Decreto Sicurezza, avvocati e crisi dello Stato: analisi critica
Il Governo è stato costretto a cancellare dal cosiddetto “Decreto Sicurezza” la norma, ritenuta costituzionalmente illegittima, con cui veniva assegnato agli avvocati patrocinanti i cittadini stranieri passibili di espulsione dal territorio nazionale un incentivo economico nel caso i loro assistiti avessero accettato di lasciare l’Italia.
Risulta chiaro come l’interesse di ogni persona che si trovi in questa situazione consista verosimilmente nel permanere nel Paese verso cui ha tentato di emigrare.
Il dovere di ogni avvocato consiste nel “difendere con lealtà”.
Se un legale manca a tale precetto, incorre nel reato di “infedele patrocinio”.
Se dunque un avvocato accetta un pagamento per indurre il proprio assistito – quando il suo caso si trova ancora “sub judice” – ad accettare una soluzione manifestamente contraria al proprio interesse, questo legale incorre in una violazione della norma penale.
La misura che il Governo tentava di introdurre nel nostro ordinamento giuridico avrebbe dunque istituito una circostanza esimente dal reato di infedele patrocinio.
Per fortuna, la Meloni non è riuscita nell’intento.
Quanto però fa specie è il fatto che le organizzazioni rappresentative degli avvocati – cioè il loro ordine professionale, il Consiglio Nazionale Forense e la Camera Penale – non abbiano eccepito l’illegittimità costituzionale di una norma con cui, qualora fosse malauguratamente entrata in vigore, si sarebbe messa gravemente in discussione l’onorabilità e l’affidabilità dei loro associati.
Evidentemente, alcuni appartenenti a questa categoria – anche se per fortuna non tutti – sono disposti a tradire gli interessi dei loro clienti purché vengano per questo pagati.
Senza per giunta temere conseguenze – né sul piano disciplinare, né tanto meno sul piano penale – in quanto chi li corrompe è addirittura lo Stato.
Che iscrive nel bilancio il relativo compenso.
Mentre negli ultimi esercizi finanziari non si destina più un solo centesimo per ricompensare il gratuito patrocinio.
Ci siamo rivolti tempo fa a un avvocato nostro amico, pregandolo di assumere la difesa di un nullatenente, che la giustizia ha in seguito assolto.
Questo legale ha accondisceso alla nostra preghiera, chiarendo però che il patrocinio non gli sarebbe stato mai pagato, neanche se avesse vissuto mille anni.
Tutto ciò dimostra come il tessuto sociale del nostro Paese si stia sfilacciando e che il Governo (come anche molti altri soggetti pubblici e privati) non si preoccupi minimamente di mantenerlo coeso.
La Meloni aveva visto da poco molti avvocati, come anche certe loro rispettive associazioni professionali, schierarsi nel referendum contro i magistrati.
Che essi evidentemente non considerano come degli arbitri, bensì come propri competitori.
L’astuta Signora della Garbatella ha pensato di ricompensare questi legulei per l’appoggio che le hanno offerto, pur avendo comunque perduto la consultazione popolare.
La stessa logica si manifesta nella totale inerzia dello Stato dinanzi alla crisi energetica.
Se l’Esecutivo avesse concepito un autentico e organico disegno autoritario, imporrebbe il razionamento.
Con cui verrebbero naturalmente salvaguardate le categorie che più lo sostengono, ma si terrebbe anche conto – per evitare malcontenti e ribellioni – dell’interesse delle altre, meno in grado di tutelarsi con le proprie forze e con le proprie risorse.
Andiamo invece verso il più ingiusto dei razionamenti, in quanto le persone singole o i soggetti sociali più ricchi e più potenti continueranno ad andare in automobile, mentre gli altri saranno ridotti a camminare a piedi.
Pur svolgendo in alcuni casi una funzione sociale più utile per la collettività.
Abbiamo già citato al riguardo l’esempio del calciatore di Serie A e del medico di base.
L’uno è pagato molto meglio dell’altro, ma solo per dare calci al pallone.
La logica del Governo consiste però nell’accontentare di preferenza le corporazioni più potenti.
Che compongono i cosiddetti “ceti tutelati”.
Un tempo si usava l’espressione “senza arte né parte”, che designava non già chi sapesse svolgere un mestiere, bensì precisamente chi era aggregato in una corporazione (cioè in una “arte”), o in una fazione politica, vale a dire la “parte”.
L’esito di questa politica consisterà inevitabilmente nella frammentazione del Paese lungo linee di divisione di carattere tanto sociale quanto territoriale.
Chi non gode di nessuna tutela e rimane dunque esposto al bisogno troverà però inevitabilmente la propria espressione politica.
Che non causerà la rivoluzione, ma getterà l’Italia nell’ingovernabilità e nel caos.
Quanto accaduto a Milano suona al riguardo come un campanello d’allarme.
Il dottor Magnaghi, presidente della Comunità Israelitica, è uomo moderato ed equilibrato, e il soggetto che lo ha designato alla propria guida non cerca tradizionalmente lo scontro, bensì la mediazione e la collaborazione con tutti.
Quando dunque il presidente asserisce che l’Associazione dei Partigiani aveva deciso “a priori” di espellere la rappresentanza ebraica dal corteo del Venticinque Aprile, non solo dice la verità, ma lo può provare in base alle informazioni raccolte dai servizi di sicurezza israeliani.
Come quelle che hanno permesso di promuovere il procedimento penale a carico di Hanoun.
Tutto comunque verrà chiarito in sede di giudizio.
L’Associazione Nazionale Partigiani – essendo ormai mancati quasi tutti i combattenti della Guerra di Liberazione – è presieduta dal segretario di Cossutta.
Anche prima di affidarsi a persone che non hanno partecipato alla Resistenza, questo soggetto politico ha sempre svolto la funzione consistente nel contrastare ogni conato di revisione ideologica in seno al Partito Comunista e nel sostenere viceversa una asserita ortodossia, coincidente con le direttive espresse un tempo dai suoi referenti stranieri: un tempo sovietici, ed oggi i musulmani estremisti.
Che sono degli antisemiti dichiarati.
Quando si partecipa a una manifestazione “antifascista” sventolando le bandiere non già della Palestina, bensì dell’Iran – cioè di uno dei regimi più illiberali esistenti nel mondo, che si propone apertamente di distruggere lo Stato di Israele – ci si pronuncia contro il diritto all’autodeterminazione.
Che costituì la motivazione comune a tutti i resistenti.
I quali combattevano per espellere dall’Italia il nemico che l’aveva occupata.
Non è però la prima volta che quanti hanno assunto la rappresentanza della Resistenza si pronunciano contro il processo di emancipazione dei popoli.
Ricordiamo come a Imperia, ben dopo la caduta del Muro di Berlino, la “sinistra” locale – su indicazione precisamente di certi dirigenti dell’Associazione Partigiani – si schierasse in favore di Milosevic.
Che non soltanto negava il diritto all’autodeterminazione dei popoli della ex Jugoslavia, ma incorreva anche nel genocidio.
In questo caso, si favoriva l’importazione della selvaggina, come pure il tentativo, perpetrato dall’autorità di Belgrado, di destabilizzare l’Italia.
Oggi questo stesso scopo viene perseguito dai musulmani estremisti.
Che sono pronti a scatenare la piazza per i loro obiettivi.
I fatti di Milano costituiscono un’anticipazione ed un esempio di tale intento.
Noi non siamo tra i sostenitori dell’attuale Governo.
Se lo fossimo, l’amministrazione comunale ci avrebbe già assegnato una presidenza.
Che invece ha beneficiato certi “compagni”, sempre pronti ad impartire agli altri lezioni di coerenza.
Vediamo tuttavia come la logica della “guerra per bande” accomuni tanto la Meloni quanto i suoi oppositori.
E porti inesorabilmente – come abbiamo tentato di dimostrare – al caos, al disordine ed alla decomposizione dello Stato.