Chiesa, geopolitica e nuovo ordine mondiale: il ruolo del Papa tra potenze globali
La lunga conversazione che abbiamo intrattenuto con un vecchio amico – il quale, grazie alla sua solida cultura e alla lunga esperienza politica, è in grado di decifrare le tendenze della storia – conferma nella sostanza, arricchendole però di ulteriori elementi di preoccupazione, le analisi che stiamo svolgendo ormai da tempo, in particolare da quando è esplosa la nuova guerra in Medio Oriente.

I soggetti che si muovono nel mondo perseguendo una strategia propria, mentre tutti gli altri si barcamenano più o meno bene navigando a vista, sono essenzialmente gli Stati Uniti e Israele – i cui disegni e le cui strategie coincidono in larga misura – ai quali si contrappongono l’Islam, la Russia e la Cina.

Al nostro amico viene spontaneo aggiungere la Chiesa cattolica, sulla quale è però necessario svolgere un discorso a parte.

Quando Stalin domandava sprezzantemente quante divisioni avesse il Papa, si riferiva letteralmente a unità militari, e più precisamente a divisioni corazzate. Quanto avvenne ai suoi eredi politici tra il 1989 e il 1991 rivelò tuttavia – con loro sorpresa – che si può esercitare un ruolo decisivo nella politica internazionale anche prescindendo dalla potenza militare.

Occorre però essere in grado di mobilitare le masse, che possono, in determinati casi, prevalere anche sulla forza organizzata delle armi. Può naturalmente accadere – come insegna la storia, e in particolare il dopoguerra – che il popolo venga temporaneamente represso. La sua volontà, tuttavia, torna sempre a manifestarsi.

Quando una nuova sollevazione è favorita dalla situazione, le istanze popolari finiscono per affermarsi. La Polonia insorse nel 1831 e poi nel 1863, ma per ottenere l’indipendenza fu necessario attendere fino al 1989. Le rivolte contribuirono comunque a forgiare l’identità collettiva e a rafforzare la consapevolezza di essere una nazione.

L’Ungheria si sollevò nel 1848 e nel 1956, divenendo indipendente nel 1918 e recuperando tale condizione nel 1989. Anche in Italia il momento di maggiore partecipazione popolare al processo unitario si ebbe nel 1848, e le vicende successive furono conseguenza di quella volontà collettiva.

Il merito di Giovanni Paolo II non consistette nell’aver creato le rivendicazioni dei popoli dell’Europa orientale, ma nell’aver messo al servizio della loro causa l’influenza e il prestigio della Chiesa, impedendo così il ricorso al “divide et impera”.

L’influenza della religione – non solo cattolica, dato che nell’Europa orientale esistono anche nazioni ortodosse – fu dunque decisiva e rimane tuttora significativa.

Prima di valutare quale sia il disegno dell’attuale Papa per l’Occidente, occorre ricordare quanto avvenne in Italia anche sotto l’influenza dell’esperienza polacca. I due Paesi ebbero nell’Ottocento vicende parallele, riflesse persino nei rispettivi inni nazionali.

Tuttavia, mentre la Chiesa favoriva in Polonia la causa nazionale, in Italia la osteggiava. Questo aspetto venne ricordato a Giovanni Paolo II da Sandro Pertini, con il quale il Papa intratteneva un rapporto di reciproca stima.

Una parte del mondo cattolico italiano non colse però le differenze tra le due realtà e tentò di applicare anche in Italia un “modello polacco”, presupponendo erroneamente una persecuzione della fede.

Negli anni di Giovanni Paolo II, una parte consistente della gioventù italiana era attratta dagli ideali della sinistra. Il Partito Comunista non seppe intercettare questa spinta, non tanto per mancanza di opportunità rivoluzionarie, quanto per incapacità di comprendere il meccanismo dell’alternanza democratica.

La frustrazione sfociò, in alcuni casi, nella violenza. La destra, dal canto suo, tentò di costruire un soggetto politico-religioso volto a trasformare lo Stato da laico a confessionale.

Anche questo progetto si rivelò utopico e, non riuscendo a realizzarsi, degenerò. L’impossibilità di raggiungere l’obiettivo portò a esiti negativi, fino a casi giudiziari che segnarono profondamente alcuni protagonisti.

Oggi il disegno del Papa appare diverso e più ambizioso: una rifondazione di un’Europa “carolingia”, ossia una forma rinnovata di Sacro Romano Impero ispirata dall’autorità ecclesiastica.

Questo progetto si fonda su due elementi: l’inadeguatezza della classe dirigente europea e l’esaurimento dell’ideologia liberale.

Tuttavia, per realizzarsi, esso richiederebbe una capacità di mobilitazione delle masse simile a quella vista nell’Europa orientale. E qui emerge il limite: mentre nell’Est la religione è ancora un fenomeno sociale, in Occidente è divenuta prevalentemente una dimensione privata.

La secolarizzazione non coincide necessariamente con la scristianizzazione, ma riduce il ruolo pubblico della fede. Di conseguenza, appare difficile che essa possa sostenere attivamente un simile progetto.

Rimane dunque l’alternativa: rinunciare a tale ambizione oppure affidarsi a una delle grandi potenze globali.

In questo quadro si inserisce la posizione di Trump, che, pur con toni spesso offensivi, indica alla Chiesa un ruolo subordinato all’interno di un disegno politico più ampio, guidato dagli Stati Uniti.

Altre potenze perseguono visioni analoghe: Israele in chiave religiosa, la Russia con l’idea della “Terza Roma”, l’Iran nel mondo islamico.

Il quadro globale appare quindi dominato da visioni messianiche contrapposte.

Durante la Guerra Fredda, Pacelli accettò il ruolo di “cappellano dell’Occidente”, adattandosi a un sistema di Stati laici. Oggi il Vaticano si trova di fronte a una scelta simile, ma con margini di manovra diversi.

Il ruolo che viene offerto alla Chiesa non è più solo simbolico, ma potrebbe tradursi in una reale condivisione di potere.

In un contesto segnato da crisi materiali e da un ritorno alla dimensione spirituale, tale possibilità potrebbe risultare più concreta.

La scelta, in un mondo che torna a confrontarsi con la guerra, appare ormai inevitabile e imminente.

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Mario Castellano  21/04/2026
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