Crisi energetica e guerra: Europa fragile e ritorno delle autonomie locali
Mentre la guerra in Medio Oriente è ormai di fatto ripresa – dal momento che entrambe le parti non fingono più nemmeno di negoziare e la tregua unilaterale proclamata da Trump viene respinta dall’Iran, che non si considera vincolato a rispettarla – le autorità europee, tra cui si distinguono come sempre quelle italiane, negano l’esistenza del problema costituito dalla mancanza di combustibile.
Quando poi sono costrette ad ammetterlo, vi alludono solo indirettamente, attribuendo a soggetti diversi dallo Stato le restrizioni già adottate. Si annuncia, ad esempio, che Lufthansa ha cancellato seimila voli brevi o medi, cioè quelli europei, verso mete raggiungibili – se necessario – anche in treno o in automobile.
La scelta di nascondere il problema, fin dove e fin quando possibile, avrà un effetto doppiamente disastroso, poiché il razionamento colpirà soprattutto chi non è in grado di sostenere l’aumento dei prezzi del combustibile, determinando un’ulteriore iniquità.
Per fare un esempio: essendo un calciatore di Serie A più ricco di un medico di base, il primo potrà acquistare la benzina per recarsi da un’escort, mentre il secondo rischierà di non riuscire a raggiungere l’ospedale, trascurando i propri pazienti, pur senza perdere formalmente lo stipendio, trattandosi di cause di forza maggiore.
La classe dirigente, nel frattempo, si occupa d’altro. Il “sindaco-presidente” ha trovato un acquirente per l’Imperia Calcio; ma se l’emergenza energetica porterà alla sospensione del campionato, non otterrà nemmeno la gratitudine dei tifosi. Anziché comportarsi come la formica, si comporta come la cicala – con la differenza che qui si smetterà di cantare prima ancora della fine della stagione.
La sinistra, da parte sua, invece di preoccuparsi per i lavoratori a rischio disoccupazione, organizza cerimonie a Montecitorio in onore dei cosiddetti “flotilleros”, diretti a Cuba, sempre che il blocco navale statunitense lo consenta.
Il cosiddetto “turismo politico” prosegue, alimentato dall’illusione di una “Belle Époque” ormai tramontata. Se Cuba continua a dipendere dagli aiuti esterni, ciò è dovuto anche all’ottusità della sua classe dirigente, incapace di adottare riforme pragmatiche come quelle attuate da altri Paesi.
Se si vuole aiutare un alleato, occorre indicarne gli errori, non confermarli. In questo senso, sarebbe forse più utile sostenere gli iraniani – ma ciò esporrebbe a rischi ben maggiori.
Come osservava Marx, la storia si ripete: prima come tragedia, poi come farsa. Gli internazionalisti della guerra di Spagna furono protagonisti di una vera lotta; oggi assistiamo a una caricatura di quell’impegno.
La nuova classe dirigente che emergerà dalla crisi – anche se per noi sarà principalmente economica – sarà composta da chi saprà affrontare concretamente i problemi locali, in un contesto di progressivo indebolimento dello Stato centrale.
In questo scenario, le realtà territoriali saranno costrette a organizzarsi autonomamente, come già avvenne tra il 1943 e il 1945, quando nacquero forme di autogoverno dal basso.
Tali esperienze hanno in comune due elementi: la valorizzazione delle identità locali e l’affermazione di nuove sovranità di fatto.
Numerosi esempi confermano questa tendenza: dal Principato di Monaco, che sviluppa un’area transfrontaliera coerente con la sua storia, fino al modello di integrazione dell’Alto Adige, o ai legami economici tra Alsazia e Germania.
Anche la Catalogna nel Rossiglione e la Corsica mostrano forme di autonomia culturale e amministrativa.
In Italia, Napoli continua a rappresentare un centro culturale e amministrativo di rilievo, erede di una tradizione giuridica e politica consolidata.
Lo sfaldamento dello Stato italiano non comporta necessariamente un declino, ma può tradursi nella valorizzazione delle identità regionali.
Il centralismo promosso dall’attuale governo appare non solo anacronistico, ma anche inefficace rispetto alle esigenze reali.
Se l’identità religiosa può rappresentare un elemento di unità europea, le identità culturali locali costituiscono la base delle nuove entità territoriali.
Chi saprà garantire il sostentamento delle popolazioni e offrire una visione coerente sarà destinato ad assumere il potere, in un contesto dominato dalle “piccole patrie”.