Orban, Mosca e il destino dei collaborazionisti: analisi storica e politica
Il commento più pertinente alla caduta di Orban è venuto da Mosca.
Le cui autorità hanno affermato, con brevità degna di Tacito, che l’aspirante dittatore magiaro non era mai stato un amico della Russia.
Si badi bene come il comunicato emesso dal Cremlino non faccia riferimento al Paese dell’Europa orientale, che – essendo soggetto ai mutamenti dell’orientamento dell’elettorato – può naturalmente modificare anche la propria politica estera.
I russi scaricano Orban in quanto persona, lasciando intendere che, in fondo, la perdita del potere gli stia bene, avendo il primo ministro confidato proprio negli istituti della democrazia rappresentativa e dunque assoggettandosi alle sue regole.
Dice un proverbio del nostro Paese di adozione che “il diavolo paga male chi lo serve bene”. Tale espressione della saggezza popolare ben si confà a Orban, specialmente se costui confidava tanto in un aiuto da parte di Mosca per mantenersi al potere quanto in una solidarietà offerta dopo la caduta.
Il suo connazionale Bela Kun, che aveva tentato in modo effimero e velleitario di ripetere sul Danubio la Rivoluzione d’Ottobre, venne quanto meno ospitato dai bolscevichi, pur essendo sbeffeggiato da Lenin per la sua manifesta inettitudine. Il capo dell’Unione Sovietica, quando voleva ridicolizzare un’affermazione, diceva: “Questa stupidaggine l’ha detta Bela Kun”.
Anche Mátyás Rákosi, che a causa del suo settarismo ottuso aveva provocato l’insurrezione del 1956, cercò rifugio a Mosca, da dove molti anni dopo Brežnev tentò invano di rispedirlo nel Paese d’origine. Kádár, che faceva tutto il possibile per ricucire le ferite causate dalla rivoluzione ungherese e dalla successiva repressione, riuscì sempre a respingerlo. La presenza del predecessore avrebbe infatti danneggiato irreparabilmente il suo disegno politico, che valse almeno a procurare all’Ungheria un modesto benessere, propiziato dalle riforme economiche, e poi – dopo il 1989 – una transizione pacifica.
I collaborazionisti, che si mettono al servizio di una potenza straniera in quanto essa ha occupato il loro Paese, o addirittura si propone tale obiettivo e va dunque in cerca di “quinte colonne” da infiltrare per propiziare la destabilizzazione, sono destinati nella maggior parte dei casi a venire scaricati, essendo regolarmente disprezzati da chi li utilizza.
Un guitto della televisione di Stato russa ha detto – addirittura in italiano, per non lasciare equivoci sulla traduzione – che la Meloni è una “puttana”, oltre che una “fascista”. Evidentemente, questo signore si intende più di noi di prostituzione, dato che i servizi segreti del suo Paese la impiegano come uno dei principali strumenti per ricattare le persone, oltre che per carpire informazioni facendo uso dell’alcova.
Ci soffermiamo dunque piuttosto sul “fascismo” della presidente del Consiglio, che caratterizza indubbiamente le sue radici ideologiche, come i trascorsi della militanza giovanile. Ci domandiamo però come possano i propagandisti del Cremlino usare il termine “fascista” come insulto.
Tanto per fare un esempio, il responsabile dell’associazione di amicizia con la Russia attiva nella nostra regione si vantava di essere stato militante in uno dei raggruppamenti più violenti e radicali dell’estrema destra.
L’uso, tanto da parte della “sinistra” quanto da parte dei seguaci di Putin, del vero o presunto “fascismo” dei vari personaggi pubblici non risponde alla verità storica, bensì alle necessità contingenti della polemica e della tattica politica. Le contrapposte patenti di “fascista” e di “antifascista” vengono dunque concesse o ritirate a seconda dell’evoluzione dei loro titolari.
Esemplare, a tale riguardo, risulta lo spregiudicato arruolamento, da parte della propaganda delle Botteghe Oscure – e più in particolare di Sandro Natta – del suo e nostro concittadino Luciano Berio, il quale si vantava pubblicamente – anche dopo essersi “convertito” – della propria adesione alla Repubblica di Salò, nella quale si era distinto per avere fucilato dei partigiani.
Tale azione, attribuita ad Almirante, non venne viceversa provata in sede di giudizio. Ciò nonostante, la propaganda del Partito Comunista ne fece a lungo il proprio cavallo di battaglia. Nel caso del noto musicista, non era invece necessario alcun accertamento, in quanto Berio – come già detto – andava molto fiero di simili gesta.
La stessa “conversione” del compositore dodecafonico venne spostata nel tempo in funzione delle esigenze propagandistiche del partito, che andava in cerca di giovani talenti della cultura per raccogliere consensi tra i benpensanti.
La biografia “ufficiale” affermava che Berio, avendo assistito al crollo del regime, fosse stato immediatamente folgorato dal verbo di Togliatti, esattamente come san Paolo sulla via di Damasco. In realtà, prima di diventare “comunista”, l’uomo era fuggito – come molti altri fascisti – in Argentina, dove venne fotografato mentre faceva il saluto romano davanti a Perón, dittatore e grande protettore dei “nostalgici” espatriati nel suo Paese.
La “conversione” di Berio deve essere dunque postdatata, risalendo al suo rientro in Italia, dove il partito lo aiutò a sbarcare il lunario. Poi venne la glorificazione, tributata in particolare nel corso delle periodiche visite a Oneglia, dove la “base” veniva mobilitata per applaudirlo, benché non capisse nulla della musica dodecafonica, né tanto meno del perché si dovesse omaggiare un fascista impenitente.
Molti ex partigiani, pur essendo fedelissimi alla “linea” delle Botteghe Oscure, rifiutarono sempre di applaudire un simile personaggio, le cui presenze nel luogo d’origine scandivano le stagioni, alternandosi con quelle di Natta e di monsignor Castellano.
Consacrate, queste ultime, dapprima a promuovere l’anticomunismo e poi – per i motivi già più volte ricordati – dedicate alla causa opposta. Anche in tal caso, come per Berio, viene da dire: “Alla faccia della coerenza!”.
Apprezziamo dunque quella dimostrata da chi era fascista ed è rimasto tale. Se Berio e Castellano trassero abbondante profitto dal loro “comunismo”, altri rimasero fregati, essendo stati scaricati per effetto dei repentini cambiamenti di strategia cui sono soggette le centrali della propaganda, e ancor più quelle dello spionaggio.
Una delle quali venne impiantata a Imperia sotto la copertura della famigerata importazione di selvaggina. Mentre però i “compagni” locali, incuranti di quanto era accaduto con la caduta del Muro (non solo quello di Berlino, ma anche quello di Gorizia), sostenevano la causa della “Grande Serbia” fino ad assistere alla rovina di Milošević, i dirigenti di Belgrado si guardavano bene dal ricambiare il favore.
Le simpatie della Serbia – e soprattutto della Russia – si erano infatti spostate sui cosiddetti “sovranisti”, annidati in particolare nella Lega. Al punto che Salvini, pur non essendo più da tempo separatista, suggerisce di comprare il petrolio da Mosca per sostituire quello del Golfo Persico.
Il seguito riunito a Milano dal “Capitano” è risultato però tutt’altro che oceanico. Certa destra ha lo stesso vizio della “sinistra” e cerca nei regimi esotici il modello ideologico da imitare in Italia, condannandosi da una parte all’irrilevanza e dall’altra alla criminalizzazione.
Come si può altrimenti definire il fatto di ridursi a informatori delle “barbe finte” straniere? Cioè a fare gli spioni per conto di altri spioni, talvolta per giunta tra i più “sfigati”?
La prova di tale condizione di indigenza sta nel fatto che le loro agenzie non sono neanche in grado di pagare un cosiddetto “capo stazione”, il quale, in una remota provincia, passa il suo tempo redigendo “schede” contenenti chiacchiere sulle vere o presunte infedeltà coniugali.
Questo si può capire se tali notizie riguardano i maggiorenti, ma che cosa può importare alla CIA o al temibile FSB, erede del KGB, con chi vada a letto l’ultimo morto di fame?
La setta dei macrobiotici, che riuscì – all’apice della sua espansione – ad aprire in tutta Italia ben centodieci ristoranti, era vincolata con la “Seguridad del Estado” di Cuba. Di tale circostanza erano peraltro al corrente il SISMI e il SISDE.
Dovendo mangiare presso una delle sedi macrobiotiche di Roma, conoscemmo così un simpatico colonnello dei Carabinieri, il quale per fortuna capì che non eravamo sleali nei confronti dello Stato.
Quando i macrobiotici conobbero il loro “Venticinque Luglio” – e forse nella brillante operazione che pose fine alle loro fortune c’era stato lo zampino dei nostri servizi – i “compagni” dell’Avana si affrettarono a scaricarli, giungendo al punto di cacciarli dall’isola.
Nel frattempo, però, la propaganda macrobiotica si confondeva con quella in favore dei “barbudos”, al punto che le imprese sportive del pugile Teófilo Stevenson venivano attribuite alla sua dieta alimentare. Come potesse un peso massimo trarre forza dalle bietole e dalle rape, invece che dalle bistecche, è un mistero comprensibile soltanto per chi compia un atto di fede.
Ora è in procinto di partire alla volta del mare dei Caraibi una nuova “flottiglia”. Gli equipaggi, prima di raggiungere la meta, avranno modo di dedicarsi a frenetiche attività tanto etero quanto omosessuali, come avveniva nei retrobottega dei “macrobiotici”.