Crisi nello Stretto di Hormuz: guerra, energia e rischio economico per l’Europa
Mentre scriviamo, lo Stretto di Hormuz non è ancora stato riaperto alla navigazione.
Pare infatti che l’Iran accetti di rimuovere il proprio blocco solo nel caso in cui gli americani facciano altrettanto.
Trump, a sua volta, non intende compiere tale passo finché non venga raggiunto un accordo che ponga fine al conflitto.

L’ultimatum posto dal governo degli Stati Uniti, intanto, non viene prorogato, anche se circolano versioni discordanti circa la sua scadenza: martedì o mercoledì prossimo.
Si continua tuttavia a parlare di imminenti negoziati, senza però che se ne conoscano né la data né la sede.

Sui progressi già compiuti nelle trattative, verosimilmente segrete, regna altrettanta confusione. Trump afferma che l’Iran sia disposto a cedere il proprio uranio arricchito – consegnandolo, dietro compenso, agli stessi Stati Uniti – mentre il regime di Teheran lo smentisce.

Quanto alla tregua in Libano, alcuni ufficiali israeliani, interpellati da un giornale del loro stesso Paese, hanno dichiarato di non esserne stati neppure informati.
Intanto, però, il “Comandante in capo” dichiara di aver imposto a Netanyahu di cessare il fuoco.
Il primo ministro, a sua volta, si dice sbalordito, aggiungendosi alla lunga lista di personalità con cui Trump ha polemizzato.

In realtà, la nuova guerra in Medio Oriente costituisce l’esito inevitabile di un conflitto di interessi sempre più profondo e insanabile tra il Nord e il Sud del mondo.
Si tratta di uno scontro tra potenze cui viene attribuita, da una parte, la “leadership” dell’identità giudaico-cristiana – cioè Stati Uniti e Israele – e, dall’altra, la guida del mondo islamico.

Quest’ultima è assunta dall’Iran, Paese caratterizzato da una forte coesione nazionale, nel quale la guida religiosa è affidata a un clero strutturato e, nel proprio ambito sociale, anche prestigioso.

Essendo il conflitto uno scontro tra interessi opposti e irriducibili, così come tra culture altrettanto inconciliabili, ciascuna sostenuta da una propria visione messianica della storia, possono esservi tregue momentanee e si può tentare di circoscrivere la zona di guerra.
Non risulta però possibile una pace simile a quella instaurata dopo la Prima guerra mondiale e, in parte, anche dopo la Seconda.

In quei casi si erano combattute potenze divise da interessi, ma appartenenti alla medesima matrice culturale.
Finché la contesa riguardava confini come il Reno o il Brennero, bastava accordarsi in base al rapporto di forze definito dallo scontro militare.

Si può invece conciliare, da una parte, Israele – che mira a ricostruire il Tempio e a dominare come potenza egemone nel Medio Oriente – e, dall’altra, l’Iran, dove si attende il ritorno del Dodicesimo Imam, detto Imam Muntazar o “Mahdi”, per realizzare un disegno opposto rispetto a quello del nemico?

I “volenterosi”, riuniti a Parigi, si sono detti pronti a inviare le proprie navi militari per bonificare il Golfo Persico dalle mine, ponendo però come condizione un accordo di tregua meno precario dell’attuale, che in realtà non è neppure effettivamente in vigore.

Lo dimostra il mancato attraversamento dello Stretto di Hormuz da parte della marina mercantile.

Che cosa accadrebbe se i nostri marinai, confidando in un eventuale accordo, si trovassero coinvolti in una ripresa delle ostilità?

In tal caso otterremmo ciò che in Ucraina ci è stato risparmiato: essere colpiti sia dalla guerra combattuta sia da quella economica, che già favorisce quanti sono in grado di acquistare grandi quantità di petrolio quando il prezzo scende, per poi rivenderlo quando inevitabilmente risale.

Trump, dolosamente o colpevolmente, favorisce l’“insider trading”, alternando annunci di pace e di guerra.

Per mettere in difficoltà l’Italia basterebbe comunque un’altra crisi energetica.
Le entrate fiscali corrispondevano, qualche anno fa, alla spesa corrente; oggi probabilmente quest’ultima le supera.

La differenza, necessaria per pagare gli stipendi della pubblica amministrazione – comprendente sia i dipendenti pubblici sia coloro che sono mantenuti tramite consulenze, presidenze e assessorati – viene colmata emettendo titoli di Stato.

Se però le attività economiche si fermano, perché gli italiani (e non solo loro) sono costretti a “andare a piedi”, viene meno il gettito fiscale e nessuno acquista più i titoli del debito.

Lo Stato, di conseguenza, si sfalda, non potendo più sostenere né i servizi ai cittadini né il controllo dell’ordine pubblico.

A quel punto, i Paesi dell’Europa occidentale – a partire dal nostro – rischiano una sorte simile a quella dell’Impero romano o del Sacro Romano Impero: un potere formalmente esistente, ma di fatto frammentato, con ogni territorio che si governa autonomamente.

I nostri amministratori, che sembrano ignorare il nuovo record del debito pubblico, anziché contrastare questo esito, lo accelerano.

Tipico è il caso del nostro “sindaco-presidente”, campione nella spesa corrente, le cui “performance” vengono puntualmente esaltate dalla stampa locale.

Quando poi si tenta una misura anche solo lievemente restrittiva – come la centralizzazione a Genova del centralino del pronto soccorso – gli altri sindaci vengono esposti al pubblico ludibrio, come fossero disertori della guerra del ’15-’18.

Se potesse, il “bassotto” li farebbe fucilare sul campo.

In tre sole generazioni si è passati dagli eroi di guerra a un sistema basato su impieghi pubblici di bassa qualificazione: vigili urbani, bidelli, netturbini, becchini.

A questa schiera si aggiungeranno presto anche gli addetti al nuovo forno crematorio.

Quando il Comune di Sanremo decise di dotarsene – evitando così di dover ricorrere a Savona – la destra democristiana protestò, denunciando una presunta violazione del precetto religioso.

In realtà, la Chiesa già consentiva tale pratica.

Il futuro “sindaco-presidente”, allora esponente dei giovani democristiani, rispose duramente agli oppositori, accusandoli di “infima statura politica e morale”, tanto da essere querelato.

Oggi, per una singolare nemesi storica, la sua parabola politica si intreccia nuovamente con il tema della cremazione, con la differenza che questa volta la destra applaude la decisione dell’amministrazione.

Già immaginando la fila dei candidati pronti a ottenere un posto in Comune.

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Mario Castellano  19/04/2026
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