Identità, autonomie e crisi degli Stati nazionali in Occidente
Noi non siamo assolutamente esperti della Gran Bretagna, ma ugualmente vorremmo spendere alcune parole per commentare il risultato delle Elezioni Amministrative celebrate recentemente in quel Paese, che hanno visto il tracollo del Partito Laburista e la crescita tanto dell’estrema Sinistra quanto soprattutto dell’estrema Destra.
La quale raccoglie sempre maggiori consensi – al di qua e al di là della Manica – innalzando la bandiera della xenofobia e denunciando il pericolo della “Islamizzazione”.
Quanto avviene oggi era stato peraltro già annunciato dal risultato del Referendum sull’Uscita dall’Unione Europea.
Cui si era manifestata favorevole la Provincia – soprattutto quella colpita dalla crisi industriale – mentre si erano opposte le grandi Città.
Oltre alle tradizionali sedi universitarie, ove la popolazione è scarsa, ma per vocazione cosmopolita.
Anche Trump era stato peraltro eletto grazie ad una reazione nazionalista della popolazione statunitense di origine europea, timorosa dell’immigrazione dall’America Latina.
I cui componenti sono stati etichettati dal Presidente – in modo ingiusto e razzistico – quali delinquenti.
C’è stato però, nell’ambito della Gran Bretagna, un voto contro tendenza: quello della Scozia, dove i Partiti favorevoli all’Indipendenza – che comunque affondano le loro radici in una tradizione “di Sinistra” – hanno confermato, ed anzi rafforzato, il proprio consenso.
Il distacco di questo Paese dal Regno Unito non è prossimo, ma si avvicina comunque ulteriormente.
Come sempre succede quando il suffragio popolare si divide per linee geografiche.
Calhoun, lo storico “Leader” del Sud degli Stati Uniti prima della Secessione, non visse abbastanza per vedere la sua consumazione, ma la previde lucidamente.
Egli affermò infatti che l’Unione sarebbe stata in pericolo quando il voto si fosse diviso precisamente in base all’appartenenza territoriale.
Oggi, superato anche nel lontano ricordo il trauma causato dall’unico conflitto veramente sanguinoso che l’America abbia dovuto affrontare dal tempo dell’Indipendenza, questa tendenza si sta ripetendo.
Come prova, sul piano giuridico, la nuova ripartizione dei Collegi Elettorali, concepita per escludere dalla rappresentanza parlamentare chi, in ciascuno Stato, si trova in minoranza, e addirittura la tendenza a trasferire la propria residenza per abitare laddove predomina il proprio Partito.
In modo da non dovere vivere “in partibus infidelium”.
Dal momento che già si percepisce, per i dissidenti, una sorta di “fumus persecutionis”.
In Spagna, la Sinistra governa grazie all’apporto recato alla Coalizione composta, in sede nazionale, da Socialisti e Comunisti, da parte di tutti i Movimenti autonomisti e separatisti delle Regioni periferiche, eletti in Catalogna, nel Paese Basco, in Galizia e nelle Canarie.
Che sono le uniche “Autonomie” – così sono chiamate in Spagna le Regioni – non governate dalla Destra.
L’altra eccezione è costituita dalle Asturie.
Cui gli Autonomisti riuniti nel “Blocco Galiziano” propongono una fusione tra i due Enti Autonomi Territoriali.
Che garantirebbe alla Sinistra la maggioranza, raggiunta in questa Regione solo una volta, dopo la morte di Fraga Iribarne, l’unico esponente del Franchismo sopravvissuto alla “Transizione Democratica”.
Il prossimo anno, le Elezioni Politiche conferiranno quasi certamente la Maggioranza alla Coalizione formata dai “Popolari” e dall’estrema Destra di Abascal.
Il quale potrà contare sui comizi tenuti in suo sostegno dalla Meloni.
Che già aveva varcato i Pirenei in occasione delle precedenti Elezioni, ma con scarsa fortuna.
Mentre i Popolari si oppongono all’ampliamento delle “Autonomie”, cioè all’attribuzione ad esse di nuove competenze sottratte alle Autorità di Madrid, Abascal dichiara espressamente che intende addirittura abrogare gli Statuti Speciali di cui godono la Catalogna ed il Paese Basco.
Questi Testi si collocano però – nella gerarchia delle Fonti del Diritto – allo stesso livello della Costituzione.
Per cui il Re, quando sale al Trono, giura di essere fedele tanto alla Legge Suprema quanto, per l’appunto, agli Statuti di Autonomia.
Che possono essere modificati solo mediante un voto conforme del Parlamento Nazionale e dei Parlamenti Regionali, confermato in seguito da un Referendum popolare.
Ogni modifica unilaterale – o peggio l’abrogazione – degli Statuti configura dunque un colpo di Stato.
Se ciò avvenisse, sarebbe l’unico caso in cui la Spagna rischierebbe di cadere in un’altra Guerra Civile.
I Baschi ed i Catalani si dividono tra Autonomisti e Separatisti, ma entrambi farebbero fronte comune se la rispettiva Autonomia venisse messa in discussione.
Questo non è peraltro mai avvenuto in Spagna, mentre in Italia – dove la cultura giuridica dell’Autonomia Regionale sussiste solo in alcune realtà periferiche, come il Sud Tirolo-Alto Adige, la Valle d’Aosta e le Isole Maggiori – il Governo Meloni continua imperterrito a sottrarre competenze ai “Governatori” – oltre che alle rispettive Giunte ed ai rispettivi Consigli – nominando sempre nuovi “Commissari Straordinari”.
Mai, però, nelle persone dei Presidenti delle Regioni, bensì scegliendo sempre dei Funzionari dello Stato, i quali assommano tanto competenze sottratte al Governo Nazionale, quanto soprattutto competenze proprie di questi Enti Locali.
Se l’urgenza di provvedere a determinate esigenze rende veramente necessaria la nomina di un Commissario, perché non scegliere precisamente il “Governatore”?
Nessuna Regione ha però mai sollevato il quesito dinanzi alla Corte Costituzionale.
Preferendo assistere passivamente ad una regressione ormai sistematica delle Autonomie Locali.
Malgrado la Costituzione affermi che la Repubblica le “riconosce e promuove”.
La Scozia, la Catalogna ed il Paese Basco si accingono invece a difendere ad ogni costo le loro prerogative.
E mantengono di conseguenza il proprio orientamento elettorale in favore di una Sinistra che non viene travolta dal “trend” favorevole alla parte politica opposta, in quanto difende l’identità di un Popolo.
Il quale altrove si orienta invece verso l’estrema Destra per lo stesso motivo, ritenendo che tale identità venga minacciata dall’immigrazione.
A ben vedere, esistono due categorie di persone che – pur ritenendosi cittadini leali dello Stato ed osservando gli obblighi conseguenti – non si considerano tuttavia, con pieno diritto, facenti parte della Nazione.
Al novero di costoro appartengono, da una parte, gli appartenenti alle Minoranze linguistiche, dall’altra gli immigrati naturalizzati.
La cittadinanza costituisce infatti un Istituto Giuridico che designa l’appartenenza della persona fisica allo Stato.
La Nazionalità è invece una categoria culturale, che definisce per l’appunto l’identità di ciascuno.
Il tennista Sinner, puntualmente omaggiato come portacolori dell’Italia sportiva, ha dichiarato che non si considera italiano.
Il che – dal punto di vista sociologico – risulta assolutamente vero, ed è dunque giusto dichiararlo.
Un atteggiamento analogo si sta però manifestando anche tra le persone originarie di Regioni non considerate ufficialmente “alloglotte”.
Le manifestazioni di questa tendenza sono sempre più frequenti.
Vogliamo citarne una sola, a titolo di esempio: la giovanissima nipote del nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo ha scritto di recente, in un “Tema in Classe”, che “i” Evangelisti erano quattro.
Suscitando, da una parte, la riprovazione della Maestra e, dall’altra, l’orgoglio del Nonno.
La Sinistra, in conseguenza di questo “Zeitgeist”, avanza laddove viene considerata dagli elettori – soprattutto nelle sue espressioni autonomistiche – come il soggetto politico che difende le Istituzioni e le norme poste a salvaguardia di una particolare identità minoritaria, mentre gli elettori scelgono l’estrema Destra quando si teme che l’identità non sia abbastanza tutelata rispetto all’immigrazione.
Ciò avviene in genere nella grande area provinciale di ogni Paese.
Tipico è il caso del “Middle West” e dell’Ovest degli Stati Uniti.
C’è però – schematizzando – una terza situazione, rappresentata dalle grandi Metropoli, dove – tanto nell’Europa Occidentale quanto nell’America Settentrionale – la società multiculturale si è già affermata e viene percepita dalla maggioranza – composta anche dalle persone di più antica ascendenza locale – come un dato di fatto irreversibile.
New York e Parigi, Londra e Milano, Bruxelles e Berlino, Vienna e Barcellona hanno già conosciuto questa evoluzione, assimilandola nel sentimento collettivo dei rispettivi abitanti.
Per cui il loro futuro può consistere nel costituire altrettante “Città-Stato”.
Quale è già Singapore.
Questa Città, essendo multietnica, ha deciso da tempo di governarsi da sola.
Distaccandosi da un entroterra che risulta invece etnicamente omogeneo.
Arriviamo così ad ipotizzare una prima possibile conclusione.
Gli Stati Nazionali dell’Occidente procedono – lentamente ma inesorabilmente – verso una frammentazione.
Che si fonda in apparenza sul principio “Cuius Regio, eius Religio”.
Se però fosse tale la sua vera causa, questo esito si sarebbe già consumato al tempo delle vecchie contrapposizioni ideologiche.
Quando invece non avvenne, proprio perché ciascuna delle istanze contrapposte non solo ambiva a rappresentare un intero Paese, ma addirittura perseguiva una “reductio ad unum” del mondo.
Oggi prevale invece la tendenza ad affermare la propria identità.
Simboleggiata non già dal “poliedro” immaginato da Papa Francesco in uno dei suoi più grandi discorsi: questa figura geometrica presenta molte facce diverse, ma è una sola.
L’immagine che ci viene suggerita è piuttosto quella del diamante.
Che si può rompere all’infinito, ma riproduce in ciascuno dei suoi pezzi la stessa forma dell’originale.
Al più tardi tra una Generazione, avremo dunque – al posto degli attuali Stati Nazionali – da una parte dei nuovi Stati Regionali e, dall’altra, delle Metropoli la cui identità costituirà precisamente il risultato della convivenza di genti diverse.

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Mario Castellano  13/05/2026
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