Carlo III e Trump: una lezione di politica, diritto e diplomazia
Il Re d’Inghilterra ha impartito a Trump – come pure a tutti i suoi compatrioti – una lezione di religione, di diritto, di strategia, ma soprattutto di educazione.
Quando un Capo di Stato – come anche un Capo di Governo, e perfino un semplice Ministro – si reca in visita all’estero, o riceve qualche ospite straniero di pari grado, i Servizi di informazione gli trasmettono in anticipo una scheda riguardante i personaggi con cui dovrà confrontarsi.
In cui vengono annotate non soltanto le inclinazioni ideologiche, ma anche le caratteristiche che compongono la personalità di ciascuno.
Quanto si sa del Presidente degli Stati Uniti – senza peraltro che vi sia bisogno di appartenere ad alcun servizio segreto – si può riassumere in tre aggettivi: l’uomo è un caratteriale, un maleducato e soprattutto un ignorante.
Il quale – essendo riuscito a laurearsi grazie alle elargizioni di suo padre ad una università, peraltro prestigiosa – assomma, come sempre avviene in questi casi, la presunzione alla mancanza di cultura.
Anche Kennedy – uno dei Presidenti degli Stati Uniti laureati ad Harvard – era stato uno studente mediocre, ma si era formato grazie all’esperienza maturata durante la guerra mondiale.
Nella quale si era indubbiamente distinto per le doti di coraggio e la capacità di “leadership”.
Anche se naturalmente i meriti acquisiti sul campo erano stati fortemente sottolineati per facilitare la successiva carriera politica.
Si racconta comunque che il futuro Presidente avesse mandato all’esame di spagnolo un collega che gli assomigliava fisicamente, rischiando – oltre alla bocciatura – un provvedimento disciplinare.
Evitato comunque grazie ai soldi di suo padre.
Il Re d’Inghilterra, che incarna in somma misura tanto l’umorismo quanto la flemma tipici dei suoi connazionali, ha calibrato i due discorsi – uno alla Casa Bianca ed uno al Congresso – in modo da dimostrare la propria superiorità culturale sull’interlocutore (il che risultava peraltro abbastanza facile), prendendolo anche garbatamente in giro.
I riferimenti storici erano peraltro inappuntabili, come quelli esibiti davanti al Senato italiano.
Il Sovrano ha ricordato tanto l’episodio – che gli americani imparano fin dalla prima elementare – delle balle di tè gettate dai “coloni” nel porto di Boston per protesta contro le imposte pretese dalla Corona, quanto l’incendio della Casa Bianca, appiccato precisamente dagli inglesi nel 1814.
Di fronte a tanta erudizione, Trump ha potuto soltanto ricordare il suo stupore nel visitare Buckingham Palace.
Questo richiama alla mente di noi liguri la famosa frase pronunciata nel 1686 dal Doge di Genova Francesco Maria Imperiale Lercari, visitando la Reggia di Versailles.
Essendogli stato domandato che cosa più lo avesse stupito, costui rispose: “Mi chi”.
Tradotto in italiano, ciò significa: “Il fatto che un morto di fame come me si trovi in questo posto”.
Trump è tutt’altro che un morto di fame, in senso economico, ma è anch’egli un povero provinciale.
Assolutamente non in grado di capire la lezione che gli veniva impartita.
Recepita, tuttavia, dalle persone più colte, che certamente non mancano nel suo “entourage”.
E che dovrebbero suggerirgli le mosse da compiere in politica internazionale.
Ciò premesso, la lezione ha riguardato, come già si è detto, in primo luogo la religione.
Il Re si è dichiarato un cristiano convinto e devoto, ricordando anche il significato liturgico della Pasqua.
Che non dura soltanto un giorno, bensì un intero periodo dell’anno.
La fede professata dal Sovrano, benché incarnata da chi è anche Capo della Chiesa anglicana, ha però le caratteristiche proprie di quella vissuta dalla gran parte dei credenti europei.
Essa riguarda cioè la sfera personale, intima e soggettiva.
E dunque non comporta alcuna pretesa di trasformare lo Stato laico in Stato confessionale.
Né risulta possibile farne uso quale motivazione degli atti di governo, compiuti in particolare nell’ambito della politica estera.
Il Ministro “della Guerra” – così si chiama ora ufficialmente il Pentagono – di Trump si considera un crociato e lo dichiara mediante i tatuaggi impressi sul suo corpo.
Riproducenti simboli di quel periodo storico.
Dato però che normalmente, negli incontri ufficiali, ci si presenta vestiti, l’uomo ha avuto cura di farsi fotografare seminudo in palestra.
Volendo qualificare la guerra contro l’Iran come una prosecuzione delle gesta di Goffredo di Buglione.
Anche un Re d’Inghilterra – per la precisione Giovanni Senza Terra (quello della “Magna Charta”) – aveva peraltro combattuto in Terra Santa, e lo stesso Generale Allemby, dopo avere preso Gerusalemme, si era rifatto precisamente ai crociati.
Il Re non ha fatto assolutamente alcun riferimento alla Guerra del Golfo, dal che risulta chiaro come non condivida tali richiami retorici.
Alle decisioni politiche – giuste o sbagliate che siano – non si deve attribuire, da parte di uno Stato laico, alcun significato religioso.
Neanche quando si è credenti e praticanti.
Come lo sono tutti i componenti della Famiglia Reale.
In diritto, il Sovrano ha elogiato il cosiddetto “bilanciamento dei poteri”, che riflette l’idea della tripartizione.
Elaborata da Montesquieu, ma già messa in pratica – per via del tipico empirismo anglosassone – fin da quando l’Inghilterra era divenuta una monarchia costituzionale.
Le derive verso la “democratura” non sono dunque condivise da Carlo III.
Questo già si sapeva, ma il Re ha voluto ribadirlo.
Sempre restando nell’ambito giuridico, ma spostando il discorso verso la filosofia del diritto, il Sovrano ha voluto ricordare che il potere – neanche attribuito ai monarchi, e dunque a maggior ragione se esercitato nelle repubbliche da organi elettivi – non deriva da una investitura divina.
Il Re, essendo un sovrano costituzionale, tale è soltanto per volontà della Nazione.
Contro gli imperi, che si basavano sull’opposto principio di legittimità, l’Inghilterra – ed anche gli Stati Uniti – combatterono la prima guerra mondiale.
Se dunque Trump intende divenire il nuovo “Sacro Americano Imperatore”, il Re dichiara il proprio disaccordo.
Insieme con quello del suo Paese.
Che ancora una volta non vuole essere coinvolto dalle tendenze dell’Europa continentale.
Carlo III si è riferito infine al concetto di nazione, ciascuna delle quali a volte ne genera un’altra.
Lo ha fatto in garbata polemica con il suo interlocutore, il quale ha detto che grazie all’America gli inglesi – e gli altri europei – non parlano tedesco.
Se non fosse stato per l’Inghilterra – ha risposto Carlo III – negli Stati Uniti si parlerebbe francese.
Fu infatti l’Inghilterra ad espellere dall’America settentrionale i francesi con la Guerra dei Sette Anni, finita nel 1773.
Prima cioè della Dichiarazione di Indipendenza.
Il Sovrano ha addirittura detto – cadendo in una esagerazione – che la Gran Bretagna aveva fatto bene ad intervenire a Suez nel 1956.
Essendo però disapprovata dagli Stati Uniti, e costretta a desistere.
Questo episodio viene considerato però come il momento culminante della ritirata dell’Occidente.
Che sta continuando: l’America fa la guerra contro l’Iran, ma è costretta a lasciare il Golfo Persico.
Le cui monarchie facevano parte dell’Impero britannico.
Dopo avere ascoltato la lezione – peraltro senza capirci un bel nulla – né il Re poteva illudersi che il suo allievo lo avesse compreso – Trump ha telefonato a Putin.
Lasciando intendere che l’Ucraina, cui gli inglesi e gli altri europei tengono molto, come ha detto il Sovrano, gli interessa poco.
Ed ha continuato a bloccare Hormuz, il che ci priva del petrolio.
Soprattutto, però, ha ritirato dall’Europa parte delle sue truppe.
Il gesto è poco più che simbolico, ma esprime un ricatto nei nostri confronti.
Se non mi accettate come Imperatore – manda a dire il “tycoon” – vi abbandono al vostro destino.
Carlo III scorge nella Russia – più che nell’Islam – chi ne potrebbe approfittare.
In ogni caso, ci conviene armarci e prepararci a resistere, se non vogliamo essere invasi.