>Il Papa a Napoli tra fede popolare, politica e tradizione | Analisi e riflessioni
Si è aperto un nuovo fronte nella guerra di religione che contrappone le diverse fedi nella zona del Mercato – ormai solo ambulante – di Piazza Doria, a Imperia Oneglia.
Dopo i gravi atti eversivi perpetrati dai Musulmani estremisti, istigati da “Mohammed” Bensa, è la volta di Antonio Marzocca, il quale accusa Sebastiano Marchisio di intolleranza.

A detta del Barlettano, originario di una città nota per il carattere particolarmente pugnace dei suoi abitanti, il commerciante di vini e liquori originario del Piemonte avrebbe profferito alcune dichiarazioni offensive nei riguardi dei Testimoni di Geova.

Marchisio nega però recisamente tale addebito ed accusa, a sua volta, di faziosità il rivale.

Il nuovo episodio pone fine ad un “modus vivendi” faticosamente raggiunto dopo una difficile mediazione.
Della quale dovrà ora occuparsi la Signora “Pulin” del Panificio Blengini.

Nel frattempo, Marzocca ha giurato che non metterà più piede nella rinomata Cantina, i cui avventori si dividono, a loro volta, tra i sostenitori del Titolare ed i fautori del Signore delle “Terine”.
Il quale conta comunque sull’appoggio dei suoi amici extraterrestri.

Il Papa ha visitato Pompei e Napoli, dove si è verificata una liquefazione estemporanea del Sangue di San Gennaro, che costituisce un evento particolarmente fausto, auspice di altrettante fortune.

La venerata Reliquia del Santo Patrono aveva già prodotto il prodigio in occasione della visita resa nel Capoluogo Partenopeo dal Papa precedente.
Su cui si erano però accanite – come altrettante Erinni – le Suore di Clausura, cui era stata concessa un’uscita straordinaria dai rispettivi Monasteri.

Suscitando l’ironico commento del Cardinale Crescenzio Sepe: “Meno male che sono di Clausura!”.

Queste Monache sono particolarmente temute dai Pontefici perché – con destrezza degna dei borsaioli, per l’appunto napoletani – si dedicano nascostamente a tagliuzzare, con minuscole forbici, gli abiti indossati dai Successori di San Pietro.
Incrementando il commercio delle reliquie, ma infliggendo un grave danno alle finanze del Vaticano.

Che deve ordinare nuovi abiti alla rinomata Sartoria Ecclesiastica “Serponi”.
Questa prestigiosa Ditta ha proprio davanti al Duomo di Napoli la propria sede storica.

Quella di via del Mascherino essendo solo una succursale, aperta in tempi più recenti per soddisfare la domanda espressa in particolare dai Prelati “Terzomondisti”.
I quali rappresentano delle Chiese “povere” (?), che però non badano a spese quando è in gioco l’eleganza.

Le commesse, allorché si affaccia nella rinomata bottega un volto nero o giallo, gli accordano la precedenza, trattandosi di un classico “cliente di riguardo”.
Anche questo è un segno del declino dell’Occidente.

A parte la liquefazione, il viaggio ha consentito a Prevost di collezionare un altro meritato successo.

Se la trasferta a Montecarlo era stata effettuata per rendere omaggio al mondo degli Ordini Cavallereschi, dai quali la Chiesa attinge notevoli risorse economiche, il bagno di folla in cui il Papa si è immerso nella Basilica della Madonna del Rosario e poi nella grande Piazza del Plebiscito dimostra come il Pontefice statunitense abbia ben chiara la situazione della Chiesa in Europa Occidentale.

Dove l’Italia Meridionale è forse l’unico ambiente in cui la religione costituisce ancora un fenomeno sociale.

Prevost ha dunque deciso di cimentarsi in una delle prove più difficili per i Papi, da cui già era uscito trionfante Bergoglio.
Più abituato, rispetto al Successore – trattandosi di un Latinoamericano – a muoversi nella dimensione della fede “di massa”.

Non per questo il Pontefice argentino poteva credere di “giocare in casa”, come il suo compaesano Maradona quando si esibiva al San Paolo.
Essendo stato adottato dai concittadini di adozione, i quali tendono ad acclamare i propri capi.

Da ciò si origina la loro propensione per la Monarchia.
Che ha recentemente beneficiato il Re di Spagna, giunto a riprendere idealmente possesso di un suo antico dominio.

In cambio delle ovazioni (e dei guadagni), il “Pibe de Oro” portò dalla sua terra d’origine il costume poligamico, proprio – come abbiamo potuto sperimentare personalmente – degli Indiani d’America.

Maradona rivelava chiaramente, nel volto e nella complessione fisica, tale origine.
L’uomo seminò un numero elevatissimo di figli illegittimi, alcuni veri – frutto dell’adulazione delle donne locali – ed altri millantati.

Cui si aggiunse la schiera dei “Diego Armando”.
Uguale per numero a quella dei “Firmato”, nati dopo la Vittoria e così battezzati in onore del Generale Diaz.
Ugualmente originario di Napoli, ma in realtà anch’egli di nome Armando.

Bergoglio seppe brillare per sagacia – non a caso era un Gesuita – avendo evitato le facili demagogie cui poteva indurlo l’ambiente.

Napoli ha infatti due anime, difficili da conciliare.
Una è quella popolare, incarnata non solo e non tanto da Pulcinella, ma soprattutto dai cosiddetti “Lazzari” (da cui deriva il peggiorativo “Lazzarone”), istintivamente refrattari alle influenze esterne.
In particolare a quelle intellettuali.

L’ostilità irrimediabile con tale ambiente causò la fine tragica della “Repubblica Partenopea” del 1799.
I cui promotori – rappresentanti il meglio dell’intellettualità locale, erede della grande fioritura illuministica, che aveva fatto di Napoli il luogo, secondo solo alla Francia, in cui questa scuola di pensiero aveva espresso la sua migliore fioritura – finirono sterminati dalla Plebe.
Rimasta fedele al reazionario Re Ferdinando.

La rottura causata dal sangue allora versato non sarebbe stata risanata se non in un’epoca molto vicina ai nostri giorni.
Quando il cosiddetto “Rinascimento Napoletano” degli Anni Settanta – tanto nella sua versione culturale quanto in quella politica – riuscì a coinvolgere, in un solo movimento, le due anime della Città.

Questa riconciliazione era culminata nella riapertura del portone del Palazzo Serra di Cassano, affacciato sulla Reggia e sbarrato in segno di protesta e di lutto fin da quando il loro antenato Gennaro era stato ucciso con gli altri “Martiri Partenopei”.

Tale esito non doveva essere turbato – né tanto meno messo in discussione – dalla Chiesa.

Bergoglio seppe dunque trovare i toni giusti tanto parlando al popolo quanto dirigendosi, senza mai cadere in contraddizione, al mondo accademico nell’Aula Magna dell’Università.

Prevost si è mosso sulla stessa linea, raccomandando l’unità di intenti tra la Chiesa, le Istituzioni e la cosiddetta “Società Civile”.
La quale, a Napoli, si dimostra più vitale che altrove.

Potrà però il ceto intellettuale della “Capitale” – il Papa l’ha chiamata proprio con questa denominazione – del Mezzogiorno condividere il progetto “carolingio” perseguito dal Pontefice?

Non possiamo prevederlo, ma constatiamo che Prevost ha dimostrato di tenere nel giusto conto gli umori e le tendenze dell’intellettualità locale.
Volendo significare come il suo progetto debba essere considerato “inclusivo”.
E non certo “esclusivo”, cioè volto a scomunicare ed allontanare chi viene da origini culturali diverse.

Questo risultava più agevole per un Gesuita – la Compagnia ha in città una delle sue sedi più prestigiose – che per un Agostiniano.

Mettendosi sulla scia del Predecessore, il Pontefice ha voluto significare che certe scelte di fondo della Chiesa non sono in discussione.

La prima Personalità italiana che Prevost volle incontrare, fermandosi in Campidoglio sulla strada che lo portava in Laterano per prendere possesso della sua Cattedrale, era stato il Sindaco Gualtieri.
Il quale proviene addirittura dal Partito ex comunista.

Nel progetto tracciato dal Pontefice americano per la Chiesa vi è dunque posto per tutti gli uomini di buona volontà.
A cominciare da quelli che governano Napoli.

La mano tesa con sincerità deve sempre essere afferrata.
Per questo riteniamo che non si debba rifiutare la collaborazione che il Papa propone.

Lo abbiamo scritto ieri ed oggi lo confermiamo, dopo avere udito quanto detto da Prevost a Napoli.

La funzione propria dei Cattolici Liberali, che costituiscono il naturale raccordo con l’ambiente laico, risulta essenziale per le prospettive storiche del Pontificato.

Data la sua cultura, la sua esperienza e la sua sensibilità, il Papa saprà tenerne il dovuto conto.

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Mario Castellano  10/05/2026
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