Geopolitica, Fede e Identità: il ruolo del Papa tra guerra e morale
Mentre scriviamo, non siamo ancora in grado di comprendere se la guerra contro l’Iran sia, quanto meno temporaneamente, interrotta per effetto della tregua annunciata da Trump, oppure se siamo in presenza – viste le ultime notizie da Israele – di una nuova, più sfacciata e più gigantesca operazione speculativa.

Il prezzo del petrolio era infatti già sceso prima dell’annuncio del Presidente, intervenuto nel cuore della notte secondo l’orario europeo.

Segno che la speculazione sulla materia prima energetica era già in atto, trovandosi alcuni operatori al corrente di quanto Trump avrebbe di lì a poco proclamato. Costoro erano evidentemente già informati dell’annuncio della tregua.

Aspettando di saperne di più, e riservandoci di ritornare domani sull’argomento, ci soffermiamo a valutare il tenore dei discorsi pronunciati dal Papa durante il Triduo Pasquale.

Questi sono i più attesi dell’anno, non solo in quanto la solennità della Morte e Resurrezione di Gesù Cristo è senza dubbio la più importante dal punto di vista della nostra religione, ma anche perché, a Pasqua e a Natale, l’attenzione dei mezzi di comunicazione si concentra logicamente sul Vaticano.

Vittorio Messori è morto proprio il Venerdì Santo, lo stesso giorno in cui ciò accadde a Mozart, il quale aveva appena finito di comporre un brano musicale ispirato alla Passione.

Il nostro noto e apprezzato saggista sarebbe stato contento nel constatare come il Papa, celebrando la sua prima Settimana Santa, abbia seguito alla lettera le raccomandazioni espresse dal pensatore cattolico.

Messori non sopportava che la Chiesa gerarchica si dedicasse alle questioni politiche e sociali invece di ribadire le grandi Verità della Fede. Ed aveva certamente ragione, in quanto ogni pronunciamento dell’Autorità religiosa che esuli dall’ambito strettamente spirituale presenta due rischi.

Il primo consiste nella possibilità di esporre contenuti sbagliati, esprimendo opinioni personali dei singoli vescovi e sacerdoti, legate per di più alla contingenza, che risulta spesso difficile da decifrare.

L’altra insidia è invece provocata dal fatto che la Chiesa, nel prendere posizione sulle vicende temporali, finisce necessariamente per dividere i fedeli.

Quando invece ci si riferisce alle Verità proprie della Trascendenza, si rimane sempre nell’ambito del comune denominatore che accomuna tutti i credenti, per cui nessuno si sente escluso udendo propagandare opinioni che, pur essendo degne del massimo rispetto, non è comunque tenuto a condividere, non facendo parte del cosiddetto “Depositum Fidei”.

La tentazione di esprimersi sulle vicende temporali risultava tanto più forte, in occasione di questa Settimana Santa, quanto più gravi e preoccupanti erano le minacce per la pace.

Davanti alle quali, Prevost ha voluto attenersi all’essenza del suo Magistero, che consiste nel confermare i cristiani nella fede.

Le cui verità possono – anzi debbono – venire interpretate in riferimento all’attualità, ma evitando con cura di ripartire le ragioni e i torti tra le diverse parti in contesa.

Stando così le cose, sembra addirittura che il Papa abbia lasciato da parte – sia pure temporaneamente, e per necessaria prudenza – il disegno storico proprio del suo pontificato, che consiste nel ristabilimento di un soggetto temporale, investito dal potere spirituale e ispirato al Cristianesimo.

Data l’ampiezza di questo progetto e l’eterogeneità dei soggetti coinvolti – non si dimentichi che le vicende dell’età moderna hanno ulteriormente differenziato i popoli cristiani d’Europa – il comune denominatore si può trovare soltanto nelle grandi Verità della Fede.

Il che significa depurarle di tutti gli orpelli interpretativi, come pure rifuggire da ogni riferimento alle situazioni contingenti.

Quando la Commissione presieduta da Valéry Giscard d’Estaing venne chiamata a redigere la cosiddetta “Costituzione” dell’Europa, ci capitò di criticare l’omissione di ogni riferimento alla sua comune identità giudaico-cristiana.

Che l’ex Presidente della Francia volle omettere – pur essendo credente e praticante – temendo l’accusa di voler edificare uno Stato confessionale.

Nulla è più lontano dal nostro modo di pensare della rivendicazione di una coincidenza tra la norma dello Stato e il precetto della religione.

Se però l’Europa si proponeva di costituire un unico soggetto, doveva necessariamente definire in primo luogo i propri confini, che coincidono con quelli raggiunti dalla primitiva diffusione del Cristianesimo, nel cui ambito è maturato il suo pensiero filosofico.

Grazie al quale la nostra religione rappresenta il maggiore elemento costitutivo delle diverse identità nazionali, che, essendo condiviso da tutte, è anche il fondamento dell’identità comune del continente.

L’Europa, quale è stata invece definita – o meglio non definita – dalla “Commissione Giscard”, non ha confini, né risulta dotata di una dimensione spaziale o culturale, proprio in quanto è priva di una identità.

La democrazia liberale, che viene viceversa citata nella sua “Costituzione”, costituisce certamente un metodo di governo irrinunciabile, ma il metodo è altra cosa rispetto al contenuto e alla sostanza.

Quanto l’Autorità temporale ha rifiutato a suo tempo di fare, lo fa ora solennemente la massima Autorità spirituale.

Il Papa non si è peraltro riferito allo specifico cattolico, quanto alle Verità condivise da tutto il Cristianesimo.

La Santa Sede ribadisce certamente la propria neutralità militare ed anche politica, ma non può rimanere indifferente quando è in gioco l’identità spirituale, che deve essere preservata, anche se spetta alla coscienza individuale di ciascuno scegliere come impegnarsi per difenderla e perpetuarla.

Si riaffaccia dunque inevitabilmente la necessità di distinguere la ragione dal torto.

Il Papa non pretende di compiere questa scelta in nostro nome, né tanto meno di imporcela. Egli però ricorda che essa risulta necessaria.

Il Venerdì Santo, Prevost ha parlato al telefono con il Presidente di Israele e con il Presidente dell’Ucraina.

Il fatto di scegliere proprio questa ricorrenza – nella quale per secoli i cristiani hanno attribuito agli israeliti la colpa dell’uccisione di Gesù Cristo – ha un significato spirituale che va ben oltre l’attuale contingenza, volendo negare alla radice il principale falso fondamento dell’antisemitismo.

Questo gesto può e deve però anche essere inteso come riferito al presente.

Lo Stato di Israele ha il diritto di esistere, non solo perché così esige il principio di autodeterminazione – questo è pur sempre un riferimento al diritto – ma soprattutto in quanto ciò risulta necessario se si vuole evitare un’altra suprema ingiustizia ai danni degli ebrei.

Su tutti gli aspetti del contenzioso in atto nel Medio Oriente si può dissentire, ma non sulla illiceità di una nuova discriminazione ai danni di questo popolo, con cui dobbiamo dunque solidarizzare, a prescindere da quanto si può pensare in merito ai rapporti tra gli Stati e alle scelte dei loro governi.

Il Papa ha voluto dunque sottolineare con il suo gesto una discriminante ineludibile sul piano morale.

Quanto al colloquio con il Presidente dell’Ucraina, anche in questo caso Prevost ha inteso affermare che la ricerca della pace non può compiersi a danno del rispetto dei diritti di ciascun popolo.

Anche questa è una discriminante ineludibile, che il Papa ha voluto implicitamente ribadire.

Se le verità della fede riguardano la teologia e non la politica, sono comunque inevitabili le loro applicazioni alla morale.

Osservando la libertà di coscienza, il Papa non dice ai credenti che cosa debbano fare in concreto, quali scelte essi debbano compiere nella contingenza storica.

Prevost si limita a ribadire le Verità cristiane, essendo certo che la fede sappia ispirare a ciascuno il giusto operare.

Tutti i credenti ricercano una teofania nelle vicende umane. A lungo si è però creduto che questa dovesse identificarsi con l’affermazione di una particolare ideologia, o peggio con una determinata agenda politica.

Il Papa ci ricorda che questo atteggiamento errato ha finito per creare una sorta di diaframma tra la fede e l’azione umana, portando a trascurare le verità rivelate.

Prevost ci ricorda che è tempo di ritornare alla Parola di Dio, che guida la storia secondo il Suo disegno.

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Mario Castellano  09/04/2026
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