Isteria bellicista – recensione e analisi tra Barbero e De Mattei
Alessandro Barbero, Isteria bellicista, Laterza Editore, Bari, 2026, 54 pagine, s.i.p.

Non accade così spesso di dover iniziare la recensione di un libro commentando un testo diverso; tuttavia, l’agile saggio dell’ottimo e insigne storico professor Barbero, da poco distribuito dall’editore Laterza, acquista ulteriore attualità alla luce di quanto affermato nei giorni scorsi da un altro studioso, il professor Roberto De Mattei, sul suo giornale elettronico, denominato “Corrispondenza Romana”.

Il noto esponente del tradizionalismo cattolico, preso evidentemente dal proprio zelo apologetico, ravvivato dall’ascesa al soglio di Pietro di papa Prevost – con il quale condivide il “penchant” per il Partito Repubblicano degli Stati Uniti quale referente – afferma che nel mondo si confrontano attualmente, e anzi già si combattono, diversi soggetti, tutti motivati da un proprio disegno di carattere “messianico”.

De Mattei parte dalla negazione di un principio proprio, in particolare, della storiografia marxista, secondo cui la causa sostanzialmente esclusiva delle guerre sarebbe costituita dai conflitti di interessi. In base a questa concezione, il conflitto in corso nel Golfo Persico rappresenterebbe il risultato della competizione per accaparrarsi le materie prime energetiche.

In realtà, secondo questa lettura, le cause che Marx attribuiva a ciò che il “profeta di Treviri” definiva “struttura” risulterebbero secondarie rispetto a quelle originate dalla “sovrastruttura”: cioè, in sostanza, dalle idee o, più precisamente, dalle convinzioni religiose. Queste ultime, dato il loro radicamento nelle masse, prevalgono sulle convinzioni filosofiche, che coinvolgono soltanto le élite intellettuali.

A ben vedere, questo esito era già stato prefigurato da Huntington quando aveva suddiviso il mondo in base alle diverse “culture”, spesso coincidenti con le fedi religiose. Egli prevedeva che le diverse identità, una volta tramontato il disegno di una “reductio ad unum” del mondo – ritenuto destinato a essere omologato da una delle grandi ideologie della prima metà del Novecento – si sarebbero spartite le rispettive zone di influenza.

Tuttavia, questi soggetti non divergono soltanto sulla definizione dei confini, né si affrontano unicamente in conflitti marginali legati alla loro delimitazione. I disegni messianici sono certamente connaturati alle varie identità religiose, ma le loro pretese risultano così ampie da poter generare conflitti mortali.

De Mattei cita, in particolare, l’ambizione, coltivata da alcune componenti dell’ebraismo – e in particolare da quelle egemoni nello Stato di Israele – di ricostruire il Tempio. Se ciò avvenisse – e vi è chi già ha avviato i lavori, forte di ingenti finanziamenti e rilevanti protezioni – il contenzioso con l’Islam potrebbe assumere dimensioni apocalittiche.

Non è infatti chiaro se la riedificazione del massimo luogo santo israelitico possa avvenire senza demolire le due moschee – quella di Omar e quella della Roccia – che rappresentano il terzo luogo santo dell’Islam, dopo La Mecca e Medina. Su tale spazio sacro gli sciiti tentano di affermare la propria egemonia, che si realizzerebbe, secondo la loro credenza, con la riapparizione del “Mahdi”, il dodicesimo (secondo altri il settimo o il quinto) Imam, scomparso in una caverna di Samarra nell’anno 873 e destinato a riapparire alla fine dei tempi.

Vi è poi il messianismo della Russia, che – presupponendo che Mosca rappresenti la “Terza Roma” – intende unificare il cristianesimo sotto la guida del proprio patriarcato, il quale già contesta il primato di quello ecumenico di Costantinopoli. Questo disegno comporterebbe, secondo alcuni, la conquista di Roma, da cui verrebbe sloggiato il papa, ritenuto complice della decadenza morale dell’Occidente.

Quanto agli Stati Uniti, le correnti messianiche presenti tra gli evangelici (ma anche in una parte consistente del cattolicesimo nordamericano) oscillano tra l’assecondare il disegno proprio di Israele e il sostenerne uno diverso – non è chiaro se alternativo o complementare – volto a fare del presidente una sorta di nuovo Sacro Romano Imperatore.

De Mattei afferma che il cattolicesimo romano costituisca il solo grande soggetto religioso immune da ciò che egli definisce “messianismo”. In realtà, esiste anche un disegno “carolingio”. Quanto esso sia coltivato dall’attuale pontefice è difficile dirlo, ma pare che Prevost non ne sia del tutto immune.

Ciò che manca a questo disegno è la necessaria base popolare, dal momento che riguarda proprio quella parte del mondo cristiano – l’Europa occidentale – più colpita dal processo di secolarizzazione. Tali propositi potrebbero quindi realizzarsi solo conciliandosi, in posizione inevitabilmente subalterna, con quelli propri della leadership statunitense.

Trump – o Vance – sarebbero, in altre parole, disposti a contribuire a una restaurazione del Sacro Romano Impero purché il suo sovrano provenisse dall’altra sponda dell’oceano.

Tralasciamo in questa sede ogni considerazione sulla compatibilità di tali progetti – ammesso che la Santa Sede li coltivi realmente – con i principi del cattolicesimo liberale, che fu in auge dopo il Concilio, si offuscò sotto Giovanni Paolo II e infine riemerse con il pontificato di Bergoglio, grazie al quale molti si sentirono nuovamente pienamente reintegrati nella comunità dei credenti, dalla quale non vorrebbero essere nuovamente emarginati.

Tanto più che l’accusa di “modernismo” appare oggi quantomeno anacronistica, dal momento che le posizioni un tempo condannate da Pio X risultano ormai diffuse nell’insegnamento impartito da tutte le facoltà pontificie, in primis quelle situate nell’Urbe.

Veniamo ora al libro del professor Barbero, che descrive efficacemente come la “Grande Guerra” fosse stata preparata proprio in quel periodo storico – ricordato come la “Belle Époque” – che sembrava rappresentare l’apice della stabilità mondiale.

Allora, come oggi, le cosiddette “grandi potenze”, coltivando progetti strategici reciprocamente incompatibili, non solo si riarmavano, ma preparavano anche le rispettive popolazioni allo scontro militare. I romanzi di fantapolitica o fantastoria, molto diffusi all’epoca, contribuivano a demonizzare il nemico, talvolta persino identificandolo erroneamente.

Vi era, ad esempio, chi prevedeva un’invasione dell’Italia da parte della Francia. In effetti, la Triplice Alleanza, stipulata nel 1882, era ancora formalmente vigente. Tanto che la firma dei Protocolli di Londra da parte di Sonnino, avvenuta a guerra già iniziata, provocò un rapido e disastroso spostamento dell’esercito italiano dal confine nord-occidentale a quello nord-orientale, dove le truppe, non essendoci sufficienti caserme, furono costrette ad accamparsi.

Oggi, autori come Oriana Fallaci e Michel Houellebecq vendono milioni di copie descrivendo un’ipotetica invasione islamica dell’Europa occidentale, interpretando fenomeni migratori di natura economica come esiti di una pianificazione militare.

Se i metodi di preparazione delle masse al conflitto restano simili, mutano profondamente i soggetti destinati a scontrarsi. Alcune delle grandi potenze tra Otto e Novecento rappresentavano l’espressione massima del nazionalismo, fondato sul principio di sovranità popolare, contrapposto al principio di legittimità di origine divina proprio degli imperi.

L’Intesa vinse la guerra anche perché fu capace, più dei propri avversari, di proporre alle masse mobilitate un ideale condivisibile: la legittimazione degli Stati attraverso il consenso popolare.

Al termine del conflitto, ciò produsse due conseguenze. La prima fu la nascita di regimi di massa, che integrarono il popolo nello Stato, sebbene attraverso un forte inquadramento ideologico e una disciplina di tipo militare, come avvenne in Italia con il regime fascista. La centralità del popolo divenne comunque irreversibile e costituì la base anche dei regimi successivi alla Seconda guerra mondiale.

La seconda conseguenza, ancora oggi attuale, riguarda l’aspirazione dei popoli all’indipendenza, già emersa nel corso della Grande Guerra e poi sviluppatasi soprattutto a partire dal 1945.

Persino l’Unione Sovietica, massima espressione dello Stato ideologico, utilizzò il comunismo come strumento di espansione del nazionalismo russo, soprattutto a partire da quando Stalin abbandonò l’idea della rivoluzione mondiale per sostenere il “socialismo in un solo Paese”.

Oggi, caduti gli orpelli ideologici, l’identitarismo si manifesta nella sua forma più autentica, che può essere nazionale, regionale o religiosa. Quando è religioso, tende a superare i confini; quando è regionale, tende invece a crearne di nuovi, spesso più ristretti.

Gli esempi sono numerosi: se l’Iran mira a unificare la “umma” islamica sotto la propria guida, Israele sostiene le aspirazioni dei curdi all’autodeterminazione.

Prevarranno inevitabilmente le identità più radicate, e dunque più forti. Alla fine, sarà necessario ridisegnare l’atlante politico del mondo, e quello attuale verrà relegato al ruolo di atlante storico.

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Mario Castellano  09/04/2026
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