diverse.
Fin dalle elementari, ognuno di noi sa perfettamente che l’Italia è il Paese delle “Cento Città”,
ciascuna delle quali ha una propria storia e soprattutto una propria identità, spesso irriducibile a quella della città – o del borgo – confinante.

Scriviamo queste osservazioni, tanto ovvie da risultare banali e tuttavia sconosciute a chi ha del nostro Paese una conoscenza soltanto superficiale, nel momento in cui l’unico superstite collante della sua “Unità”, cioè la Nazionale di calcio, viene a mancare.
Speriamo definitivamente, anche se tale bestemmia può costarci cara, perché almeno questa volta il Comitato Olimpico non potrà ripetere le malversazioni cui abbiamo assistito in occasione delle recenti Olimpiadi.

Si tratta di malversazioni rese lecite, fino al punto di venire impudentemente esibite, dalla condizione di “legibus soluti” in cui si muovono tanto il Comitato Nazionale Olimpico quanto le Federazioni,
che reclutano i loro dirigenti – non avendo dipendenti di rango inferiore – senza mai bandire un concorso pubblico, modificano mediante atti amministrativi la propria legge ordinativa e non rispettano le norme riguardanti l’adozione dei bilanci preventivi e consuntivi da parte degli enti pubblici.

Ci consola il fatto di sapere che non verrà aperta negli Stati Uniti nessuna “Casa Italia”, dove si sfamano a caro prezzo torme di cosiddetti “imbucati”, tutti quanti peraltro mandati in trasferta a spese del contribuente.
Meglio dunque tifare per i portacolori della propria città, come anche della più sperduta tra le borgate.

Qualche anno fa, perfino Pontedassio aveva una propria squadra di calcio.

L’ignoranza che regna dalle parti del “Nazareno” circa la geografia fisica, politica e storica dell’Italia è così crassa da spingere a domandarsi come i più alti funzionari del Partito abbiano potuto superare l’esame di maturità.

Abbiamo raccontato infinite volte come una volta venimmo ammessi rocambolescamente al cospetto del “Responsabile del Territorio”, che rispondeva al nome di Tramontana,
il quale esordì domandando in quale regione si trovasse Imperia.

Ciò spiega perché vincono quei candidati a sindaci e a “governatori” che sono espressione di un movimento dal basso.
Accade infatti che vari soggetti sociali e culturali, che possono anche riferirsi al Partito, ma nella maggior parte dei casi si costituiscono al di fuori di esso e non si sentono comunque tenuti a rendere conto delle proprie scelte alla Direzione e alla Segreteria nazionale, decidano di scegliere autonomamente chi proporre per le diverse cariche elettive e con quale programma presentarsi al giudizio dei cittadini.

Possamai, sindaco di Vicenza, città situata nel cuore del Veneto proverbialmente “bianco”, aveva diffidato i gerarchi del “Nazareno” dal farsi vedere dalle sue parti fino al giorno del voto.
E proprio per questo vinse.

Analoga scelta aveva compiuto la Todde in Sardegna,
permettendo soltanto alla Schlein di recarsi a Cagliari una volta acquisito il risultato.

Si trattava, in ambedue i casi (gli esempi sono tuttavia innumerevoli), di persone scelte “in loco”.

Orlando venne invece paracadutato in Liguria da Roma,
dove aveva fatto la carriera tipica del funzionario di partito, essendo l’unico superstite di questa genia di burocrati di stile sovietico, formati nella scuola delle Frattocchie,
dove si insegnava un marxismo non soltanto pietrificato come quello vigente nei Paesi del cosiddetto “socialismo reale”, ma anche ridotto al livello dei Bignami,
su cui fingevano di studiare gli asini sparsi dalle Alpi al Lilibeo.

I professori seri, come quelli che per fortuna abbiamo avuto noi, infliggevano addirittura sanzioni disciplinari a chi venisse trovato in possesso di questi opuscoli,
che venivano stampati in dimensioni tascabili precisamente per essere celati negli indumenti di chi non era in grado di capire i libri di testo.

Avvenne così che l’uomo della Spezia (il quale scontava già il precedente di ripetute sconfitte in casa, mentre Gattuso è quanto meno andato a perdere nel cuore dei Balcani) si esibisse a Camporosso con una sfilza di carneadi allineati sul palco, tutti quanti gerarchi di movimenti dell’estrema sinistra più marginale.

Invano tentammo di provocare un ampliamento della sua base elettorale, inserendo tra le liste a suo sostegno quella degli Autonomisti Liguri.
L’uomo preferì perdere pur di mantenere la propria inossidabile purezza ideologica e di allontanare ogni fonte di contagio eterodosso.

Rutelli, quando fu eletto sindaco di Roma, batté ogni record in fatto di liste fiancheggiatrici,
tra cui figurava quella del Partito Socialista Democratico, i cui componenti si suppone fossero stati riesumati nei cimiteri.

Né mancava un raggruppamento composto da elementi che si dichiaravano monarchici, guidati dalla Principessa Borghese, nipote del famigerato comandante della “Decima MAS”.

Perfino l’aristocrazia “nera”, che sempre ebbe in Giulio Andreotti il proprio referente politico, si era sentita coinvolta in un disegno di gestione democratica del Campidoglio.

La Todde riunì intorno alla propria candidatura una congerie di movimenti indipendentisti della Sardegna,
che non ottennero nessun seggio, ma risultarono determinanti per rovesciare la maggioranza in Regione.

Ad Imperia, in occasione delle elezioni comunali, gli Autonomisti Liguri avevano deciso di appoggiare uno dei candidati dell’opposizione, cioè il colonnello Zarbano.

Costui condivideva stranamente con l’ispettore Bracco – la loro accoppiata fu immediatamente soprannominata dal volgo “gli Sbirri” – lo stesso responsabile della campagna elettorale,
che si scoprì essere un infiltrato fascista.

Costui si adoperò naturalmente affinché non emergesse quel pluralismo di posizioni e di istanze che peraltro venne rifiutato anche nel caso delle regionali.

In particolare, non si voleva che l’apporto degli Autonomisti venisse dichiarato,
per non permettere che le loro istanze trovassero un’espressione.

Non risultando possibile acquisire dei seggi, né nell’uno né nell’altro caso, l’unico compenso che questo ancora piccolo (ma non insignificante) movimento poteva reclamare consisteva nel cosiddetto “diritto di tribuna”.

Che Zarbano lo negasse risultava inevitabile alla luce della successiva evoluzione del personaggio,
transitato in un movimento che si oppone alla Meloni in quanto la Presidente del Consiglio non viene ritenuta sufficientemente fascista.

Il colonnello era dunque comprensibilmente affetto dall’ossessione centralista.

Eppure, nell’opuscolo fatto circolare tra gli elettori – lo spreco di denaro perpetrato dall’alto ufficiale risultò memorabile – egli veniva immortalato mentre riceveva l’investitura quale cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio,
il cui Gran Maestro è Sua Altezza Reale Carlo di Borbone-Napoli, Duca di Castro e pretendente al trono delle Due Sicilie.

Si tratta di un’organizzazione dichiaratamente separatista, anche se operante in ambito metapolitico.

Ed anche se nelle sue fila si annoverano generali, ammiragli, ambasciatori e direttori generali di ministeri, tutti provenienti dalle grandi casate del Regno di Napoli, passate al servizio dello Stato unitario.

Il colore della “cappa magna” indossata da Zarbano rivelava che egli era un adepto del Borbone, ma la didascalia affermava falsamente trattarsi dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Gli Autonomisti Liguri chiedevano che si prendesse atto della loro rivendicazione, ma il colonnello – istigato dal responsabile della campagna elettorale – rifiutò questa istanza,
che non avrebbe peraltro comportato da parte sua nessuna adesione.

L’attuale Governo spagnolo gode dell’appoggio parlamentare determinante degli indipendentisti baschi e catalani.
I partiti “nazionali” convergenti hanno dovuto inserire nell’accordo con cui si è stipulata l’alleanza una presa d’atto delle rivendicazioni espresse da tali movimenti.

Non ci sarebbe stato nessuno scandalo se ad Imperia fosse avvenuta la stessa cosa.

Il comportamento del colonnello, in qualità di candidato, risultò anomalo anche per un’altra circostanza.

Dopo averci dapprima convocato, poi sconvocato, quindi riconvocato a condizione che venissimo previamente esaminati da un suo collaboratore, ci ricevette infine in un luogo aperto (forse temendo l’installazione di “cimici” nei locali chiusi), ma ci trattò con manifesta diffidenza,
malgrado fosse stato lui a proporci un abboccamento.

Noi gli riferimmo le circostanze in cui avevamo avuto l’onore di collaborare con alcuni ufficiali dell’Arma del suo stesso grado in importanti operazioni,
non certo per menarne vanto, ma per dimostrare che poteva fidarsi.

Il colonnello non volle riscontrare quanto da noi asserito, malgrado ciò fosse facilmente alla sua portata.

Evidentemente, l’intera operazione della candidatura era finalizzata a fare emergere gli oppositori al centro-destra.

Il colonnello ritiene forse che candidarsi a consigliere comunale, ovvero appoggiare un candidato, riveli la propensione ad attività illegali?
Il dubbio è quanto meno lecito.

Se proiettiamo questo atteggiamento sull’insieme delle prossime competizioni elettorali, ne concludiamo che l’opposizione non deve diffidare del pluralismo delle istanze disposte a convergere con il centro-sinistra.

Unità non significa infatti né unanimità né, tanto meno, uniformità.

Se si accetta l’apporto dei monarchici, i quali – in base alla Costituzione – possono realizzare i loro intenti soltanto per via rivoluzionaria (la forma istituzionale dello Stato non è infatti oggetto di revisione), perché non si accetta l’apporto degli autonomisti?

Come anche quello degli stessi indipendentisti, i quali si collocano nella prospettiva di una piena evoluzione democratica dell’Europa,
che può sfociare – in prospettiva storica – nel riconoscimento del diritto all’autodeterminazione da parte delle cosiddette “patrie negate”, sacrificate nel processo di formazione degli attuali Stati nazionali.

In conclusione, la sinistra può aspirare a vincere solo se si apre a tutto quanto di nuovo matura nella società,
superando quella pretesa di “reductio ad unum” che non fa parte soltanto del bagaglio ideologico, ormai obsoleto, proprio tanto dello Stato sabaudo quanto dello Stato fascista,
riflesso però anche nel centralismo cosiddetto “democratico”, che credevamo sepolto con Armando Cossutta.

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Mario Castellano  03/04/2026
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