Chiesa e potere temporale: dalla realpolitik alla libertà di coscienza
La Domenica 12 Aprile 2026, Pasqua ortodossa, verrà ricordata nella storia come il giorno del trionfo della “realpolitik”.

Gli avvenimenti che concorrono a definire questo esito sono tre: la caduta di Orban, il rimprovero apertamente rivolto da Trump al Papa e la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, causata paradossalmente dall’intervento della Marina americana.

Orban pretendeva di opporsi a Berlino con i soldi della Germania e di opporsi all’Europa con i fondi dell’Unione.
Risultava dunque prevedibile che tanto i tedeschi quanto i burocrati di Bruxelles tramassero per farlo cadere.

Il che era d’altronde abbastanza facile, dato che l’Ungheria fa parte integrante di quell’area dell’Europa centrale estesa soprattutto verso est — fino a riprodurre le dimensioni del “Lebensraum” che Hitler aveva vanamente tentato di instaurare usando i carri armati — che ha il suo centro nella Germania.

La quale comprende anche il nostro Nord-Est che — qualora la crisi dello Stato italiano determini una sua cariocinesi — finirà per aggregarsi anch’esso alla zona di influenza economica sorta sulla riva destra del Reno.

Questa zona ha sostituito la Prussia — fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale — come centro tanto della nazione tedesca quanto della nuova “Mitteleuropa”.

Il fallito “democratore” di Budapest è incappato nello stesso errore commesso a suo tempo da Tsipras, il quale era motivato da un confuso ideale socialista di tipo “terzomondista”, mentre il magiaro si ispirava a un nazionalismo basato sull’alterità della sua nazione rispetto al circostante ambito slavo e germanico.

Lo stesso ideale che — fallita la rivoluzione del 1848 — aveva portato gli ungheresi ad accettare il cosiddetto “Ausgleich” del 1867, con cui il loro Paese veniva privilegiato rispetto agli altri popoli dell’Impero.

Questa ritrovata grandezza illusoria portò i magiari a condividere due successive sconfitte della Germania e dell’Austria, nel 1918 e nel 1945, uscendo da entrambe con un profondo senso di frustrazione.

Andando a ritroso nella storia, possiamo anche fare riferimento a quanto accadde ai colonnelli greci, dapprima autori di un colpo di Stato filo-occidentale, volto a frustrare la deriva terzomondista di Papandreou padre, e poi improvvisatisi “nasseriani”, cioè militari “progressisti”.

Il che procurò loro la rovina, la prigione e la degradazione.

Quanto alla Russia, che non aveva mosso un dito per aiutare i comunisti nella guerra civile greca successiva al 1945, tenne lo stesso atteggiamento tanto nei riguardi dei colonnelli quanto nei confronti di Tsipras, come anche — sia pure in altro contesto storico e geografico — nel caso di Orban.

Perfino il fratello di Fidel Castro viene abbandonato come un naufrago perduto su una zattera alla deriva nel mare dei Caraibi, dopo avere creduto di essere l’avanguardia della rivoluzione.

La stessa sorte — “Si parva magnis componere licet” — è toccata al fiduciario locale di “Liguria–Russia”, dopo che Mosca ha deciso di sciogliere l’associazione, ritirando per “fine missione” la propria gentile rappresentante, la quale ha comunque lasciato un buon ricordo personale.

A questa cara Signora — nel caso ci legga — inviamo il tradizionale augurio: “Cristo è risorto!”.

Quanto all’ex gerarca locale, passa per sempre nuove e contraddittorie esperienze politiche.
Malgrado sia “democratico”, costui ha fatto propaganda per il “sì”, perdendo di nuovo.

Esprimendosi con poca diplomazia, Trump ha strigliato addirittura il Papa.
Certamente, il “tycoon” è un grande maleducato, ma la sostanza di quanto egli afferma è vera.

L’elezione di Prevost è stata infatti resa possibile dai soldi elargiti ai cardinali, i quali erano certamente assistiti dallo Spirito Santo, coadiuvato però da qualche offerta indispensabile per mantenere le Chiese del Terzo Mondo, che dipendono tutte dall’Occidente.

I cui dirigenti non possono abbandonare le infinite opere educative e assistenziali che ne garantiscono la residua influenza nel cosiddetto “Terzo Mondo”.

Il Papa ha creduto in buona fede che la Santa Sede potesse evitare di navigare a vista o, in alternativa, aggregarsi in posizione subalterna a uno dei disegni “messianici” concepiti ed attuati dalle grandi potenze, ritagliando viceversa una propria sfera di influenza geopolitica.

Propiziando una ricostituzione del Sacro Romano Impero.

A parte ogni considerazione sul destino di noi cattolici liberali e sulle reazioni degli altri cristiani, occorreva comunque calcolare il rapporto di forze.

L’Europa occidentale non è in grado di fornire alla Chiesa nessuna truppa.
Stalin sbagliava quando domandava quante divisioni avesse il Papa; tuttavia, diversamente da quanto vale per americani, russi, musulmani e cinesi, l’Europa occidentale non ha credenti disposti a combattere per la loro causa.

Siamo infatti un continente per eccellenza “secolarizzato”.

Non ci sono neanche i mezzi economici su cui contano, da parte loro, gli israeliti.

Durante l’asserita “epidemia”, essendo chiuse tutte le “case per pellegrini” dell’Urbe e trovandosi il Papa in gravi difficoltà economiche, l’ambasciatore della Cina in Italia (il Vaticano riconosce ancora Formosa), grande amico di Bergoglio, offrì di coprire l’intero deficit, guadagnando comprensibilmente influenza oltre Tevere.

Come regalo aggiuntivo, l’abile diplomatico fece installare in Vaticano un sistema di “riconoscimento facciale” e di ascolto, motivando il dono con la “sicurezza” dei Musei Vaticani.

Se vennero così sventati i furti di opere d’arte, si garantì in cambio un colossale furto di informazioni.
Gli spioni di Pechino possono ascoltare tutto quanto si dice nei Sacri Palazzi, senza neanche muoversi da casa loro.

Era naturale che Trump, in questa sorta di asta, finisse per “rilanciare”.
Se il cinese ha comprato il Vaticano, l’americano ha risposto acquistando il Papa.

Il quale però — come era successo con Zelensky, e come succede ogni giorno per gli europei — si sente ripetere la frase udita da tutti coloro che hanno a che fare con un certo tipo di americani (il gentiluomo “yankee” è ormai passato di moda, e prevale il tipo da “cowboy”): “I pay, I want”.

Il che risulta maleducato, ma è convincente.

Se poi l’ucraino, gli europei o lo stesso pontefice non capiscono l’antifona, sono destinati a fare la fine di tutti coloro che sono stati abbandonati dall’America.

L’elenco è lungo e include Batista, i sudvietnamiti, Somoza, Reza Pahlavi, Marcos e Karzai.

Il Papa potrà scegliere se trasferirsi nel suo Paese di origine o finire sottomesso ai musulmani, come avvenne al patriarca di Costantinopoli nel 1453.

È, come dicevamo, il trionfo della “realpolitik”.

Se Trump ha deciso di proclamarsi Sacro Romano Imperatore, può farlo rimanendo in America, nominando — se necessario — un Papa disposto ad incoronarlo.

Un ultimo cenno riguarda, data la nostra esperienza personale, il Vaticano.

Non sappiamo quale sia la situazione determinata dall’avvento dello ieratico Prevost, ma ricordiamo il tempo di Bergoglio caratterizzato dall’avvento di una terra di nessuno, percorsa da ogni sorta di avventurieri, ciarlatani, millantatori, spioni ed “agenti di influenza”, autentici o sedicenti tali, cui veniva perdonata perfino l’esibizione della poligamia.

Forse per effetto dell’ecumenismo e della fraternità con i musulmani.

Il Papa aveva preferito a suo tempo subire lo scisma della Chiesa d’Inghilterra piuttosto che concedere ad Enrico VIII un nuovo scioglimento del matrimonio.

L’agente di influenza di Maduro, invece, lo ha ottenuto, grazie all’interessamento di un insigne professore della Gregoriana, a sua volta creato cardinale.

Noialtri, monogami irriducibili, siamo proprio dei fessi.

Il blocco di Hormuz diviene intanto definitivo e completo, costringendo gli europei occidentali ad andare a piedi, con grande soddisfazione di Trump, il quale ci ricorda che, se vogliamo il petrolio, dobbiamo partecipare alla difesa delle rotte navali.

Poco importa se, per mandarci in rovina, si colpiscono anche gli interessi degli sceicchi, anch’essi destinati a popolare le loro ville sulla Costa Azzurra.

Andranno male, dalle nostre parti, gli affari dei benzinai, ma in compenso stanno già guadagnando quelli degli agenti immobiliari.

Il prezzo delle abitazioni di lusso, sui due versanti del confine, sta salendo, così come quello del combustibile.

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Mario Castellano  16/04/2026
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