I dieci anni che sconvolsero il Monte – Invito alla lettura
Marco Parlangeli, I dieci anni che sconvolsero il Monte e gran parte del sistema bancario italiano, La Vela Editore, 2026, s. i. p.

L’autore si è rivolto a noi, per il cortese tramite del comune ed ottimo amico Riccardo Martini Sartorelli – il quale ha sostituito il padre, Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo, nella gestione dell’omonimo ristorante – chiedendoci gentilmente tanto di redigere un “Invito alla Lettura” del suo libro quanto di invitare i nostri lettori ad assistere alla sua presentazione, che avrà luogo il prossimo 6 maggio, alle ore 17, presso la Biblioteca Civica di Imperia.

Non possiamo viceversa, per il momento, scrivere una recensione, riservandoci di provvedere appena letto il volume, che verrà presentato dal presidente Enrico Lupi.
La scelta di questo illustre rappresentante tanto del mondo economico quanto della cultura locale – trattandosi di un intellettuale di alto ed indiscusso prestigio – garantisce di per sé il valore dell’opera del dottor Parlangeli, così come permette di prescindere dall’impiego dell’apparato di amplificazione, il che, in tempi di crisi energetica, determina un risparmio sui costi della manifestazione.

Il dottor Parlangeli, come risulta dal titolo stesso del suo libro, è stato dirigente del Monte dei Paschi di Siena.
Immaginiamo dunque il suo stato d’animo nel narrare la catastrofe di questo glorioso istituto di credito.
L’autore deve essersi sentito come Enea quando dovette raccontare a Didone la caduta della sua patria: “Infandum, Regina, iubes renovare dolorem”.

In realtà, la scelta della nostra modesta persona quale incaricato di scrivere un invito alla lettura di questa opera, dedicata ad una vicenda drammatica ed anzi tragica – essendoci “scappato il morto” con la misteriosa defenestrazione di un collega dell’autore, non sapremo mai se suicida o “suicidato” – da un lato ci onora, ma dall’altro lato ci stupisce.

Avremmo infatti ritenuto logico che il dottor Parlangeli si rivolgesse – data la contiguità tra la storia di questa forza politica e quella della sua banca – a qualche dirigente del partito ex comunista locale, ovvero a qualcuno tra i superstiti collaboratori dell’onorevole Manfredi.
Ci riferiamo in particolare al dottor Achille Fontana, che del deputato di Pieve di Teco fu ascoltato consulente in materia economica e finanziaria.

Il riferimento all’onorevole Manfredi non è casuale: l’eminente uomo politico propiziò – per il tramite del dottor Renato Barberio di Sanremo – l’apertura ad Imperia di una rappresentanza del Monte dei Paschi, che operava soltanto per la promozione degli investimenti, ma avrebbe dovuto, nelle intenzioni, trasformarsi in una filiale, in grado di offrire anche i cosiddetti “servizi di sportello”.
La crisi della banca impedì però tale esito.

La rappresentanza imperiese del Monte dei Paschi si appoggiava comunque sull’agenzia locale della Unipol, il cui titolare operò a lungo ad Imperia quale “agente di influenza” per conto dei dirigenti nazionali del Partito Comunista.

Non siamo tra quanti condividono il sospetto di Laocoonte, che disse: “Timeo Danaos et dona ferentes”, e riteniamo che ogni omaggio debba essere comunque accolto con cortesia e gratitudine.

Ciò premesso, chiariamo che il nostro campo di indagine è il diritto pubblico e la nostra conoscenza dell’economia e della finanza non permetterebbe di recensire adeguatamente l’opera del dottor Parlangeli.
Ne trattiamo dunque in qualità di profani.

Non occorre comunque essere un premio Nobel dell’economia per sapere che una banca va inevitabilmente in fallimento se regala il denaro anziché darlo in prestito.
Molte delle attività finanziate dal Monte dei Paschi non potevano verosimilmente produrre alcun utile, ma venivano ugualmente sostenute per ampliare il consenso elettorale del Partito Comunista.

Che riuscì in un’impresa tentata inutilmente da tutti i regimi succedutisi dall’epoca del canonico Sallustio Bandini, il quale certamente si rivoltò nella tomba quando vide come i propri successori nella guida del “Gobbo” – come viene chiamato a Siena – si univano con un confratello nel sacerdozio – alludiamo all’arcivescovo Castellano – nel proposito di distruggere il glorioso e plurisecolare istituto di “credito” (?).

L’Arcidiocesi giunse a totalizzare nei suoi confronti un debito pari a due miliardi di lire.
Condividendo a volte la mensa con l’arcivescovo, potemmo constatare come tale “buco” gli rovinasse puntualmente la digestione.

All’ora di pranzo – per evitare che gli si rispondesse: “Sua Eccellenza è impegnato” – arrivava, inesorabile come la morte, la telefonata del direttore centrale, il quale intimava al presule il fatidico: “Rientri!”, cui monsignor Castellano rispondeva farfugliando penosamente scuse ed implorazioni di una dilazione.

Questo nostro zio, convinto di avere ereditato dal padre il “genio degli affari” e dedito – come tutti quanti nutrono tale illusione – a causare disastri finanziari, aveva edificato uno studentato per gli universitari.
Poiché risultava impossibile l’ammortamento della somma investita, mutuata incautamente dalla banca, la voragine minacciava di inghiottirlo insieme con la Curia arcivescovile.

A salvarlo giunse – come la cavalleria nelle pellicole americane – l’arrivo a Siena di suo cugino Sandro Natta.
La consanguineità era in realtà remota, ma il vescovo si trasformò ugualmente nel classico “parente nel bisogno”.

Il segretario, informato della sua catastrofica situazione, intimò ai “compagni” di rimettere immediatamente il debito, adempiendo – benché si trattasse di atei dichiarati – al precetto contenuto nel “Padre Nostro”, ma trasgredendo le più elementari regole della finanza.

Indi, si precipitò in arcivescovado per recare la buona novella all’ordinario.
Il colloquio tra i due meriterebbe di venire descritto dalla penna di Alessandro Manzoni, ricordando quello tra il Conte Zio ed il Padre Provinciale: “Troncare, sopire”.

In cambio dei due miliardi – paradossalmente, l’arcivescovo aveva partorito il proprio capolavoro economico – venne richiesta l’attiva partecipazione alle campagne elettorali della nipote, la quale salì su di un ideale carro trionfale, trainato da entrambi gli zii: lo zio Sandro e lo zio Ismaele.

Il quale riuscì anche in un capolavoro politico, consistente nell’essere allo stesso tempo anticomunista e comunista.
Ne fecero le spese gli altri nipoti. “Quorum nos”.

Se il dottor Parlangeli, sollecitato a rievocare le vicende del Monte dei Paschi, può ben dire “Infandum, Regina, iubes renovare dolorem”, possiamo a maggior ragione fare nostra l’espressione di Virgilio, il quale scrisse anche: “Malo assuetus Ligur”.

È tutto vero. Anche nel 2026.

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Mario Castellano  30/04/2026
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