Iran, Occidente e crisi globale: le radici storiche del conflitto contemporaneo
Trump, dopo avere rimproverato Netanyahu per avere risposto all’attacco condotto dall’Iran contro Israele, accusando il Primo Ministro di avere fatto fallire i propri fantomatici “negoziati di pace”, si è trovato nella stessa situazione quando miliziani islamici hanno abbattuto un elicottero americano.
A questo punto, non gli è rimasto che rispondere anch’egli al fuoco.
Mentre la guerra guerreggiata riprende nel Golfo Persico, incombe il momento in cui essa è destinata a ripercuotersi sull’Europa Occidentale quale guerra economica.
Nel frattempo, rimaniamo formalmente neutrali.
Aggrappandoci alla controversia su chi abbia ragione e chi abbia torto.
Che però è riferita esclusivamente alle cause occasionali del conflitto.
Su questo argomento, neanche gli storici riescono di solito a mettersi d’accordo.
Aveva ragione nel 1914 la Serbia, essendo stata aggredita e invasa dall’Austria?
O viceversa aveva ragione l’Austria, in quanto le autorità di Belgrado – pur essendo informate della congiura ordita dai nazionalisti della Bosnia per uccidere Francesco Ferdinando – non li avevano fermati?
Oggi possiamo constatare che l’Iran ha indubbiamente attaccato per primo tanto Israele quanto gli Stati Uniti, rompendo la tregua.
Che però, secondo gli iraniani, riguardava anche il Libano.
Dove l’esercito israeliano non ha viceversa mai cessato le operazioni militari, estendendole anzi a Beirut.
La discussione può andare avanti all’infinito.
Sui motivi autentici e profondi dell’attuale conflitto risulta invece più facile, se non distinguere la ragione dal torto, quanto meno chiarire quali siano le contrapposte motivazioni delle parti in causa.
L’Italia entrò in guerra nel 1915, avendo i cosiddetti “interventisti” innalzato la bandiera della “redenzione” di Trento e Trieste, postulando la necessità di “completare il Risorgimento”.
Lo Stato unitario non era infatti arrivato a comprendere tutte le genti di lingua e di cultura italiana.
In realtà, la partecipazione del nostro Paese al conflitto era determinata dalle stesse cause – ben più profonde – che lo avevano determinato.
Da una parte, gli Imperi difendevano la preservazione del principio di legittimità, che considerava il potere attribuito alle rispettive case regnanti per volontà di Dio.
Dall’altra parte, l’Intesa sosteneva l’opposto principio della sovranità popolare, che avrebbe in seguito portato a elaborare, quale istituto giuridico, il diritto all’autodeterminazione.
In base al quale la legittimazione del potere degli Stati risiede esclusivamente nella volontà del popolo.
Essendo così definite le opposte ragioni dei contendenti, era inevitabile che l’Italia prendesse partito.
Avendo costituito – per prima nel corso dell’Ottocento – un proprio Stato nazionale.
La guerra in corso attualmente tra l’Iran e l’Occidente ha anch’essa delle origini remote.
Commentando le affermazioni di “Hamza” Piccardo, che considera accomunati in una stessa causa, da una parte i dirigenti di Teheran e dall’altra un insieme di personaggi – dal Mahdi di Omdurman ad Abd el-Kader, da Abd el-Krim a Omar al-Mukhtar – tutti quanti protagonisti delle lotte sostenute dalle popolazioni arabe e islamiche contro il colonialismo europeo, abbiamo notato come questi uomini non fossero mossi da motivazioni religiose, bensì sostenessero le rispettive cause nazionali.
I conflitti di cui essi parteciparono non hanno dunque nulla a che vedere con quello in corso attualmente.
Se non per il fatto che il Sud del mondo rimane inesorabilmente in conflitto con il Nord.
Essendo però le parti opposte non più divise dal colonialismo – che costituisce un fenomeno politico ormai definitivamente superato – quanto piuttosto dalla necessità di liquidarne le conseguenze sul piano economico e sociale.
Persiste infatti, come tutti gli esperti avevano ammonito da moltissimo tempo, una inconciliabile divergenza di interessi.
Che costituisce la vera causa di tutte le guerre.
Cui si aggiungono certamente numerose altre concause, che Marx avrebbe definito “sovrastrutturali”.
Il ruolo assunto nel 1914 dalla Serbia, per via delle sue rivendicazioni territoriali ai danni dell’Austria, è oggi interpretato dall’Iran.
Che, come tale, si contrappone all’Occidente per la sua interpretazione della storia in chiave religiosa.
E che, fin dal suo sorgere, si è proposto di eliminare le cause della caduta del governo nazionalista di Mossadeq.
Rovesciato a suo tempo dalle potenze coloniali.
Solo ponendo fine alla loro preponderanza – così ragionavano i nuovi dirigenti di Teheran – la rivoluzione sarebbe stata posta al sicuro.
L’ispirazione religiosa del nuovo governo contribuiva inoltre a rendere impossibili quei compromessi che pure avevano permesso ad altri Paesi di conquistare l’indipendenza.
La quale però, nella visione di Khomeini, non poteva essere concepita soltanto in termini giuridici e politici.
L’Islam avrebbe compiuto la propria missione storica solo realizzando un completo rovesciamento dei rapporti di forza con l’Occidente.
Nel cui ambito prendeva però piede una interpretazione della storia specularmente opposta rispetto a quella che ispirava i nuovi dirigenti iraniani.
L’anno scorso, parlando al Forum di Monaco di Baviera, Marco Rubio aveva affermato che tutto era iniziato con la decolonizzazione.
Che peraltro era riuscita per l’appunto sul piano giuridico e politico, ma non dal punto di vista economico e sociale.
Portando tuttavia le nuove classi dirigenti dei Paesi già sottoposti al dominio dell’Occidente a perseguirne il completamento.
Ponendo fine a una permanente condizione di inferiorità e di dipendenza.
Come era considerata a suo tempo dall’Austria l’esistenza dello Stato nazionale italiano?
Probabilmente, con un sospetto analogo a quello che oggi contraddistingue l’atteggiamento dell’Occidente nei riguardi dei suoi antichi domini.
Il fondamento del potere, nel nuovo Stato italiano, era fondato – come abbiamo già ricordato – sul principio opposto rispetto a quello di legittimità.
Il problema irrisolto che avrebbe causato la “Grande Guerra” era dunque sorto proprio a causa della nostra indipendenza.
Anche se il modus vivendi con gli Imperi, stipulato attraverso la Triplice Alleanza, aveva permesso di rinviare a lungo lo scontro.
Si poteva però abolire l’Italia unita?
Questo risultava naturalmente impossibile.
Come oggi risulta impossibile una restaurazione del colonialismo.
Eppure non manca chi coltiva questa ambizione, come dimostra la dichiarata intenzione di restaurare in Iran la monarchia, proponendo il pretendente al trono come campione della fazione filo-occidentale.
Queste velleità si inquadrano nel clima politico che vede l’espansione in tutto l’Occidente dell’estremismo di destra.
Per assistere a un fenomeno analogo, occorre risalire al periodo collocato tra le due guerre mondiali.
Che fu caratterizzato dall’avvento dei regimi fascisti.
I quali presero il nome da quello che si era affermato per primo proprio in Italia.
La quale è per il momento l’unico Paese dell’Europa Occidentale in cui l’estrema destra ha assunto la guida del governo.
Dopo il 1917, si temeva una espansione del comunismo in Occidente.
Di cui gli stessi bolscevichi avevano constatato per primi l’impossibilità in seguito alla repressione degli spartachisti a Berlino e al fallimento dell’occupazione delle fabbriche in Italia.
Entrambi i fatti risalendo al 1919.
La paura del comunismo causò tuttavia una regressione dei regimi politici.
Oggi, analogamente, si teme che la tendenza islamista – pur avendo prodotto una sola autentica rivoluzione, quella per l’appunto iraniana – possa destabilizzare l’Occidente.
Più che da una analisi spassionata della situazione, un simile timore pare prodotto da una sorta di isteria collettiva.
Certamente, l’affermazione dell’islamismo pone la necessità di ridefinire e di riaffermare la nostra identità.
La cui piena espressione non conduce necessariamente ad assumere un atteggiamento reazionario.
Chi dimostra di esserne consapevole è il Papa.
Il quale da un lato auspica una Europa unita dalle sue radici giudaico-cristiane, ma dall’altro lato si oppone alla logica della guerra.
E soprattutto alla sua estensione.
Quanto ai diversi governi occidentali, essi appaiono invece presi in ostaggio da una contraddizione irrisolvibile.
Da un lato esiste infatti la tentazione di approfittare della crisi energetica per imporre un criterio autoritario e centralista.
Dall’altra parte, però, non si è in grado di motivare i cittadini – che ben presto saranno chiamati a sostenere tutte le privazioni proprie di una economia di guerra – nel nome dell’ideale rappresentato per l’appunto dall’identità giudaico-cristiana.
Vediamo dunque affermarsi un autoritarismo autoreferenziale, privo di ogni motivazione collettiva, che non risulta in grado di mobilitare nessuno.
Dall’altra parte, le motivazioni – condivisibili o meno – non mancano.
Il Papa ammonisce i governanti dell’Occidente sul fatto che sono posti davanti a una alternativa.
Se essi accettano che sia la Chiesa a definire e ad affermare la nostra identità, devono inevitabilmente assoggettarsi alla sua egemonia.
Se la rifiutano, rischiano di essere travolti.
Come avviene per ogni potere in decadenza.
Che, non essendo in grado di progettare il futuro, si rifugia nell’illusione velleitaria di restaurare il passato.
In questo caso, i regimi occidentali sono destinati a cadere.