Mario Pianesi: ritratto, ascesa e mito di un fondatore
Che cosa dire in morte di Mario Pianesi?

L’amicizia personale non si tradisce e non si rinnega mai, per nessun motivo.
Ci associamo dunque, per prima cosa, al dolore dei familiari.
Ed è proprio dal nostro rapporto personale con Pianesi che inizia il nostro ricordo.

Un giovane proveniente dalla profonda provincia italiana – l’Adriatico essendo più periferico del Tirreno – era stato congedato dal servizio militare con una “bassa di passaggio” per l’ospedale (militare anch’esso), contenente – ahimè – una prognosi infausta di epatite virale castrense fulminante.
Per cui il poveretto venne mandato a casa a trascorrere i suoi ultimi due mesi scarsi di vita.

A questo punto, l’uomo reagì e si mise in testa – avendo letto i libri di un oscuro studioso giapponese di scienza dell’alimentazione – di guarire sé stesso, nonché tutti gli altri sventurati afflitti dalla stessa malattia mortale, o altre simili.

Il personaggio non amava le mezze misure e dunque ordinò – naturalmente a credito, non avendo in tasca il becco di un quattrino – un intero pianale di erbe medicinali, che venne scaricato, tra l’incredulità dei ferrovieri e dei compaesani, allo scalo merci della stazione di Corridonia.

La storia non dice in qual modo tale ingente quantità di materiale potesse venire immagazzinata in un bugigattolo di Sforzacosta, sconosciuta frazione di Macerata mai prima sfiorata dalla grande storia.

Il Nostro proveniva infatti dall’antica città picena di “Helvia Recina”, i cui abitati avevano resistito ai Romani al pari dei Sanniti.

Pianesi cominciò così a smerciare i suoi farmaci ed alimenti miracolosi, chiamati “omeopatici”, facendo entrare il termine stesso nella lingua italiana.

Nel monachesimo orientale esiste la figura – immortalata da Dostoevsky nel personaggio di padre Zassima – dello “ieroschimonaco”, il quale si contraddistingue per portare un particolare indumento, detto appunto lo “schima”, ma soprattutto per osservare una regola più severa di quella vigente per i confratelli.

Non pago di abolire la carne, i latticini e tutti i loro derivati, Pianesi vietò a sé stesso, ed ai sempre più numerosi seguaci accorsi fin dalle più remote borgate del Piceno, perfino le patate, le melanzane, i peperoni ed i pomodori.

Nacque così – sulla falsariga dei precetti codificati dal giapponese Georges Ozawa – la “dieta pianesiana”.

Nella quale, in analogia con i “gironi” dell’Inferno di Dante, ci si addentrava rendendola sempre più severa.

Esistevano infatti quattro livelli, detti P1, P2, P3 e P4.

Progredendo in tale “descensus Averni” alimentare, si ascendeva per converso nella gerarchia del movimento.

Poco importava se qualcuno cadeva lungo il percorso, come accadde purtroppo a tale Gianfranco Monachesi, dapprima pugnalato da un nemico dei “pianesiani”, e poi morto letteralmente – a quanto ci viene riferito – di fame, avendo però pagato la retta dell’ostello di Urbisaglia osservando fino all’ultimo giorno la più estrema “dieta pianesiana”, consistente in rape e bietole bollite senza olio, condite soltanto con il sale.

Il culto della personalità accomunava la consorteria, presto diffusa in tutta Italia, con i regimi comunisti.

L’ideologia venne affinata progressivamente, man mano che il seguito dei fedeli cresceva.

In essa c’era un poco di tutto: dal buddismo, imposto come religione ufficiale – ogni mattina gli adepti accendevano gli “agaratti” ed intonavano un “mantra” detto “la Contraerei”, in quanto volto a stornare le minacce di morte incombenti su Pianesi, essendo ritenuto il fondatore la vittima designata dei complotti orditi dalle grandi multinazionali dell’alimentazione.

Nella ricetta entrava anche una spruzzata di ideologia “brigatista”: le analisi economico-politiche diffuse mediante la rassegna stampa del movimento, equivalente della “Pravda”, riecheggiavano gli anatemi di Renato Curcio e soci contro lo “Stato imperialista delle multinazionali”.

Qui però iniziavano le contraddizioni.

Mentre agli adepti veniva imposto di contestare per principio ogni autorità, sul palco dei convegni indetti dal movimento venivano regolarmente omaggiati i capi della polizia ed i generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Se i seguaci dovevano disobbedire alla “Benemerita”, i capi se la intendevano, a quanto pare, molto bene con i suoi vertici, i quali – insieme con una pletora di illustri cattedratici delle varie facoltà di medicina – esaltavano da un lato i poteri terapeutici miracolosi delle diete “pianesiane” e dall’altro elogiavano la funzione preventiva della criminalità giovanile affidata al movimento, cui venivano dati “in affidamento” i poveri ragazzi tossicodipendenti.

I quali, come i loro colleghi di San Patrignano, divenivano dipendenti da Pianesi, da sua moglie e dai suoi collaboratori, e soprattutto costretti al lavoro coatto, come i forzati mandati in Siberia o alla Caienna.

Di qui l’accusa di “riduzione di persone in schiavitù”, che segnò la rovina del movimento, travolto dalle indagini di polizia giudiziaria.

Condotte – “sic transit gloria mundi” – da quegli stessi ufficiali che affollavano fino a poco prima i convegni di medicina ed alimentazione macrobiotica.

L’unico ad uscire rovinato dalla vicenda fu proprio il povero Pianesi, mentre la pletora di burocrati e di gestori di alberghi, ristoranti, negozi di alimentari e perfino ditte specializzate nei prodotti “macrobiotici” si era viceversa arricchita.

Agli avvocati difensori venne ceduta – a mo’ di “onorario” – la favolosa villa di San Severino Marche, costruita con materiale ignifugo e con criteri antisismici, destinata a divenire il Vaticano del movimento.

Tra questa lussuosa residenza e l’umile sede iniziale di Sforzacosta, dove i fedeli continuavano ad affluire come i musulmani alla Mecca, i cristiani a Betlemme e gli israeliti al Muro del Pianto, correva la stessa differenza che separa la grotta di Betlemme dai palazzi apostolici.

Pianesi, unico idealista in una pletora di profittatori, ritornò alle sue umili origini, essendo abbandonato dagli adulatori, come sempre avviene in questi casi.

Ritorniamo dunque alla domanda iniziale.

Nella storia della provincia italiana – la “humilis Italia” cantata da Virgilio – appaiono periodicamente dei personaggi venuti dal nulla ma proiettati nella leggenda.

Michele Pezza, detto “Fra’ Diavolo”, Stefano Pelloni, soprannominato “il Passatore”, Padre Pio da Pietrelcina o il “banchiere di Dio” Giuffré erano briganti o eroi, impostori o santi, ciarlatani o persone serie?

Probabilmente, indagando le loro vicende in modo spassionato, ci si accorgerebbe che c’era in ciascuno di loro un poco dell’una ed un poco dell’altra cosa.

Il mito ha però bisogno del chiaroscuro, non tollera le sfumature in quanto può soltanto esaltare od esecrare.

A Pianesi qualche compaesano addebita addirittura l’uxoricidio, mentre altri lo venerano come un taumaturgo.

Di questa ambiguità sono fatte tutte le leggende, ed ormai Pianesi non è più un uomo, bensì, per l’appunto, è stato trasfigurato nella leggenda.

Poco importa se per alcuni si tratta di una leggenda “nera”.

Ciò vale solo ad accrescere la venerazione dei seguaci, per i quali ogni accusa è diffamazione e dunque testimonia “a contrario” la positività e la mitica grandezza dell’uomo.

Per questo motivo non ci potrà essere alcun successore.

Dei due figli, Marco e Matteo, l’uno non è decisamente all’altezza del padre, anche se ha sempre esercitato con umiltà e disciplina le mansioni di cameriere nei ristoranti macrobiotici.

L’altro ha rilasciato un’intervista per accreditarsi per l’appunto quale successore.

Senza tenere conto che i personaggi delle leggende non vengono nominati da alcuna autorità, né tanto meno da loro stessi, bensì soltanto dalla “vox populi”.

Che deve considerare irripetibile l’eroe per venerarlo.

Poi c’è tutta la sterminata corte – o coorte – dei “collaboratori”.

Cui si confà di più la definizione di “collaborazionisti”.

I massimi gerarchi, come Giovanni Bargnesi, Andrea Sacchetti ed Antonio Ridolfi, sono dei grigi burocrati.

Privi dell’aura mistica che circondava il fondatore.

Il giapponese, chiamato dal Sol Levante in quanto figlio di Ozawa, benché si cimentasse in tutt’altro ramo dello scibile – faceva infatti l’architetto di interni in California – è ritornato in patria.

Un personaggio molto influente è il signor Ciro, detto “l’Ottavo Re di Roma”, il cui potere è però soltanto di carattere finanziario, essendo proprietario del laboratorio di analisi che dispensava l’ambita “etichetta pianesiana”.

Antonio “il claudicante” – così detto per la sua vistosa zoppia – è il capofila del Meridione, come sempre compatto dietro ai propri portabandiera, ma risulta troppo periferico rispetto alle origini del movimento, collocate a cavallo dello storico confine del Tronto, che divide le Marche dall’Abruzzo.

La vedova esce da tutta questa storia come la “strega cattiva” della situazione.

Destinata ad essere demonizzata dalla rabbia dei seguaci, che l’accusano di avere monopolizzato ed usato per propri fini il marito, ormai obnubilato dall’età.

Esattamente come la vedova di Mao Tse Tung, Loredana Volpi è divenuta il capro espiatorio di tutte le malefatte consumate nel tramonto del regime.

La sua fuga verso la nativa Bergamasca sarà dunque senza ritorno.

Le altre donne possono invece continuare a svolgere quel ruolo di protagoniste del matriarcato già instaurato nel movimento.

L’elenco è lunghissimo, e va da Antonella Olivanti ad Anna Modica, l’una marchigiana e l’altra abruzzese.

Concittadina, per giunta, di Gabriele D’Annunzio.

Come il Vate era preso dalla missione di cantare i destini dell’Italia, così la sua compaesana tesse sistematicamente le lodi del movimento.

C’è poi Claudia Umani di Roma, la quale – “nomen omen” – rappresenta un pianesismo per l’appunto umanizzato dalla moderazione ed attenuato nei precetti.

Di cui invece Anna Modica si atteggia ad inflessibile vestale.

Ci sono poi le sudtirolesi Hanna e Marea, nonché la loro madre, imparentate con Ozawa.

Quest’ultima è ormai troppo anziana per rivestire un ruolo non solo onorifico, mentre le figlie uniscono il rigore teutonico con quello nipponico.

Una delle due ha anche sposato un ufficiale della Finanza, convertito al “pianesismo”, che in origine aveva strenuamente combattuto – come San Paolo sulla via di Damasco.

Anche questa gente è però lontana, per origine e per mentalità, dalle radici picene ed adriatiche del movimento.

I dirigenti della “Unisalvia” hanno invece imboccato la via dello scisma e dell’eresia.

Per loro conta soltanto il “business”.

Come per Andrea Pepi, che si è messo a commerciare alimenti naturali per suo conto a Potenza Picena.

A lui si deve l’invenzione della “ciobacca”, un alimento che i musulmani scomunicherebbero come “haram”.

Le rivoluzioni mangiano i propri figli.

Si può dunque ipotizzare una sequela infinita di guerre intestine.

L’altra domanda riguarda che cosa era il movimento, e dalla risposta dipende la sua sopravvivenza.

Abbiamo detto del disinteresse, assoluto ed indiscutibile, dimostrato da Mario Pianesi.

Per quanto riguarda invece i seguaci, “sunt lacrimae rerum”.

Il processo non ha riguardato paradossalmente la domanda centrale, su chi fosse in realtà il fondatore.

Essendo la verità sempre irraggiungibile, conta soltanto ciò in cui si crede.

È infatti ciò in cui si crede a determinare le azioni umane.

Noi, avendo osservato il movimento dall’interno, abbiamo assistito ad uno spettacolo curioso.

I primi papi morirono tutti come martiri.

Ci vollero molti secoli prima che la Chiesa fosse affidata ad Alessandro VI Borgia.

Nel caso del “pianesismo”, è come se a San Pietro fossero succeduti immediatamente i papi corrotti del Rinascimento.

Il movimento riguardato dal processo era già infatti una sorta di corte di Bisanzio.

Mentre Loredana Volpi agiva come l’imperatrice Teodora, uguagliandola nelle trame, ma non certo nella lungimiranza, in periferia succedeva di tutto.

Ricordiamo, come esempio, le povere ragazze gettate nel letto degli ufficiali della Guardia di Finanza, per far chiudere loro tutti e due gli occhi su di una elusione fiscale che alla fine ha generato la voragine in cui tutto è sprofondato.

Fin qui, si obietterà, il fine può giustificare i mezzi.

Non si giustifica invece il fatto che altre povere ragazze venissero costrette a soddisfare le urgenze omosessuali di certe “capocentro” lesbiche.

Essendo ricattate con la minaccia di passare per pazze.

Come dimostravano i fascicoli raccolti nell’archivio di Urbisaglia, fatto sparire per tempo.

Non prima, però, che vi potessimo gettare uno sguardo.

Il che ci valse l’allontanamento dal Tiglio.

Non potemmo presentarci al processo quale testimone proprio perché intervenne il patteggiamento.

Non sappiamo se Matteo Pianesi vincerà la sua guerra di successione, ma ci permettiamo un consiglio.

Nel nome della memoria di suo padre, che rimarrà sempre per noi quella di un amico fedele e disinteressato, revochi l’ordine di servizio dell’associazione in base al quale si è indagata fino ad ora la nostra vita privata.

E smetta di sprecare soldi per prendere informazioni su di noi: le persone che le trasmettono raccontano soltanto fandonie.

Concludiamo con il grido “Un punto macrobiotico nel mondo”.

Avendo però l’impressione che sia un “punto e basta”.

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano  06/04/2026
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved