Negoziati USA-Iran e illusione della pace: lezioni da Sartre e dalla storia
Consigliamo ai nostri lettori, se vogliono comprendere lo stato d’animo con cui in Occidente si seguono i negoziati tra americani e iraniani – dei quali, detto en passant, non sappiamo ancora se avranno effettivamente luogo, poiché si ignora se la delegazione del regime teocratico accetterà di parteciparvi – di leggere, o rileggere, il più accessibile dei racconti scritti da Jean-Paul Sartre, pubblicato in italiano con il titolo Il rinvio (in originale Le Sursis).
Le altre opere del grande intellettuale d’Oltralpe riflettono il tentativo di trasporre la filosofia nell’invenzione letteraria; in questo caso, invece, l’autore si limita a descrivere lo “Zeitgeist” vissuto dalla sua generazione di fronte all’imminenza della Seconda guerra mondiale.
La narrazione si conclude con l’arrivo all’aeroporto di Parigi del volo che riportava in patria Daladier, reduce dalla capitolazione di Monaco. Questa venne firmata senza combattere, sulla base del presupposto che, pur di evitare la guerra, si sarebbe accettata qualsiasi pretesa di Hitler.
Il primo ministro, vedendo la folla radunata presso la pista di atterraggio, credette inizialmente che i suoi concittadini, indignati, fossero accorsi per chiedergli conto delle sue scelte. Quando però si rese conto che lo stavano acclamando quale salvatore della pace, commentò sconsolato: «Che coglioni!».
Su questa battuta si chiude il libro, che non spiega soltanto le ragioni della resa, ma anche quelle che avrebbero portato molti francesi al cosiddetto “collaborazionismo”.
In parte tale atteggiamento fu determinato da opportunismo, codardia e ricerca del quieto vivere: convivere con l’invasore esonerava dal dovere di combattere. In altri casi, però, vi fu una vera e propria adesione a quanto il nemico rappresentava.
Ben pochi francesi potevano dirsi sostenitori del nazismo, ma molti nutrivano un’avversione così profonda verso la Terza Repubblica da finire per sostenere chi l’aveva abbattuta, ritenendo che il nemico del proprio nemico fosse automaticamente un alleato.
Tra i più ostili alla Terza Repubblica vi erano innanzitutto i comunisti, che inizialmente accolsero con favore la sua caduta, pur avvenuta per mano di un regime ancor più reazionario. Solo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica cambiarono posizione, contribuendo alla costruzione del mito del “partito dei fucilati”.
Dall’altra parte si collocavano i clericali, i monarchici e i tradizionalisti cattolici, tra i quali si distinse Charles Maurras, leader dell’Action Française. Anche il maresciallo Pétain proveniva da questo ambiente e tentò di fondare uno “Stato francese” ispirato a principi tradizionali.
La massa più ampia di oppositori alla guerra era tuttavia costituita dai cosiddetti “benpensanti”, privi di una vera ideologia ma attenti al proprio benessere: la piccola e media borghesia, incline ad aderire genericamente a iniziative pacifiste.
Se dai negoziati dovesse emergere un accordo fragile, capace solo di rinviare il conflitto senza risolverne le cause, assisteremmo verosimilmente allo stesso entusiasmo superficiale.
Vi sono poi coloro che, analogamente ai comunisti francesi dell’epoca, detestano il sistema occidentale e simpatizzano con chiunque gli si opponga. Tuttavia, non si pongono una domanda essenziale: siamo certi che l’Islam radicale rispetterebbe tali posizioni, o non finirebbe invece per reprimerle?
Esistono inoltre i cattolici tradizionalisti, che vedono nella crisi attuale una punizione divina e auspicano una catastrofe purificatrice. Questa visione apocalittica contrappone un Occidente secolarizzato a un mondo dominato da diverse forme di fanatismo.
In realtà, in Occidente non si può parlare di persecuzione religiosa, ma piuttosto di pluralismo e libertà di pensiero, riconosciuti anche dalla Chiesa a partire dal Concilio.
Se si vuole restaurare uno Stato confessionale o una teocrazia, ciò può avvenire solo attraverso un evento straordinario, non mediante le normali dinamiche politiche.
Nel frattempo, i credenti possono solo agire entro i limiti delle proprie possibilità, sostenendo il diritto e la giustizia.
Le radici del conflitto attuale risiedono anche nella negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo di Israele, mentre il regime iraniano persegue obiettivi radicali e destabilizzanti.
Il Papa ha il dovere di promuovere la pace, mentre gli Stati devono evitare il coinvolgimento diretto per proteggere le proprie popolazioni.
Resta però una scelta individuale, che deve essere compiuta secondo coscienza, nel rispetto della libertà personale, che non può essere subordinata a nessuna autorità, nemmeno religiosa.