Meloni, Parlamento, Russia e crisi dell’Occidente
La Meloni si è indispettita perché Renzi, parlando alla Camera, ha paragonato il Governo ad una famiglia particolarmente litigiosa, protagonista di una serie di telefilm americani.
L’ex Sindaco di Firenze, soprannominato dai suoi compagni di scuola “il Bomba” (perché già allora aveva l’abitudine di spararle grosse), e poi dai concittadini “il Ciancione” (equivalente vernacolo di “ciarlatano” in lingua letteraria), rivela anche nell’uso dei suoi riferimenti la cultura tipica non già di un abitante della colta e civile Firenze, bensì di un soggetto proveniente dalla profonda Provincia, come tale uso a trarre dalla Televisione il proprio alimento intellettuale.
Nella Provincia italiana si colloca per l’appunto il borgo natio di Rignano sull’Arno.
Un uomo di più vaste e profonde letture avrebbe scelto come termine di comparazione la Famiglia Karamazov.
Renzi crede però che Karamazov sia un tennista russo, o tutt’al più un ballerino del “Bolscioi”.
La Meloni – che si colloca sullo stesso livello di cultura (le “Borgate” di Roma, anche laddove si può raggiungere il Centro in dieci minuti di Metropolitana, sembrano distarne anni luce) – nella sua rabbia ha lamentato come non valga la pena recarsi in Parlamento soltanto per udire “accuse ed insulti”.
Le accuse al Governo trovano nelle Camere la sede naturale in cui possono e debbono esprimersi.
E vi risuonano tanto più forti quanto più antica è la tradizione parlamentare.
Dato che la Signora della Garbatella dice di conoscere l’inglese, le consigliamo di recarsi a Londra per assistere ad una seduta dei Comuni.
Quanto agli insulti, Renzi non ne ha profferito nessuno.
Se però qualche Deputato dell’Opposizione dovesse esprimerli, ne risponderebbe in sede disciplinare.
Queste manifestazioni di maleducazione non esimono tuttavia il Governo dal dovere di presentarsi al Parlamento e di ascoltarlo.
Qualsiasi cosa dicano i suoi componenti.
I dittatori, i “democratori” e gli aspiranti ad assumere tali ruoli sono notoriamente insofferenti dei lavori parlamentari.
Nei quali scorgono un intralcio frapposto all’opera cui si sentono destinati.
Probabilmente la Meloni – pur ispirandosi alla biografia del “Duce” – ignora quanto egli disse il 3 gennaio del 1925 a Montecitorio in merito a “quest’aula sorda e grigia”.
Di cui avrebbe potuto fare “bivacco di manipoli”.
Per poi aggiungere benevolmente: “Potevo, ma non volli”.
La Meloni vorrebbe, ma non può.
Almeno per ora.
Il suo annunzio fa però intendere che in futuro non intenda percorrere lo stretto vicolo che separa Palazzo Chigi dal Palazzo di Montecitorio.
È vero che il nostro Parlamento, palestra di una “Classe Dirigente” decaduta ed in crisi, non rispecchia ormai da tempo l’immagine del cosiddetto “Paese Reale”.
La saggezza degli anziani ricorda tuttavia che il più corrotto dei Parlamenti è pur sempre migliore della più dorata delle anticamere di un dittatore.

A Napoli, intanto, il Procuratore Gratteri ha scoperto due agenti della locale Questura che nel corso degli ultimi anni hanno compiuto alcune centinaia di migliaia di “accessi” al “Database” della Polizia.
Anche ammesso che tali “stakanovisti” dello spionaggio lavorassero anche di domenica, senza mai andare né a letto né in bagno, non possono avere svolto da soli una simile mole di lavoro.
Si trattava dunque di componenti – o tutt’al più di capi – di una organizzazione spionistica ben più ramificata.
Che doveva certamente contare su dei complici al Viminale.
Come avrebbe fatto altrimenti il Ministero a non accorgersi di essere “penetrato”?
Si dice che i due funzionari infingardi mirassero alle informazioni riguardanti la vita privata dei calciatori e dei cantanti.
Avendo dunque come clienti le pubblicazioni dedite al “Gossip”.
Le quali si rivolgono a loro volta ad un pubblico sterminato, e dunque possono pagare a peso d’oro i pettegolezzi.
È però plausibile che lo spionaggio fosse diretto anche – ed anzi soprattutto – ad indagare sui politici.
Nel qual caso, esso risulterebbe generato – e non subito – dall’apparato dello Stato.

Lo scandalo del SIFAR rivelò come a suo tempo – quando le informazioni non venivano raccolte avvalendosi degli strumenti elettronici, ma richiedevano l’opera paziente degli appuntati, dediti a “scarpinare” per chiedere notizie riservate ai portinai ed ai camerieri dei ristoranti – fu possibile compilare centinaia di migliaia di schede.
Tra cui anche quella che ci riguarda, malgrado la nostra giovanissima età di allora.
Capitò infatti che una professoressa del Liceo “De Amicis” ci segnalasse alla Questura quale “sospetto comunista”.
Da allora, il fascicolo si è mostruosamente ingrandito.
Un familiare della persona che ci fece questo brutto scherzo venne in seguito candidato alla carica di Sindaco.
Guarda caso, proprio dal Partito Comunista.
Non sappiamo però se esista un fascicolo a suo nome.

Ora si può prescindere dal lavoro dell’uomo, dato che le macchine registrano tutto quanto si dice al telefonino e si scrive sul “computer”.
La Meloni sa fare buon uso del materiale così raccolto.
Non ci è sfuggito come tempo fa la Signora della Garbatella abbia rivelato – proprio in Parlamento – come una Deputata “Pentastellata”, dopo avere protestato per le spese militari dello Stato, si sia dedicata al commercio di armi.
Segno che si controlla la vita professionale e privata dei politici.
Fino a quando i componenti di una Classe Dirigente ormai completamente autoreferenziale si controllano tra loro, poco male.
Il Governo non ha infatti nulla da temere da parte di una Opposizione che non esce dal perimetro blindato del Centro Storico di Roma.
Dove anch’essa ha le sue sedi, i suoi alloggi e soprattutto i suoi ristoranti.
Ci preoccupa invece molto la possibilità che vengano controllati – ed inevitabilmente criminalizzati – i veri oppositori.
Che non sono – lo diciamo a scanso di fastidi da parte dei provocatori, che ormai pullulano in ogni dove, rivelando la degenerazione poliziesca dello Stato – degli aspiranti terroristi.
Si tratta piuttosto di chi ancora riesce a capire dove sta andando l’Italia, o quanto meno si sforza di capirlo.

La Meloni dichiara apertamente – come abbiamo notato ancora di recente – che considera alla stregua di una degenerazione tutto quanto avvenuto dal Venticinque Luglio fino al suo insediamento.
Chi ha contribuito in qualche modo a tale vicenda, e chi aspira a riprendere il tentativo di costruire una Democrazia, è dunque ritenuto fautore e responsabile di tale asserita degenerazione.
Che cosa succederà quando la Meloni – invocando la necessità di limitare i diritti civili e personali a causa della crisi energetica – disporrà di poteri più ampi di quelli che già esercita?
È prevedibile che approfitti dell’occasione per regolare i conti con l’altra metà degli italiani.
Se non altro al fine di rendere irreversibile il suo potere.
I fatti di Napoli dimostrano dunque che il Regime già esiste.
E che potrà cadere solo per effetto di un profondo cambiamento degli equilibri internazionali.
La Presidente del Consiglio potrà infatti giustificare le misure che si accinge ad adottare con il fatto che risulteranno sostanzialmente uguali a quelle introdotte negli altri Stati dell’Europa occidentale.
Se dunque una decisione del Governo italiano viene considerata eversiva dello Stato di diritto, occorre esprimere la stessa valutazione a carico di quelle equivalenti prese altrove.
Anche laddove governa la “Sinistra”.
La quale avrà esaurito in Occidente la propria funzione storica nel momento stesso in cui dovrà gestire – o subire, a seconda dei casi – tutto quanto consegue dalla situazione di guerra in cui ci troviamo tutti quanti.

Pietrangelo Buttafuoco si è espresso nella polemica sollevata dalla sua decisione di accogliere la Russia alla Biennale di Venezia.
Il noto intellettuale ha detto che a suo avviso questo Paese si è affrancato “sua sponte”, contando solamente sulle proprie energie intellettuali, dal dominio del Comunismo.
Inoltre, la Russia ha elaborato una propria ideologia, che le ha permesso di sottrarsi – malgrado quanto accaduto tra il 1989 ed il 1991 – all’egemonia culturale e politica dell’Occidente.
Questa seconda affermazione si può sostanzialmente condividere, dal momento che permane l’alterità e l’irriducibilità della Russia rispetto all’influenza straniera.
Se è vero che il Marxismo era stato concepito da un pensatore tedesco, formato alla Scuola di Hegel in ambito occidentale, è anche vero che la sua adozione quale ideologia ufficiale aveva paradossalmente mantenuto estranea la Russia rispetto a quanto avveniva nella cultura e nella società europea.
Come Ivan il Terribile aveva fondato il secondo Stato russo, cioè il Principato di Mosca, successivo a quello di Kiev, sull’istituzione della Servitù della Gleba proprio mentre essa veniva superata in Europa, Stalin aveva ridotto a sua volta in schiavitù i lavoratori.
Facendo questo, per giunta, nel nome di una Rivoluzione che avrebbe dovuto affrancarli.

Ora la Russia viene trasformata in uno Stato confessionale, dove il potere è saldamente in mano al nuovo Imperatore, ma viene esercitato secondo i dettami espressi dal Patriarca.
Ciò avviene dando luogo ad un nuovo anacronismo, in quanto ormai in Occidente anche il Papa della “Prima Roma” accetta il principio della laicità dello Stato.
È dunque vero in sostanza quanto Buttafuoco afferma a proposito della persistenza di una diversità irriducibile tra i principi su cui si fonda la Russia e quelli su cui si fonda viceversa l’Occidente.
Non ci sentiamo invece di condividere quanto il noto intellettuale siciliano afferma a proposito del fatto che la Russia ha intrapreso la sua trasformazione esclusivamente per effetto di una dinamica interna.
Il Comunismo è infatti caduto perché l’Unione Sovietica ha perso la Guerra Fredda.
Cioè in quanto si è fatta sentire in Russia una influenza straniera.
Che ha dapprima contagiato il cosiddetto “Impero Esterno”, e poi quello “Interno”.
Coinvolgendo anche l’Ucraina.
Il cui distacco da Mosca – anche se si tende a sottolineare le caratteristiche nazionali di questo Paese – è stato determinato sostanzialmente dal fatto che l’Ucraina è più contaminata dall’influenza politica dell’Occidente.
Rispetto alla quale Mosca permane refrattaria.
Fino al punto che torna a cercare altrove i propri interlocutori.
Anziché saldarsi con l’Europa, questo Paese si considera parte di una unità continentale che comprende la Cina, l’India ed il Mondo islamico.
Rimane la fedeltà al Cristianesimo, vissuto però secondo la tradizione teocratica di origine bizantina.
È dunque naturale che guardino alla Russia non più i fautori del Materialismo, bensì quanti aspirano a ricostruire la Teocrazia.
In sostanza, cioè, tutti i tradizionalisti.
Che scorgono nello Stato laico una conseguenza della progressiva perdita di influenza da parte della Chiesa.
Nonché allo stesso tempo la causa di un ulteriore avanzamento di questa tendenza.

Buttafuoco non è un Cristiano ortodosso, bensì un musulmano sciita, aderente alla corrente del Sufismo.
Cioè all’esoterismo nella sua versione elaborata in ambito islamico.
L’Islam respinge la divisione – concepita ed affermata in Occidente – tra lo Stato e la Religione.
Da ciò deriva l’apprezzamento del confessionalismo – se non della teocrazia – in versione cristiana.

In questi giorni si preannunzia una rottura definitiva tra la Chiesa cattolica ed i “Lefebvriani”.
Che si avviano verso la consumazione definitiva dello Scisma.
Non si può escludere che questa consorteria tradizionalista abbia trovato a Mosca il suo nuovo punto di appoggio, anche economico.
Benché le risorse finanziarie abbiano sempre costituito il principale punto di forza dei seguaci del Vescovo francese.
Quanto più serve a costoro è dunque piuttosto la possibilità di inserire il loro movimento in un più ampio disegno geo-strategico.
L’occasione che viene loro offerta è anche propiziata dal fatto che quanto più la Chiesa di Prevost tende a rappresentare l’identità occidentale, tanto più essa è indotta ad accettare i principi su cui l’Occidente è fondato in quanto soggetto politico e culturale.
Che includono il pensiero illuminista e liberale.
Questa eredità viene però rifiutata dalla Russia.
La cui resistenza fece fallire il tentativo di estendere all’intera Europa la Rivoluzione francese.
Quindi, nel corso dell’Ottocento, la Russia si oppose all’espansione del Liberalismo.
Dal quale riuscì nuovamente a mantenersi immune.
Ora Dugin afferma che la dicotomia rispetto all’Occidente ha radici ben più antiche, e la fa risalire addirittura al rifiuto del Tomismo e del suo tentativo di conciliare la Fede con la Ragione.

Abbiamo già notato come Ivan il Terribile abbia avviato la storia del suo Paese in una direzione contraria rispetto all’Europa occidentale.
Che trasse le risorse necessarie per il suo sviluppo economico dal superamento del Feudalesimo.
La forza dello Stato russo gli veniva invece conferita dal mantenimento della Servitù della Gleba.
La sua abolizione da parte di Alessandro II fu l’inizio di una decadenza, in quanto l’applicazione del Capitalismo in agricoltura portò all’indebitamento dei proprietari terrieri nei riguardi delle banche, a loro volta controllate dalla Francia e dall’Inghilterra.
La Russia decadde così alla condizione di semi-colonia.
Come illustra molto bene Lenin nella sua opera analitica più importante.
Che si intitola per l’appunto “Lo sviluppo del Capitalismo in Russia”.
Era dunque inevitabile che Putin finisse per rivalutare nella sostanza il passato comunista.
Vedendo in esso il recupero della sovranità nazionale.
Se però si dà del Comunismo una valutazione sostanzialmente positiva, si finisce per sottolineare ulteriormente l’alterità storica della Russia rispetto all’Occidente.
Ed insieme con essa, la funzione messianica e redentrice che questo Paese dovrebbe assumere nei nostri riguardi.
Buttafuoco si colloca tra quanti auspicano tale esito.
Si tratta però di un soggetto che non è cattolico, ed anzi non è nemmeno cristiano.
Il Papa ha compiuto, in nome della Chiesa, una scelta diversa.

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Mario Castellano  18/05/2026
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