Don Bosco, De Mattei e il nuovo ordine europeo: tra storia e geopolitica
Il professor Roberto De Mattei ha pubblicato sul suo giornale elettronico, che si intitola “Corrispondenze Romane”, una lettera inviata nel 1872 – e comunque dopo la caduta dello Stato Pontificio – da Don Bosco all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.

L’illustre studioso tradizionalista ritiene evidentemente che il contenuto di questa missiva sia tornato di attualità nelle attuali circostanze della politica internazionale.

Il santo fondatore dei Salesiani consigliava all’Asburgo di coltivare rapporti amichevoli con la Russia, senza tuttavia stringere con questo Paese alcuna alleanza, e di adoperarsi invece per stabilirne una con la Francia, estendendola possibilmente alla Spagna. Venivano invece sconsigliati i rapporti con la Germania, mentre l’Inghilterra non veniva neppure menzionata.

Risulta comunque chiaro quale fosse l’obiettivo che Don Bosco si proponeva di conseguire: una unione tra le potenze cattoliche d’Europa.

De Mattei, e con lui padre Fanzaga, che ha dato ampio risalto all’iniziativa del professore, ritengono attuale questo proposito.

Prima di valutare se ciò sia realistico, occorre collocare il gesto compiuto dal prete di Valdocco nel contesto storico in cui venne maturato.

In primo luogo, bisogna considerare la scelta del suo interlocutore. Francesco Giuseppe, anche se il suo predecessore Francesco I aveva rinunciato fin dal Congresso di Vienna al titolo di Sacro Romano Imperatore, era pur sempre il capo del soggetto di politica internazionale che ne perpetuava la personalità giuridica, ma soprattutto la funzione di rappresentante del principio di legittimità, cioè della fede in una investitura divina del potere dello Stato.

Contro questo principio, e nel nome di quello opposto – la sovranità popolare – sarebbe stata combattuta la Prima guerra mondiale, che ebbe come conseguenza la fine della vigenza del principio di legittimità.

Finché esisteva uno Stato che costituiva, per giunta, la massima e più estesa potenza del continente – la Russia essendo confinata nella sua dimensione euroasiatica – gli Stati nazionali non potevano considerarsi sicuri.

Ciò valeva in particolare per l’Italia, ancora debole e minata dall’ostilità sia del Papa sia dei cattolici nei confronti del Regno. I suoi primi decenni di vita furono infatti contraddistinti dalla tendenza ad accentuare il centralismo, a dotarsi di un esercito e di una marina il più forti possibile e a instillare nei sudditi l’ideologia nazionalista, come ricordavano le generazioni che avevano frequentato le scuole elementari prima della Grande Guerra.

L’alleanza che Don Bosco proponeva all’Asburgo aveva dunque il compito di indebolire, escludendola, circondandola ed implicitamente minacciandola, l’Italia unita.

L’inclusione della Francia si spiega non solo con esigenze strategiche, ma anche con il fatto che le tendenze laiche e anticlericali della Terza Repubblica, pur dopo la caduta del Secondo Impero, tardavano ancora a manifestarsi pienamente.

I costituenti avevano chiamato alla presidenza il maresciallo Mac Mahon, bonapartista dichiarato, al fine evidente di difendersi dai tentativi di restaurazione, che coincidevano con le aspirazioni dei nazionalisti desiderosi di perseguire rapidamente la “revanche”.

Nel frattempo, il generale Boulanger – detto appunto “Général Revanche” – aveva addirittura tentato un colpo di Stato. L’epoca della “République triomphante”, sotto le presidenze di Jules Ferry e Jules Grévy, che segnò il definitivo consolidamento della Repubblica, sarebbe giunta soltanto alla fine del XIX secolo.

La Germania veniva vista come il centro delle tendenze anticattoliche dell’Europa continentale e, di lì a poco, Bismarck avrebbe scatenato il suo “Kulturkampf” contro la Chiesa.

L’Austria, dove era egemone la cultura tedesca, nella visione di Don Bosco doveva essere preservata dalle tendenze laiciste, che già iniziavano a manifestarsi.

L’alleanza proposta dal prete di Valdocco non vide mai la luce e Francesco Giuseppe, pur attento alla salvaguardia del suo Impero, non tentò neppure di promuoverla.

La preoccupazione comune delle potenze europee era la stabilità, nel cui nome era stata stipulata a suo tempo la Santa Alleanza, che univa un impero cattolico (l’Austria), uno ortodosso (la Russia) e un regno protestante (la Prussia).

L’Italia evitò l’isolamento cui Don Bosco avrebbe voluto relegarla stipulando nel 1882 la Triplice Alleanza. La guerra che si preparò negli anni successivi – con il rafforzamento del confine occidentale – era quella contro la Francia.

Contro di essa Crispi, dominatore della politica nazionale a partire dal 1876, nutriva anche un risentimento personale, legato sia alla memoria della Rivolta del Vespro sia all’arresto subito a Parigi quale complice dell’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III.

In realtà, più che l’ostilità verso la Francia, a influire sulle scelte di politica estera del Regno era la necessità di rassicurare l’Austria circa le intenzioni italiane.

Le corazzate dell’Impero incrociavano davanti a Venezia e lo sviluppo delle forze armate italiane non consentiva un confronto diretto con un esercito ben più potente. Se non si può affrontare un nemico, lo si trasforma in alleato.

Quando Vivoda, originario di Zara, partecipò a una manifestazione irredentista, Crispi lo destituì immediatamente dal governo.

L’Impero austro-ungarico, rassicurato dalla non ostilità italiana, non aveva interesse a minacciarla.

Che i timori di Vienna si orientassero altrove lo dimostrò il conclave del 1903, quando il veto di Francesco Giuseppe impedì l’elezione del cardinale Rampolla, favorevole alla Francia, a vantaggio del filo-austriaco Giuseppe Sarto.

Il documento del veto citava esplicitamente il rischio di insurrezioni slave, anche cattoliche, potenzialmente sostenute dalla Francia e dal Vaticano.

L’Asburgo, dunque, non mirava alla solidarietà tra cattolici, ma temeva le loro aspirazioni nazionali.

Ciò favorì l’alleanza con l’Impero tedesco, consolidata anche durante la Prima guerra mondiale.

L’Italia ruppe invece la Triplice Alleanza per completare l’unità nazionale, obiettivo altrimenti irraggiungibile.

Ritorniamo quindi alla questione iniziale: perché De Mattei ritiene attuale il contenuto della lettera di Don Bosco?

Probabilmente perché Trump, in estrema sintesi, mira a ricostruire una sorta di nuovo Sacro Romano Impero, nel quale il Papa avrebbe un ruolo subordinato al potere temporale.

De Mattei e padre Fanzaga, pur criticando i toni del presidente, tendono a condividerne la sostanza.

Vance, convertitosi al cattolicesimo, rappresenterebbe la figura idonea a ricevere una legittimazione spirituale.

Egli ha già affermato che la morale pubblica spetta allo Stato, mentre la Chiesa dovrebbe limitarsi a quella individuale.

Tuttavia, la storia insegna che gli imperi crollano quando contrastano le aspirazioni dei popoli.

Un nuovo ordine non può fondarsi su un ritorno al principio di legittimità, ma dovrebbe ispirarsi a un modello più armonico, simile a quello immaginato da Dante: un impero come comunità dei popoli, non come loro prigione.

Non una restaurazione nostalgica, ma una costruzione rivolta al futuro, capace di coniugare identità cristiana e pluralità delle identità nazionali.

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Mario Castellano  19/04/2026
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