Stretto di Hormuz: crisi energetica, geopolitica e ruolo degli Stati Uniti
Questa mattina, ci siamo svegliati con la notizia che Trump ha finalmente deciso di procedere allo sblocco dello Stretto di Hormuz, iniziando un’operazione militare mediante la quale si dovrebbe permettere non soltanto l’uscita dal Golfo Persico di milletrecento - millecinquecento navi mercantili, soprattutto occidentali, ripristinando in quelle acque la libertà di navigazione.

Non soltanto limitata, ma addirittura virtualmente soppressa per effetto di un comportamento considerato dal diritto internazionale marittimo quale pirateria.

Passibile, come tale, di essere represso e sanzionato dalla Marina Militare di ogni Paese.

È peraltro in gioco, come abbiamo avuto modo di ricordare molte volte fin dall’inizio dell’attuale conflitto, il rifornimento di energia per l’Europa.

Se il blocco dovesse protrarsi, si paralizzerebbe infatti nei nostri Paesi la produzione ed il trasporto.

Causando una crisi senza precedenti per l’industria e per il commercio.

Che la mossa finalmente annunciata da Trump risultasse non soltanto inevitabile, ma anche imminente, lo indicavano diverse ben precise circostanze.

La prima delle quali consiste nel mancato razionamento del combustibile.

All’omissione di tale misura si è tentato di ovviare in tre modi.

Il primo dei quali consiste nella temporanea diminuzione delle cosiddette “accise”, cioè delle imposte prelevate dallo Stato a carico di chi acquista e vende il combustibile “alla pompa”.

Uno Stato in bancarotta come il nostro non poteva però permettersi più a lungo di rinunciare ad una delle sue poche entrate sicure ed immediate.

La seconda misura è consistita nella quasi assoluta equiparazione tra il prezzo del gasolio e quello della benzina, essendo il primo impiegato tanto nel trasporto pubblico collettivo delle persone quanto nella circolazione delle merci.

Presupponendo che viceversa il trasporto privato individuale non svolga mai una funzione sociale.

Cui invece adempie il medico che accorre a visitare il paziente in pericolo di vita, come pure l’agente di polizia che si reca a prendere servizio usando la propria vettura personale.

L’aumento del prezzo del combustibile costituisce comunque una forma di razionamento: certamente la più iniqua, in quanto non penalizza chi usa l’autoveicolo per divertirsi più di chi viceversa lo impiega per motivi di lavoro.

La terza misura, adottata necessariamente senza alcuna pubblicità, ed anzi dando luogo ad un’omissione non solo dell’informazione, ma soprattutto della tutela di alcuni diritti fondamentali, è costituita in una sorta di censura su quanto stava avvenendo, oltre che nell’inerzia dimostrata inopinatamente da chi era stato colpito nell’esercizio dei propri diritti.

Una parziale infrazione a questa censura non dichiarata è stata commessa quando i mezzi di informazione hanno dovuto registrare il sequestro, da parte della Marina Militare dell’Iran, di tre navi mercantili, abbordate e condotte nei porti di tale Paese.

Due di queste imbarcazioni battono bandiera italiana ed appartengono entrambe – stando a quanto annunciato – ad una società di navigazione, la “M. S. C.”, con base a Genova e di proprietà dell’armatore italo – svizzero Aponte.

Il quale si è sempre dimostrato capace di tutelare i propri interessi.

Come dimostra il fatto che metteva abitualmente il proprio elicottero personale a disposizione di Bucci, fin da quando l’attuale “Governatore” della Liguria era ancora Sindaco di Genova.

Nei conciliaboli che si svolgevano a bordo del panfilo di Spinelli, cui partecipava in rappresentanza della sua parte politica anche il compagno “Burlando”, si promuovevano anche gli interessi di Aponte.

Il quale però è stato soltanto sfiorato dallo scandalo, dal momento che non perdeva il proprio tempo in simili conciliaboli.

Nel caso di un’altra nave, nella fattispecie da crociera, appartenente allo stesso armatore, l’uscita dallo Stretto di Hormuz è avvenuta senza alcun danno.

Probabilmente essendo stato pagato all’Iran il pedaggio che le sue autorità vorrebbero rendere legale e permanente.

Perché l’Italia non ha protestato con l’Iran avendo subito un gravissimo atto di pirateria?

E perché non si è mai saputo ufficialmente nulla della sorte toccata agli equipaggi?

In base ad una modifica delle norme che regolano questa materia, le nostre navi – che da tempo immemorabile imbarcano equipaggi “terzomondisti” – non devono più essere obbligatoriamente condotte da ufficiali diplomati in Europa presso un istituto nautico.

Se l’imperizia di qualche comandante privo di titolo le fa affondare, le assicurazioni pagano ugualmente.

Se anche nessun connazionale è coinvolto, rimane però in ogni caso l’offesa arrecata alla bandiera dell’Italia.

Se il Ministero non ha compiuto o non lo ha reso pubblico, né a Teheran né a Roma, quanto più stupisce è però il silenzio dell’armatore.

Il quale non risulta avere sollecitato alcuna tutela.

Che, in base alle norme tanto interne quanto internazionali, deve essergli assicurata dal nostro Governo.

Probabilmente, sia l’Esecutivo sia il soggetto privato interessato hanno preferito tacere.

Quanto ai malcapitati ufficiali e marinai, che cosa ne è di loro?

Rimangono a bordo, oppure sono stati espulsi senza darne notizia?

O addirittura sono stati sbarcati a forza e vengono detenuti sulla terraferma?

E le loro famiglie non hanno chiesto notizie dei propri congiunti?

Probabilmente, ci si fida – analogamente a quanto avviene per il mancato razionamento del combustibile – dell’assicurazione, comunicata in via riservata dal Governo americano alle autorità degli altri Paesi interessati, che la situazione sarebbe stata prima o poi sbloccata con la forza.

Qualora non fossero bastate le pressioni diplomatiche, cui l’Iran si è peraltro dimostrato insensibile.

Ecco dunque che “arrivano i nostri”.

Speriamo che l’operazione riesca, e che non provochi una ripresa generalizzata delle ostilità.

Possiamo comunque fin d’ora esprimere una valutazione dal punto di vista politico della situazione.

I governi europei, compreso quello italiano, non perdono occasione tanto per condannare Israele – accusato precisamente di “pirateria” per avere fermato con la forza la nuova “flotilla” – quanto per dissociarsi dagli Stati Uniti in merito alla loro condotta nei confronti dell’Iran.

Resta però il fatto che la pirateria commessa dalle Forze Armate di tale Paese si è consumata ai danni di tutte le nazioni cui appartengono le navi attualmente bloccate nel Golfo Persico.

Se non ci si fida degli Stati Uniti, perché non si agisce direttamente per fare cessare questa pratica illegale?

Le norme del diritto internazionale marittimo lo permettono, ed anzi addirittura lo prescrivono.

Aspettare che gli americani rendano possibile il ripristino della libertà di navigazione, risparmiandoci la prospettiva di camminare a piedi perché manca la benzina, ma nel frattempo criticare Trump perché viola il diritto internazionale, omettendo per giunta di denunciare una trasgressione ben più grave e più dannosa per i nostri interessi da parte dell’Iran, presenta per tutti gli occidentali un indubbio vantaggio.

Che consiste nel barcamenarsi tra due soggetti contrapposti l’uno all’altro.

Da una parte c’è un alleato della cui tutela non possiamo fare a meno – non soltanto nel Golfo Persico, ma anche in Europa – al quale viene tacitamente conferito l’incarico di provvedere al cosiddetto “lavoro sporco” necessario per sbloccare lo Stretto di Hormuz; dall’altra parte, ci sono i regimi “terzomondisti”.

Che non costituiscono certamente dei buoni esempi di Stato di diritto, e per giunta non fanno mistero di volersi espandere a nostro danno.

Questo è successo ogni volta che un Paese occidentale – dal 1945 in poi – si è trovato a combattere una guerra fuori dall’Europa.

L’America pretese nel 1956 che la Francia e l’Inghilterra si ritirassero da Suez, accettando la nazionalizzazione del Canale decisa da Nasser.

Sempre gli Stati Uniti – insieme con tutti gli altri alleati – criticarono la Francia quando si ostinava a rimanere in Indocina ed in Algeria.

Riferendosi agli americani, il Generale De Gaulle disse: “Je leur souhaite beaucoup de bien”.

Prevedendo che si sarebbero a loro volta impantanati.

Il che avvenne puntualmente nel Vietnam.

Di cui gli europei si disinteressarono, abbandonandoli al loro destino.

Nixon chiese invano a Wilson l’invio di un contingente simbolico, anche “una banda di suonatori di cornamusa”.

Lo stesso è accaduto in tempi più recenti per l’Afghanistan.

Dove i contingenti simbolici europei furono mandati, ma poi tempestivamente ritirati.

In tempo comunque perché il nostro Generale Bellacicco dovesse compiere la sua ritirata.

Ora però non siamo in presenza dell’ennesima battaglia di retroguardia, come tale per sua natura anacronistica e sbagliata.

Essendo in gioco in sostanza il diritto all’autodeterminazione.

Se lo si nega nel caso di Israele, lo si mette in pericolo per tutti.

La differenza con le situazioni precedenti consiste precisamente nel fatto che allora erano i “terzomondisti” a rivendicare questo diritto, peraltro con ragione.

Noi abbiamo già scontato sulla nostra pelle gli effetti nefasti dell’atteggiamento tenuto da chi per un verso metteva in pericolo la sicurezza nazionale mentre per un altro verso pretendeva di impartire lezioni di “ortodossia atlantica”.

Naturalmente nel nome dell’anticomunismo.

I servizi segreti della Jugoslavia di Tito poterono agire indisturbati per decenni usando la nostra città come base da cui promuovere la destabilizzazione dell’Italia, ed usando come copertura il commercio della selvaggina.

Questo doppio gioco non si può più praticare, come dimostra l’arresto di Hanoun.

Anch’egli dedito – lo abbiamo ricordato infinite volte – ad esportare capitali.

Che andavano a finanziare il terrorismo.

Procurando una destabilizzazione ben più grave e pericolosa dell’Occidente di quella perpetrata per conto del “Maresciallo” Tito.

Dobbiamo renderci conto che siamo coinvolti anche noi nella guerra in corso, ed è impossibile fare finta che non ci riguardi.

Possiamo naturalmente nascondere la notizia del sequestro delle nostre navi.

Non potremo però nascondere agli italiani l’aumento dei prezzi, la sparizione delle merci dal mercato e la disoccupazione.

Né tanto meno il fatto di essere costretti ad andare a piedi.

La Lega denuncia la “islamizzazione” dell’Italia, causata dall’introduzione dei permessi retribuiti in favore dei lavoratori musulmani in occasione delle loro festività religiose.

Se il pericolo della “islamizzazione” esiste, viene causato dal fatto di non reagire alla pirateria.

Commessa per l’appunto dalla Repubblica “Islamica”.

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Mario Castellano  04/05/2026
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