Cuba, Fidel Castro e il tramonto della Rivoluzione comunista
Per comprendere le origini storiche, ormai remote, di quanto sta accadendo a Cuba, occorre risalire al lontano 1948, quando a Bogotà, in Colombia, si stava svolgendo il Congresso degli Universitari dell’America Latina.

Tra i rappresentanti di Cuba figurava un giovane e brillante studente della Facoltà di Giurisprudenza: il futuro Avvocato – e Principe del Foro dell’Avana – Fidel Castro.

Proprio mentre il Congresso era in corso, i Militari abbatterono con un colpo di Stato il Governo populista di Jorge Eliécer Gaitán, aprendo la strada, da un lato, alla lunga dittatura di Gustavo Rojas Pinilla – una delle tante instaurate nel Continente durante gli Anni Cinquanta – e, dall’altro, all’inizio di una guerriglia endemica, promossa dai seguaci del Capo politico deposto, che precedette e accompagnò quelle generate più tardi dall’esempio della Rivoluzione Cubana.

Fu necessario arrivare al Pontificato di Bergoglio perché l’accordo di pace e di disarmo tra il Governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia mettesse fine a questa esperienza.

Nell’immediato, i seguaci di Gaitán resistettero ai “Golpisti”, e gli Universitari degli altri Paesi si unirono a loro.
Fidel Castro ebbe in quella circostanza il suo “Battesimo del Fuoco”.

Spenta la resistenza nella Capitale, il giovane si rifugiò nella propria Ambasciata, da cui uscì per essere rimpatriato con un volo speciale grazie alle aderenze di suo padre, un ex soldato spagnolo originario della Galizia, ritornato nell’Isola dopo la Guerra del 1898 per farvi fortuna come imprenditore agricolo.

Il vecchio Castro mobilitò da un lato le sue aderenze massoniche, e dall’altro quelle ecclesiastiche, in particolare Monsignor Pérez, Arcivescovo dell’Avana, anch’egli spagnolo.
Tutti costoro ottennero l’aiuto del Governo di Batista.

Il giovane Fidel era già stato iniziato nella Libera Muratoria.
Il futuro rivoluzionario aveva inoltre studiato nell’esclusivo Liceo dei Gesuiti, provenienti anch’essi dalla Madrepatria.

Questi precedenti spiegano perché, una volta preso il Potere, egli non soppresse le Logge, né perseguitò apertamente la Chiesa.

Castro poté così ritornare agli studi ed alla militanza politica tra i Liberali.
Dopo l’elezione a Presidente e il rovesciamento del suo “leader”, Carlos Prío Socarrás, il giovane Avvocato si convinse che i Regimi autoritari potessero essere abbattuti – e quelli progressisti preservati – soltanto con l’uso della forza.

Fu così che promosse il tentativo di prendere con le armi il controllo della Caserma Moncada di Santiago de Cuba.

Dopo il fallimento dell’impresa, Batista lo fece rinchiudere nell’Isola dei Pini, ma ancora una volta la protezione paterna gli garantì condizioni di detenzione molto confortevoli.
La cella in cui Castro fu rinchiuso si può ancora visitare, essendo stata trasformata in Museo.

Quanto all’alimentazione, essa consisteva in una delle migliori specialità della cucina locale: il riso coi gamberi.

L’autodifesa di Castro davanti al Tribunale costituì la sua migliore prova come Avvocato.
Castro non negò di avere commesso un reato, ma invocò lo Stato di Necessità.
Che però – in base alla Giurisprudenza – può essere riferito soltanto alle condizioni individuali, e non a quelle sociali.

Uscito comunque anzitempo dal Penitenziario, l’uomo attraversò il Mare dei Caraibi per rifugiarsi in Messico, ove l’ex Presidente Lázaro Cárdenas ospitava ed aiutava ogni tipo di sovversivo.

Quelli cubani godettero anche della consulenza di un ex Generale della Repubblica Spagnola, tale Eliseo Bayo, che li addestrava in una tenuta agricola appartenente, per l’appunto, a Cárdenas.

Seguì lo sbarco nell’Isola a bordo del panfilo Granma, ed il trionfo della Rivoluzione.
Questa storia, però, è più nota della precedente, per cui non abbiamo bisogno di ricordarla.

Castro rimase comunque liberale fino a dopo la conquista del Potere.
Il dissidio con gli Stati Uniti fu causato da alcuni atti di Governo radicali, soprattutto l’esproprio di diverse raffinerie di zucchero di proprietà dei Nordamericani.

Roosevelt, negli Anni Trenta, aveva lasciato che il Governo messicano nazionalizzasse il petrolio.
La reazione di Eisenhower fu invece causata da un rigurgito dell’isteria anticomunista.

Il risultato fu che Castro si rivolse ai Sovietici, che lo sostennero con i loro aiuti economici e soprattutto lo indussero a dichiararsi comunista.
Cosa che Castro, in realtà, non era mai stato.

Il risultato fu, in Politica Interna, l’instaurazione di un Regime ricalcato sul modello di quelli del cosiddetto “Socialismo Reale” e, in Politica Internazionale, l’illusione di sollevare negli altri Paesi del Continente delle insurrezioni propiziate da altrettanti “Fuochi” della guerriglia.
Come quello acceso da Castro tra il 1956 e il 1959 a Cuba.

L’adesione popolare non venne in nessun luogo dell’America Latina, precisamente perché la gente detestava le dittature militari, ma non condivideva neppure il Comunismo.

La Rivoluzione continentale tuttavia avvenne, in coincidenza proprio con il crollo del Sistema Comunista.
Che privò i “Golpisti” del pretesto con cui si erano impadroniti del Potere, godendo dell’appoggio degli Stati Uniti: quello consistente nel contrastare il Comunismo.

Oggi i Militari, pur continuando a costituire ovunque una casta privilegiata ed esclusiva, non escono più dalle caserme e non condizionano più l’elezione dei Presidenti.

Questa è la realizzazione del sogno di Bolívar: se non l’Unità del Continente, quanto meno l’uniformità democratica dei suoi Regimi politici.

Cuba rimane invece nella condizione di quelle piccole Isole che non si sono affrancate dal dominio coloniale europeo, in quanto la Società locale non esprime una reale aspirazione all’Indipendenza.

Il Paese continua dunque a dipendere dalla Russia, che – essendo ormai impegnata nel perseguire un disegno strategico completamente diverso dalla Rivoluzione Comunista Mondiale – si disinteressa sostanzialmente della sua sorte.

Né gli Stati Uniti sembrano intenzionati a rovesciare il Regime con un atto di forza.

Non resta dunque ai successori di Castro che affidarsi alla beneficenza dei “Progressisti”.
I quali – nel momento stesso in cui assumono come riferimento ideologico un Regime ormai ridotto alla condizione di fossile vivente – cadono in contraddizione.

Senza peraltro che si possa sostenere come il modello marxista-leninista, pietrificato nelle Istituzioni dell’Isola, rappresenti un cammino credibile verso il progresso sociale.

Nel 1989, l’Europa Orientale, essendo compresse tutte le energie creative tanto nell’Economia quanto nella Cultura e nella Politica, si dibatteva nella miseria ed auspicava un cambiamento.
Da perseguire naturalmente con mezzi pacifici, analogamente a quanto era avvenuto in precedenza in Spagna.

Dove la cosiddetta “Società Civile”, in tutte le sue espressioni culturali, economiche e religiose, aveva provocato un cambiamento.
Pacifico, certamente, ma radicale.

Nella Società cubana non si scorge invece, purtroppo, nessun soggetto in grado di promuoverlo.

Quanto alla crisi economica – giunta ormai all’estremo, e per la quale si invoca un aiuto umanitario dall’esterno – è falso quanto afferma la propaganda del Regime.
La sua causa non è – o lo è soltanto in minima parte – il “Blocco” imposto dagli Stati Uniti.
Che, peraltro, era già stato revocato da Obama.

Cuba sconta l’inefficienza di un’economia che non lascia il minimo spazio all’iniziativa privata.
Che anzi viene combattuta, così come ogni influenza politica proveniente dall’esterno.

Se si vuole veramente aiutare il Popolo cubano – che sa esprimere grandi valori umani e non merita di giacere nella sua triste condizione attuale – occorre dunque stimolare una revisione ideologica.
Attraverso la quale si può sperare in un cambiamento – naturalmente pacifico – del sistema politico.

Nella nostra Città assistiamo invece ad un movimento di “Solidarietà” in cui figurano i figli (e le figlie) anagrafici di chi sosteneva a suo tempo la Serbia di Milošević.
Che costituì l’anello di congiunzione tra la vecchia violenza ideologica e la nuova violenza identitaria.

Il danno causato da tali anacronismi non ricade soltanto sui poveri Cubani, i quali vedono allontanarsi – anche a causa di simili atteggiamenti – il momento in cui potranno finalmente respirare la libertà e la dignità che meritano.

Questo momento deve invece essere avvicinato.
Senza umiliare chi è caduto in buona fede in un errore.

A costoro bisogna però ricordare con franchezza: “Perseverare diabolicum”.

Se non si dimostra l’onestà intellettuale necessaria per formulare tale richiamo, le conseguenze ricadono anche sulla “Sinistra” italiana.
Che non può continuare a subire il ricatto di chi ancora si oppone alla Revisione.
E si dedica, per giunta, a sabotare quanti invece hanno dimostrato il coraggio necessario per realizzarla.

Stalin è morto, e Fidel Castro è morto.
È morto anche Sandro Natta.
Come pure sono morti gli “Importatori di Selvaggina”.

Rimangono purtroppo i loro eredi ed i loro nostalgici.

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Mario Castellano  07/05/2026
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