Declino della borghesia e crisi della classe dirigente in Italia
Il pranzo che abbiamo consumato con i rappresentanti di due famiglie “storiche” della borghesia onegliese – l’uno trapiantato a Roma, ma sempre legato al luogo d’origine da forti rapporti tanto affettivi quanto culturali, l’altro rimasto sempre racchiuso nella sua dimensione provinciale – è valso a tracciare il bilancio di una generazione.
Che ha avuto la sventura – questo termine suona paradossale, ma riflette la realtà – di essere risparmiata dalle due guerre mondiali, le quali hanno determinato in entrambi i casi un ricambio completo della classe dirigente, non soltanto nella sua espressione politica, ma anche in tutti gli altri campi, offrendo così ai nonni, e poi ai padri, l’occasione per emergere, purché dimostrassero le necessarie doti di coraggio, intraprendenza e professionalità.
In realtà, la terza generazione del Novecento ha vissuto anch’essa una guerra; tuttavia, non avendola combattuta con le armi su alcun fronte, non si è accorta che si stesse svolgendo.
Ci volle l’avvento di un Papa del “Terzo Mondo” per dichiarare quanto noi già sapevamo, avendo vissuto ben sedici anni di conflitto civile proprio nel continente di cui il compianto Bergoglio era originario.
La guerra, dunque, c’è stata, ma si è svolta “all’insaputa” di chi ne era coinvolto, come direbbe il convitato di pietra del nostro pranzo, evocato puntualmente ogni volta che il discorso ritornava dai massimi ai minimi sistemi, cioè alla realtà locale, le cui sorti sono affidate – proprio come nel “Ventennio” – a un “podestà forestiero”.
Questi solerti funzionari del partito unico – a Imperia ne venne spedito uno da Ferrara, forte della personale fiducia di Italo Balbo – erano dediti al compito di “fascistizzare” le varie realtà locali, tutte più o meno indocili, essendo notoriamente l’Italia il Paese delle “cento città”.
A Imperia – perfino il suo nome era stato coniato dal “Duce” – il compito risultava ancora più impegnativo, dal momento che si rendeva necessario snaturare due diverse realtà, entrambe radicate nella storia e dunque reciprocamente irriducibili.
Ora l’attuale “gauleiter” – probabilmente colto dal senso di inferiorità che affligge i nuovi arrivati, i quali si sentono (e sono considerati dagli indigeni) come dei “déracinés” – pare provi un gusto sadico nell’umiliare le famiglie più cospicue di antica ascendenza.
A noi è capitato che costui – essendo costretto a dedicare un sito toponomastico a monsignor Castellano – abbia scelto metà (l’altra parte si chiama diversamente) di un parcheggio di Castelvecchio, applicando così il principio del “divide et impera”.
Poiché alcuni nostri familiari non avevano piacere che si ricordasse come altri congiunti fossero credenti – e per giunta pervenuti alla pienezza del sacerdozio – si è evitata, al fine di non urtare tali miscredenti, l’esistenza di indirizzi postali corrispondenti al nostro nome e cognome, l’omonimia avendo certamente contribuito alla “damnatio memoriae” del nostro illustre zio.
Ora il sindaco, dovendo dedicare una statua ad Andrea Doria, pare intenda collocarla in piazza della Vittoria, che molti ritengono erroneamente intitolata a sua madre, la quale vi risiedeva; in realtà, il nome rievoca la Prima guerra mondiale.
Ora anche il “Principe” per antonomasia verrà usato “ad maiorem gloriam” della famiglia dominante, come già è successo per i caduti e per Edmondo De Amicis.
Nei Paesi dell’Est, le statue di Lenin si accumulano – non meritando nemmeno le spese della demolizione – in appositi spazi periferici; ora l’autore del “Libro Cuore”, nonché il “Padre della Patria”, subiscono da noi la stessa sorte malinconica.
I motivi di dissidio tra i nostri interlocutori e il “Bassotto” sono in realtà più profondi.
Il “primo cittadino” è il supremo esponente, ma soprattutto l’artefice della creazione di una nuova classe dirigente che, venuta meno la borghesia imprenditoriale e languendo quella delle professioni, è composta dai suoi seguaci più devoti, posti a capo di assessorati, enti dipendenti dal Comune e “partecipate”.
Questi soggetti non possiedono né la cultura né la creatività e l’intraprendenza che nei secoli passati permisero di emergere agli antenati dei nostri interlocutori; di qui il loro giustificato disprezzo nei riguardi di simili “parvenus”.
Il discorso, complice la conoscenza della capitale che contraddistingue il nostro concittadino di origine, ma nato e cresciuto nell’Urbe, si è proiettato specularmente sulla composizione della classe dirigente nazionale, ormai composta da quanti sono stati cooptati dai successivi governi, ma soprattutto dall’attuale, che si contraddistingue per la fame arretrata dei neofascisti, costretti dal 1943 ad accontentarsi delle briciole cadute dal banchetto del potere.
Tutti costoro hanno ingrossato quella immensa ameba costituita dal cosiddetto “generone” romano e romanesco, che compone – fin dal tempo dello Stato Pontificio – una borghesia parassitaria.
Chi conosce la storia economica sa bene che questa è una contraddizione in termini, tanto più se consideriamo come la borghesia locale si fosse affermata non affrontando soltanto il rischio d’impresa, ma anche il rischio fisico delle traversate oceaniche.
Il “generone” romano si divide nelle due contrapposte fazioni, denominate rispettivamente “de destra” e “de sinistra”.
Gli appartenenti a quest’ultima si contraddistinguono – come i preti ortodossi – perché si fanno crescere la barba; i loro rivali sono invece glabri.
Tale è anche il nostro interlocutore, il quale tuttavia palesa nella conversazione un certo “penchant” progressista.
Evidentemente si tratta di un anfibio – anzi di un ambidestro – che può vantare entrature su entrambi i versanti, accomunati però – tale è la sconfortante conclusione della conversazione – da una sorta di “delirio della fine”.
La decadenza irreversibile dell’Urbe – che peraltro l’accomuna con l’intero Occidente europeo – non trova più purtroppo cantori del livello di Marziale, Giovenale, Petronio e Apuleio.
Forse soltanto alcune pellicole – come “La terrazza” e “La grande bellezza” – sanno rendere con eguale malinconica ironia il “cupio dissolvi” che si percepisce sulle rive del Tevere.
I nostri interlocutori dipingono l’Europa come una barca destinata a un imminente naufragio, salvo che un inatteso “deus ex machina” la raddrizzi miracolosamente.
Occorrerebbe però un gigante, difficile da generare in un luogo popolato ormai soltanto da nani.
Il demiurgo vanamente evocato dovrebbe da una parte rivendicare la nostra identità, basata sull’eredità giudaico-cristiana, ma dall’altra evitare di cadere in uno sterile estremismo, che porterebbe soltanto ad accelerare la decadenza, impegnando gli europei in scontri di retroguardia con i cosiddetti “malanza”, ben più capaci di affrontare le contese di strada, regolate mediante i coltelli.
Il nuovo “leader” che viene invocato dovrebbe inoltre padroneggiare le altre culture, per essere in grado di confrontarsi con chi ad esse appartiene.
Un simile personaggio, dotato di statura necessariamente messianica, ben difficilmente verrà espresso dalla nostra generazione.
Chi, come noi, conosce il mondo esterno ha raggiunto tale livello di esperienza proprio perché in patria era stato emarginato e ha dovuto percorrere le strade del mondo, ricevendo un anticipo del futuro.
Chi è rimasto a godere delle rendite di posizione non ha prodotto nulla, né sul piano economico né su quello culturale, e dunque non è in grado di opporre alcuna resistenza ai barbari che occhieggiano dai confini – sempre più ristretti e sempre più debolmente difesi – dell’Impero.
Non rimane dunque che cullarsi nella malinconia propria dei “laudatores temporis acti”, aspettando con rassegnazione la fine.
Non meraviglia che Trump tratti anche la Meloni come una parente povera, da cui ci si possono attendere soltanto delle postulazioni.
Né meraviglia che si avvicini il giorno in cui i “cugini” americani, stanchi di pagare le nostre spese, ci abbandoneranno alla mercé dei musulmani, dei russi o dei cinesi.
Gli unici che si salvano sono gli ebrei, i quali, avendo ricostituito il loro “ubi consistam” proprio “in partibus infidelium”, sanno come trattare con loro.
Quanto ai cibi consumati, possiamo fare riferimento alla “Cena di Trimalcione”.
Avendo ordinato come primo una “battuta di Fassona” (?), ci sono state servite delle normali tagliatelle al ragù.
Per il secondo siamo andati sul sicuro chiedendo del “coniglio alla ligure”.
In questo caso, per fortuna, la denominazione corrispondeva al cibo effettivamente consumato.