Guerra in Medio Oriente, autodeterminazione e nuovi equilibri globali.
L’atteso discorso di Trump conteneva l’annuncio di una intensificazione della guerra contro l’Iran.
Quanto alla previsione riguardante la conclusione del conflitto, si tratta di una mossa consueta in simili situazioni, volta a motivare i combattenti con la prospettiva – in genere purtroppo illusoria – di infliggere al nemico il colpo finale.
Dopo di che si ritorna tutti a casa.
In realtà, il disegno strategico cui il Presidente degli Stati Uniti si adegua è quello concepito da Israele,
che in tanto porrà fine alla guerra in quanto avrà raggiunto il proprio obiettivo strategico,
consistente nel ridisegno del Medio Oriente secondo linee etniche e religiose che comportano la frammentazione degli attuali Stati,
i quali vennero costituiti nei loro attuali confini dai trattati stipulati dopo la Prima guerra mondiale.
Questo conflitto fu a sua volta provocato dalla cosiddetta “Questione orientale”, che tra l’Ottocento ed il Novecento aveva come principale teatro i Balcani, mentre ora il terreno principale dello scontro si è spostato nell’Asia Minore.
Il primo risultato che Israele persegue consiste nella costituzione in Stato indipendente del Kurdistan iraniano.
Ciò comporta però una totale sconfitta dell’attuale regime di Teheran, cui fa sempre seguito lo smembramento.
Quando dunque Trump si pone questo stesso obiettivo, ciò significa che il Presidente condivide sostanzialmente la strategia di Netanyahu,
con una aggiunta importante, che riguarda la divaricazione sempre più evidente – e sempre più irriducibile – tra l’America e l’Europa.
Se Trump arriva a minacciare la liquidazione dell’Alleanza Atlantica, ciò significa che intende porre il Vecchio Continente nell’alternativa tra essere abbandonato, quanto meno in prospettiva storica, alle pretese espansive della Russia e dell’Islam, ovvero sottomettersi completamente agli Stati Uniti,
abrogando la formale condizione di eguaglianza tra alleati ancora vigente nella NATO.
Ciò comporta anche, nel caso dell’Europa, una frammentazione degli attuali Stati nazionali.
Continua dunque, a distanza ormai di più di un secolo, il processo di emancipazione dei popoli, ispirato dapprima dal principio della sovranità popolare – contrapposta a quello di legittimità, su cui erano fondati i vecchi imperi – e poi da quel suo aggiornamento ed affinamento giuridico conosciuto con il nome di principio di autodeterminazione.
Questo processo si è intrecciato con il conflitto tra le grandi ideologie,
le quali hanno funzionato come armi a doppio taglio.
Da una parte, infatti, sono state in molti casi adottate dalle nuove classi dirigenti come strumento politico, utile tanto per interpretare la storia e tracciare i loro piani di azione quanto, soprattutto, per motivare le rispettive popolazioni.
Molti dei capi che hanno condotto all’indipendenza i Paesi già sottoposti al colonialismo avevano una radice marxista, o quanto meno si ispiravano genericamente al socialismo.
Tali ideali si sono però a loro volta trasformati in pretesto per giustificare un rapporto di subordinazione neocoloniale.
L’Unione Sovietica affermava teoricamente il principio di eguaglianza, tanto tra le persone quanto tra i popoli.
Per affermarlo compiutamente si rese però infine necessario sciogliere un vincolo che era ormai sostanzialmente di mera subordinazione.
Quanto rimane, e soprattutto quanto costituisce il “fil rouge” che collega tra loro movimenti diversi – a volte addirittura in reciproco conflitto – è tuttavia sempre la volontà dei popoli di rendersi indipendenti.
Durante la cosiddetta “Guerra fredda”, il parallelo accecamento ideologico portava gli uni a negare – tanto per fare due esempi – il diritto degli ungheresi di sottrarsi al dominio sovietico, e gli altri a tenere lo stesso atteggiamento contro gli algerini, che reclamavano l’indipendenza dalla Francia.
Lenin disse che non può essere libero un popolo che opprime un altro popolo.
Senza saperlo, il rivoluzionario russo, guardando alla realtà dell’impero, descriveva la condizione in cui si sarebbero trovati i suoi connazionali proprio per effetto della presa del potere da parte dei bolscevichi.
La miopia di chi non è in grado – sempre a causa di un pregiudizio ideologico – di cogliere quanto vi è di giusto nelle rivendicazioni nazionali ha continuato a contraddistinguere i soggetti più diversi.
Noi ci trovavamo a Roma nel periodo compreso tra il referendum per l’indipendenza della Catalogna e la sua proclamazione.
“La Repubblica”, ispirata da quella “holding” politico-economica che gestisce il suo gemello spagnolo, cioè “El País”, facente capo a Felipe González, condusse una campagna contraria a questa rivendicazione,
giungendo a diffamare i dirigenti della Generalitat, finiti in carcere o in esilio.
Si cercava di conferire alla repressione – del tutto ingiustificata, non essendo assolutamente scorso il sangue – qualche motivazione politica e giuridica.
In realtà, tale atteggiamento era fondato soltanto su interessi economici.
La battaglia fu perduta e noi – dopo averla seguita da vicino, grazie alla frequentazione della rappresentanza in Italia della Generalitat di Catalogna – paragonammo questo esito (peraltro prevedibile) con i tentativi esperiti prima dall’Ungheria e poi dalla Cecoslovacchia per sottrarsi al dominio sovietico sull’Europa orientale,
che in prospettiva storica avevano tuttavia anticipato quanto sarebbe avvenuto nell’Ottantanove,
quando il movimento investì tutta l’area dell’Europa orientale.
Lo stesso avverrà un giorno per la parte occidentale del continente.
Lo testimonia paradossalmente ciò che è avvenuto a Napoli quando il Re di Spagna è stato acclamato come un sovrano, dando fiato – forse inconsapevolmente – alle aspirazioni separatiste del Meridione.
Per il momento, rimane la testimonianza delle aspirazioni dei popoli,
che risultano sempre incontenibili nel lungo periodo.
Tenendo conto di queste esperienze, come dobbiamo collocarci dinanzi all’attuale guerra nel Medio Oriente?
Lasciamo da parte il diritto all’autodeterminazione dei curdi, la cui realizzazione è ancora “in nuce”, e domandiamoci piuttosto perché il nazismo ed il fascismo furono dei fenomeni regressivi rispetto alle conquiste ottenute con la Prima guerra mondiale.
Mussolini aveva esordito in politica internazionale sottomettendo l’Etiopia e poi partecipando all’aggressione contro la Repubblica spagnola.
La Seconda guerra mondiale iniziò a sua volta con l’invasione di molti Stati indipendenti,
dando origine ad una Resistenza che portò non soltanto alla liberazione, ma anche al successivo processo di decolonizzazione.
I soldati indiani e nordafricani che avevano combattuto per l’Inghilterra e per la Francia concepirono, in base a questa esperienza, di emanciparsi a loro volta.
L’Iran proclama, dall’instaurazione del regime teocratico, l’intenzione di distruggere lo Stato di Israele.
Noi, che avevamo simpatizzato con la rivolta del 1979 contro un regime neocoloniale imposto agli iraniani dall’esterno, quando venne rovesciato il governo nazionalista di Mossadeq, fummo a favore di Khomeini.
Non possiamo però seguire i suoi eredi quando intendono negare agli israeliani il diritto all’autodeterminazione,
che può essere tutelato, date le circostanze, soltanto con la forza delle armi.
Più in generale, l’attuale vicenda dimostra come i popoli che rivendicano l’indipendenza possano a volte conseguirla e difenderla solo cercando alleanze nelle potenze straniere ed approfittando delle loro rivalità.
Gli ucraini e gli israeliani hanno evidentemente trovato una sponda nell’Occidente, ma ciò che conta è valutare se la loro causa sia giusta o meno,
ed è giusta in quanto vale anche per questi Paesi il principio di autodeterminazione,
che viene invocato anche dai curdi.
Il processo di emancipazione dei popoli si può paragonare alla frammentazione dei diamanti, che si suddividono in diamanti sempre più piccoli, ma tutti della stessa forma.
Noi auspichiamo dunque che Israele possa vedere affermata e riconosciuta la propria indipendenza ed il proprio diritto all’esistenza.
Sappiamo che ad Imperia molti sono animati dall’intenzione opposta.
Ricordiamo a questi signori che in passato – a causa dei loro interessi economici – si erano pronunciati contro l’indipendenza delle Repubbliche che ora si chiamano “ex jugoslave”, collocandosi dalla parte sbagliata.
La storia darà nuovamente torto agli eredi del “Partito della Selvaggina”.
Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo precisa, in qualità di Presidente dell’Accademia della nostra lingua, che l’espressione italiana “gli iraniani” si traduce con “i raniani”.
In “braccese” esiste infatti soltanto l’articolo determinativo maschile plurale “i”.
Ciò determina la caduta della vocale iniziale del sostantivo.
Ringraziamo l’amico “Braccioforte” per la segnalazione.