Golfo Persico, Oriente e Occidente: crisi globale e politica locale
La vicenda del Golfo Persico è entrata nella fase di una cronicizzazione della guerra, con azioni militari limitate dall’una e dall’altra parte, tra cui si frappongono tentativi infruttuosi di negoziato.
Si ripete, in Medio Oriente, lo schema della guerra in Ucraina.
Le parti non possono infatti trovare alcun punto di accordo che non si riduca alla mera apparenza, essendo inevitabilmente smentito dai fatti.
Gli Stati Uniti e Israele non possono accontentarsi di nulla di meno che del completo disarmo atomico dell’Iran.
Il quale, però, continua l’arricchimento dell’uranio, trincerandosi dietro un impegno non verificabile a impiegarlo soltanto per “fini civili”.
L’obiettivo massimo di una caduta del regime si è rivelato utopistico.
Manca infatti all’opposizione la capacità di trasformarsi in un movimento di massa, simile a quello che determinò a suo tempo la caduta dell’Impero.
Quanto all’Iran, i suoi obiettivi strategici sono di così lunga portata che la continuazione a tempo indeterminato del conflitto li può rendere possibili.
Sia pure in una fase storica futura e, per il momento, imprevedibile.
La Russia ha realizzato — a prescindere dall’esito della guerra — il proprio definitivo “decoupling” dall’Occidente, con cui non si frappongono più i vecchi confini, rivelatisi alla fine porosi, tracciati a Yalta, bensì un fronte su cui si continua a sparare.
L’Iran, analogamente, si qualifica come l’unico Stato islamico che affronta combattendo il “Grande Satana”.
E quindi come l’unico che adempie alla missione espansiva tracciata fin dalla sua fondazione per questa religione.
Che in soli centodieci anni — quanti ne trascorsero dall’Egira alla battaglia di Poitiers — arrivò fino al cuore dell’Europa.
Si dice che un saggio musulmano dei primi secoli abbia formulato una profezia.
Secondo la quale sarebbe trascorso un millennio dalla prima estensione del dominio musulmano, dopo il quale sarebbero venuti due secoli di decadenza.
Quelli cioè corrispondenti all’espansione del colonialismo europeo.
Poi ci sarebbe stata una nuova fase di espansione.
Si può credere o meno a tali predizioni, ma è indubbio che il colonialismo abbia agito come una molla, che rigetta indietro chi la comprime.
La Russia aspira, in prospettiva storica, a realizzare un riscatto morale dell’Occidente, che comporterà l’unificazione del cristianesimo secondo la sua concezione bizantina.
Cioè sotto una teocrazia imperiale.
Entrambi i disegni prescindono da un’immediata espansione militare e presuppongono, al contrario, un logoramento della parte avversa.
Quando le sue vicende interne ne trasformeranno la corruzione morale in debolezza politica, economica e soprattutto spirituale, verrà l’ora in cui l’Oriente prevarrà sull’Occidente.
Ogni tentativo di conquista proiettato verso l’Asia è viceversa destinato a fallire: “Asia est”.
Gli eserciti occidentali sono infatti destinati a perdersi nella sua grandezza.
Come è avvenuto fin dal tempo di Alessandro Magno.
Il quale vinse tutte le battaglie, ma infine dovette ritirarsi.
Lasciando un impero destinato a disgregarsi nell’arco di una sola generazione.
Dopo avere contemplato la grandezza della storia, veniamo a valutare i suoi effetti sulla miserabile “politica politicante” locale.
L’eco degli avvenimenti di Gaza e del Golfo Persico si è sovrapposta a un tentativo di far risorgere il “Partito Trasversale”.
Intrapreso, non a caso, in coincidenza con l’avvento della sua nuova generazione.
Che è la terza, dopo quella dei padri fondatori, componenti del Comitato di Liberazione Nazionale, e poi la seguente, composta dagli uomini della selvaggina.
I quali si erano affacciati all’impegno politico — ma soprattutto affaristico — in qualità di partecipanti, non tra i più eminenti, alla guerra di Liberazione.
Non a caso, il loro primo impegno comune fu di carattere storiografico.
Chi legge la monumentale “Storia della Resistenza della Provincia di Imperia”, in quattro ponderosi volumi, ne trae l’idea che tale evento abbia avuto quali protagonisti i futuri commercianti di selvaggina.
Nell’Unione Sovietica, la storia della Rivoluzione venne più volte periodicamente riscritta, al fine di esaltare il ruolo di Stalin e di sminuire quello delle sue vittime.
Un’impresa in realtà molto ardua, dal momento che i condannati nei processi di Mosca avevano condotto il Partito Bolscevico insieme con Lenin nei momenti decisivi, e che Trotsky aveva creato l’Armata Rossa.
Nel caso di Imperia, non c’era per giunta nessun Lenin sulla cui figura ci si potesse concentrare.
La terza generazione del “Partito Trasversale” è giunta tardi a occupare il proscenio.
Essendo composta da giovanotti che sono invecchiati senza maturare.
Questo è peraltro il destino di tutti gli “enfants gâtés”.
Si era iniziato con un convegno di studi, celebrato per iniziativa del Nipote della Nonna.
Il quale aveva fatto argomentare da mezzo corpo accademico dell’Università di Genova l’opportunità di un generale rimboschimento dell’intero territorio comunale.
Nei giorni scorsi, il nostro amico Antonio Marzocca, uomo così amante della natura che risparmia perfino le lumache, divoratrici degli ortaggi, e le rigetta nell’humus, ha cambiato natura.
Scoprendo inopinatamente la primigenia aggressività dell’uomo cacciatore.
Quali erano tutti i nostri antenati prima della rivoluzione agricola.
E ha ucciso — o fatto uccidere — un enorme cinghiale.
Per il malcapitato Antonio si trattava di una questione di sopravvivenza: o lui o il suino, in procinto di privarlo dell’unica fonte di sussistenza.
Ora Marzocca cerca amici disposti ad accettare grandi pezzi di carne di cinghiale.
“Quorum nos”.
I contadini del nostro immediato entroterra, le cui colture vengono devastate da questi grandi mammiferi, moltiplicati dalle migrazioni dai Balcani propiziate da una ditta avente la sua sede legale a Genova e i vivai nell’Italia centrale, non si sono resi conto dei reali obiettivi del convegno.
In tal caso, essi avrebbero marciato sul luogo in cui si svolgeva per fare giustizia sommaria dei numerosi e illustri cattedratici convenuti per sostenere la causa degli importatori di selvaggina.
Che, nei suoi tempi aurei, prescindeva da ogni discorso scientifico, avendo sufficienti sostenitori nell’ambiente venatorio.
Cui veniva offerta abbondanza di prede.
Al punto che le cene a base di cinghiale costituivano una sorta di rito non soltanto propiziatorio, ma celebrato anche in funzione di successive estensioni del “business”.
Il piano di riforestazione doveva, nelle sue verosimili intenzioni, propiziare nuove massicce importazioni di selvaggina.
L’unico ostacolo consisteva nella sua adozione da parte del Comune.
Che il “Sindaco-Presidente” rifiutò.
Avendo capito che la manovra sottesa a tutta l’operazione lo avrebbe indebolito.
Come lo aveva a suo tempo indebolito l’azione svolta dal “Partito Trasversale”.
Che procurava un appoggio esterno dei comunisti alla corrente a lui avversa della Democrazia Cristiana.
L’affare mancato venne però compensato con la transazione dei “Granatini”.
Anch’essa partorita da una logica “trasversale”.
Nella quale però il sindaco tiene il coltello per il manico.
Non essendo coinvolti soggetti terzi.
E in particolare soggetti stranieri.
A quelli balcanici si era tuttavia tentato di sostituire il palestinese Hanoun.
Il quale, se fosse stato conosciuto da Plutarco, avrebbe ispirato una pagina delle sue “Vite parallele”.
Essendogli omologo lo sloveno Buic.
Costui si era affacciato negli anni Settanta nella nostra zona, proponendo il “business” dell’esportazione di capitali.
Propiziata dalla sovrafatturazione dei capi di selvaggina.
Essendo all’epoca ingenti i guadagni illeciti, e avvenendo i pagamenti in Svizzera — ancora non uniformata alle norme europee — gli affari andarono molto bene.
E anche molto a lungo.
Essendo interrotti soltanto dalla fine catastrofica della Jugoslavia.
Buic — che aveva cambiato il suo vero nome italiano, cioè Bucci — era stato tra quanti gettavano i nostri connazionali nelle foibe.
Hanoun, che proponeva anch’egli di esportare capitali mandando offerte ai poveri bambini di Gaza, aveva da parte sua applaudito il Sette Ottobre.
In ambedue i casi, la potenziale clientela era “trasversale”.
Comprensiva cioè di destra e di sinistra.
Hanoun è però finito in galera.
Buic, invece, l’aveva sempre fatta franca.
I tempi sono cambiati: altra cosa era la destabilizzazione operata dai servizi segreti di Tito per rendere sempre più poroso il confine orientale, indebolendo lo Stato italiano, e altra cosa è il terrorismo islamista.
Controllato attentamente dagli israeliani e dagli americani.
Meno attentamente dai nostri servizi.
I quali però, messi davanti alle prove — e alla necessità di garantire il rispetto delle alleanze — hanno dovuto passare la “notitia criminis” prima alla Polizia Giudiziaria, poi alla magistratura.
Facendo mancare ai nostri “trasversali” l’anello più importante della catena.
Cioè il terminale dell’esportazione di capitali.
Che comunque è venuto a meno da quando Dubai si è trasformata dalla nuova Beirut in una trincea di prima linea.
A questo punto, è risultato patetico l’estremo tentativo, affidato a un etologo, di far considerare “buoni” i cinghiali.
La cui nocività non è innata, ma causata dall’essere troppi.
Per cui non ci vogliono nuove importazioni, bensì dei “piani di abbattimento”.
I cacciatori sono comunque salvaguardati.
I “trasversali” hanno invece perduto i loro strumenti.
Cui mancava comunque il nesso tra i contratti di acquisto e l’esportazione dei capitali.
Che poteva favorire chiunque — a destra e a sinistra — avesse realizzato guadagni illeciti.
L’offensiva finale dei “trasversali” ricorda Napoleone a Waterloo.
Dove il Bonaparte, già grande stratega, andò allo sbaraglio senza alcun piano di battaglia.
Grouchy, inoltre, arrivò in ritardo.
Hanoun non è neanche arrivato, essendo trattenuto a Marassi.