Grazia alla Minetti e crisi della classe dirigente: analisi critica
Se l’obiettivo perseguito era attrarre l’attenzione del pubblico su argomenti del tutto diversi, al fine di distrarlo dall’imminenza di un aumento dei prezzi tale da ridurre molta gente alla fame, la diffusione delle informazioni sul caso della Minetti ha prodotto l’effetto esattamente contrario, gettando discredito sull’intera nostra “classe dirigente”.

Mattarella ha capito che anch’egli – ed anzi egli per primo – si era venuto a trovare in questa incomoda situazione e ha reagito nel modo più sbagliato.

Le istanze di grazia vengono istruite dalla Procura competente per territorio; poi la pratica viene trasmessa al Ministero della Giustizia, che formula il proprio parere e rimette la decisione finale al Capo dello Stato. A ognuno di questi tre livelli, le informazioni relative alla persona del richiedente e al suo comportamento vengono valutate e verificate “ex novo”.

L’Ufficio istituito a tal fine presso il Quirinale doveva dunque controllare se quanto indicato nel fascicolo rispondesse o meno alla verità. Se lo avesse fatto – compiendo una semplice verifica presso l’anagrafe – si sarebbe scoperto che il bambino dato in “affidamento” alla nota collaboratrice di Berlusconi non era orfano di entrambi i genitori, i quali erano anzi vivi e vegeti. Ciò avrebbe comportato una denuncia a carico di chi aveva trasmesso un’informazione dolosamente erronea a tale riguardo.

Se Mattarella è stato negligente, non serve lamentare un’uguale negligenza da parte di chi ha esaminato la pratica prima di lui. L’inquilino del Quirinale ha però goffamente tentato di correre ai ripari dopo che lo scandalo era scoppiato.

Perché il Presidente ha deciso di graziare comunque la Minetti? Questa signora poteva evitare il carcere scontando una cosiddetta “pena alternativa”, come l’affidamento ai servizi sociali, di cui aveva già beneficiato lo stesso Berlusconi, esibitosi in camice bianco mentre offriva cioccolatini agli anziani in una casa di riposo.

In realtà, la destra ha voluto mandare ai propri seguaci un messaggio ben preciso. Questa parte politica intendeva infatti far sapere a costoro che possono comunque contare sull’impunità, anche quando i reati commessi – ed accertati con sentenza già passata in giudicato – non si possono considerare “politici”, neanche dando a questa categoria di infrazioni alla norma penale la massima estensione.

Secondo tutta la dottrina, si considera “reato politico” quello che viene qualificato tale laddove – non essendo in presenza di uno Stato di diritto – si incorra in un comportamento che altrove non è perseguibile. Il cinese che viene arrestato perché ha criticato Deng Xiaoping viene dunque considerato unanimemente un “detenuto politico”.

“Quid juris”, però, se questo soggetto – adducendo che nel suo Paese non si può esercitare l’opposizione con metodi legali – tenta di uccidere il segretario del partito? Qui le opinioni cominciano a divergere, in quanto, secondo alcuni, si deve tenere conto del movente.

La Minetti viene considerata da una sentenza definitiva come una volgare meretrice, che procurava prostitute di alto bordo ai propri clienti, ed inoltre ha commesso un peculato. Per giunta, non ha scontato neanche una minima parte della pena, permettendo ai magistrati di valutare se la sua “buona condotta” dimostrasse un ravvedimento.

Naturalmente, la destra – riferendosi allo sfruttamento della prostituzione – ritiene che si debba considerare alla stregua di un “reato politico” anche quello commesso per soddisfare gli appetiti sessuali del capo. “Il re – diceva un vecchio proverbio – non mette le corna”, essendogli consentito praticare il cosiddetto “ius primae noctis”.

Dubitiamo comunque che la signorina Al Mahroug fosse illibata quando veniva gettata nel letto del Cavaliere.

Alla grazia, all’indulto e all’amnistia – tre istituti giuridici molto diversi l’uno dall’altro – si fa ricorso quando finisce una guerra civile. Allo scopo di propiziare la pacificazione e la riconciliazione, si decide di non sanzionare quanto commesso nell’ambito del conflitto, senza inoltrarsi nella distinzione tra reati “politici” e reati “comuni”. Anche questi ultimi, infatti, si considerano provocati – benché naturalmente non giustificabili sul piano morale – dalla situazione determinata in seguito allo scoppio delle ostilità.

La destra, procurando l’impunità della Minetti, intende far sapere ai propri seguaci che possono contare sull’impunità, senza però tenere conto del fatto che non era in corso alcuna guerra civile nel momento in cui costei commetteva i reati per cui è stata condannata. Alla guerra civile si può anzi istigare quando si incoraggia il comportamento criminale tenuto dai seguaci di una parte politica.

Se la signorina “igienista dentale” fosse stata iscritta a un partito dell’opposizione, Nordio avrebbe espresso ugualmente un parere favorevole alla concessione della grazia? Il dubbio è quanto meno legittimo.

La guerra civile di cui la destra vuole superare gli effetti non è comunque ancora iniziata. Noi diciamo, naturalmente, “per fortuna”. Tale conflitto viene però auspicato dall’attuale maggioranza, la quale, quanto meno, non pare affatto preoccupata da una simile eventualità.

Abbiamo già valutato i motivi in base ai quali – a nostro modesto avviso – la Meloni, in previsione di una crisi energetica, non dispone alcun razionamento del carburante. La presidente del Consiglio ha già deciso, in realtà, che il razionamento venga applicato nella forma più iniqua, cioè lasciando che sia il mercato a stabilire chi può usare l’automobile e chi deve invece rassegnarsi ad andare a piedi.

Non si tratta soltanto di favorire individualmente i ricchi a scapito dei poveri, quanto piuttosto di beneficiare e sostenere quelle aggregazioni sociali che risultano più forti e influenti, di cui dunque il Governo intende acquisire o mantenere il sostegno. Questa scelta non determina lo sfilacciamento del tessuto sociale, in atto da ben prima dell’insediamento della Meloni, ma certamente lo accentua e lo favorisce.

Nell’auspicio – questa è la scommessa della signora della Garbatella – che il conseguente inevitabile caos veda sopravvivere e rafforzarsi i raggruppamenti più favorevoli alla propria parte politica, o comunque quelli con cui inevitabilmente – data la loro forza e il loro radicamento – si devono fare i conti.

Si dice che il convivente della Minetti sia vicino agli ambienti della mafia siciliana. “Et pour cause”.

Quanto a Mattarella, possiamo ricordare il precedente per cui venne querelata la Cederna, la quale aveva denunciato come si dovesse passare per lo studio legale in cui lavoravano i figli del Presidente per ottenere la grazia, che beneficiò, tra gli altri, il famigerato pluriomicida pugliese detto “’O Malomme”, il quale non aveva scontato un solo giorno di prigione.

Noi non crediamo – né assolutamente intendiamo insinuare – che l’attuale Capo dello Stato incorra in un simile mercimonio. Può tuttavia aver influito sulla sua decisione una sorta di “ricatto ambientale”.

In ogni caso, posto di fronte alla realtà di un Paese che non rischia di cadere in una guerra civile motivata da opposte ideologie, ma può precipitare in una sorta di “guerra per bande”, combattuta tra i diversi soggetti che si contendono il controllo sociale e territoriale, Mattarella agisce come Ponzio Pilato, credendo forse che ciò impedisca, attenui o quanto meno rinvii lo scontro, che è invece virtualmente già in atto e che la destra pare incautamente attizzare, senza tenere conto di come la parte opposta si dimostri altrettanto preparata per una simile eventualità e che nemmeno essa la deprechi, scorgendovi un’occasione “rivoluzionaria”, la quale non è affatto tale, salvo che per “rivoluzione” si intenda il caos e l’anarchia indotti da una sorta di “guerriglia civile”.

A Milano, una certa “sinistra” ha inneggiato al nazismo, auspicando una riedizione dell’Olocausto ai danni degli israeliti. I “progressisti” che si rifanno a Hitler considerano auspicabile – dal loro punto di vista – tutto quanto serve ad attizzare l’odio e, di conseguenza, la violenza, tanto più essendo finanziati da certe potenze straniere che si propongono di destabilizzare l’Italia.

Quando la partita degenera in rissa, l’arbitro ha sempre una parte della responsabilità, avendo il compito di sanzionare ogni fallo. Nel caso della Minetti, lo ha commesso la “destra”. Pur essendo la squadra avversa altrettanto scorretta, Mattarella doveva fischiare. Ma non ha fischiato.

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Mario Castellano  28/04/2026
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