Al “Gay Pride” di Milano non poteva mancare l’ormai abituale presenza della Schlein.
La quale, viceversa, non si è mai fatta vedere davanti ai cancelli di una fabbrica a rischio di chiusura.
Segno, questo, che la signora elvetico-germanico-statunitense tiene molto alla sua identità (omo)sessuale, ma non altrettanto alla militanza nel partito detto “dei lavoratori” (?).
Per noi imperiesi, che siamo abituati da decenni all’attiva opposizione degli ex comunisti alla permanenza nella nostra città di ogni residuo insediamento industriale, ciò non causa alcuna meraviglia.
I dirigenti di via San Giovanni andavano peraltro ben oltre la neutralità ostentata dalla segretaria nelle questioni sociali, e anzi si adoperavano apertamente affinché la proprietà chiudesse le fabbriche.
Tutte destinate, nei loro calcoli, a ospitare nuove strutture turistiche.
Che non sono state tuttavia attratte nemmeno dal “Sindaco-Presidente”.
Oltre a contare sulla Schlein, gli organizzatori del “Carnevale Ambrosiano” dei cosiddetti “LGBT” hanno anche ostentato le bandiere dell’Iran.
Portate dagli immancabili militanti “internazionalisti”.
I quali hanno viceversa lasciato a casa i vessilli della Palestina, di Cuba e del Venezuela.
Il ruolo di “avanguardia” dei “movimenti di liberazione” essendo ormai appannaggio esclusivo degli ayatollah.
Se l’Armata Rossa fosse ipoteticamente arrivata fino a Roma, Togliatti sarebbe stato chiamato alla Presidenza del Consiglio.
Il “Migliore” poteva comunque contare sui soldi elargiti da Mosca per mantenere l’enorme apparato del partito.
Se viceversa arrivassero dalle nostre parti i “Pasdaran”, la Schlein — data la sua ostentata omosessualità — verrebbe immediatamente lapidata.
La famosa “doppiezza” di Togliatti, evidentemente ereditata da chi gli è succeduto nella segreteria, può indurre la ragazzona cresciuta nel “movimentismo” gastronomico bolognese ad accettare finanziamenti di provenienza islamista.
Resi indispensabili dalla necessità di pagare la “consulente cromatica”.
Togliatti raccomandava ai componenti della Direzione di indossare il doppiopetto, essendo la sua principale preoccupazione costituita dal rischio di “épater les bourgeois”.
Una segretaria che balla su un carro allegorico sfilando nel “Gay Pride” ben difficilmente potrà ottenere il voto cattolico.
È vero che monsignor Delpini ha celebrato a Milano una messa per i credenti omosessuali, scegliendo come sede il quartiere da loro frequentato.
In questo caso, però, l’arcivescovo era motivato da un comprensibile intento di ordine pastorale.
La segretaria ritiene viceversa opportuno alimentare ogni “movimento”, senza curarsi della compatibilità tra i rispettivi obiettivi.
Gli otto islamisti candidati al Comune di Venezia chiedevano ai cittadini il loro suffragio “nel nome di Allah”.
Un Comune retto da costoro avrebbe accettato di ospitare il “Gay Pride”?
La Schlein, parafrasando Mao Tse-tung, definirebbe simili discrepanze come “contraddizioni secondarie in seno al popolo”.
Il problema che la cosiddetta “sinistra” deve risolvere, se vuole davvero giungere al Governo, consiste però precisamente nel comporre in un disegno coerente le diverse rivendicazioni.
Ben venga, dunque, assumere anche la rappresentanza degli interessi degli omosessuali, in quanto ciò significa precisamente esercitare su costoro — come sui nostri concittadini di fede islamica — la propria egemonia.
Che però non viene assolutamente più ricercata, proprio in quanto la linea del “Nazareno” consiste soltanto nel fare la somma aritmetica di tutte le rivendicazioni.
Senza però accorgersi che risultano molto spesso reciprocamente incompatibili.
Come avviene, per l’appunto, tra i cosiddetti “LGBT” e gli islamisti più esagitati.
Che la Schlein deve comunque accontentare, in quanto i finanziatori non si accontentano di un semplice ringraziamento.
Che cosa succede se le loro pretese arrivano al punto di determinare le scelte di politica estera del partito?
Avviene che la Meloni viene percepita, da chi ancora si considera appartenente all’identità giudaico-cristiana, come il male minore.
Questo problema dovrà essere affrontato molto presto.
Quando cioè la chiusura dello Stretto di Hormuz imporrà l’adozione di tutte le misure proprie di un’economia di guerra.
La guerra moderna è essenzialmente industriale.
In essa, di conseguenza, il cosiddetto “fronte interno” — che viene mobilitato tanto quanto i combattenti di prima linea per assicurare la produzione delle armi e delle munizioni, così come il loro costante rifornimento alle truppe — svolge una funzione decisiva.
Né più né meno di quella assegnata alle unità impegnate direttamente nei combattimenti.
Durante la Prima guerra mondiale, le donne vennero precettate per sostituire nelle fabbriche la manodopera maschile.
Nostra nonna ricordava molto bene quel tempo.
Nel quale, pur essendo moglie di un colonnello, doveva mantenersi con i ceci, distribuiti mediante la “tessera annonaria”.
Eppure, la sua memoria di quel tempo non era ingrata.
Avendo intuito che si stava compiendo il primo irreversibile passo verso la piena emancipazione femminile.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Inghilterra, malgrado fosse ancora una grande potenza industriale, poté resistere in quanto le giungevano i rifornimenti di materie prime dall’America e dagli altri continenti.
Per questo divenne decisiva anche la difesa delle rotte navali.
Ora la tenuta del fronte interno non risulta più necessaria per l’esito del conflitto nel Golfo.
La produzione, che prima era uno strumento posto al servizio degli eserciti, si trasforma nell’oggetto stesso del confronto militare.
Se gli iraniani riescono a fermare le nostre fabbriche, oltre che il nostro sistema dei trasporti e dei servizi, l’Occidente cade nel caos economico, sociale e politico.
In Europa ci sono probabilmente tra settanta e ottanta milioni di musulmani.
Nel Medio Oriente si può contare — come nel caso del Libano, ma anche della reciproca ostilità tra le cosiddette “monarchie del petrolio” e l’Iran — sulla rivalità tra sunniti e sciiti.
Non è detto però che questa discriminante funzioni anche da noi.
Le comunità islamiche collocate “in partibus infidelium” tendono infatti a radicalizzarsi e sono portate a simpatizzare con chi si pone — o comunque viene considerato — all’avanguardia della causa comune.
Abbiamo assistito a manifestazioni in favore di Hamas quali la “sinistra” occidentale non era più in grado di organizzare ormai da tempo immemorabile.
Si sta inoltre praticando, da parte dei musulmani nei riguardi dell’opposizione, la tattica nota un tempo come “entrismo”.
Questo porta gli omosessuali — e con loro la Schlein — non solo a tollerare la contraddittoria presenza nei loro cortei dei sostenitori dell’Iran, bensì a promuoverla.
In quanto “tutto fa brodo”, pur di risultare numerosi e agguerriti.
Senza contare il peso dei finanziamenti.
Come si comporteranno i musulmani quando mancherà il combustibile?
Lungi da noi l’atteggiamento di chi approfitta delle situazioni per fare il processo alle intenzioni e insinua una slealtà da parte di chi consideriamo a tutti gli effetti nostro concittadino.
Essendo tale — a prescindere da ogni valutazione di ordine giuridico — in quanto offre alla comunità il contributo del proprio lavoro.
Ricordiamoci tuttavia di due dati.
In primo luogo, le misure restrittive che dovremo subire non sono dirette a combattere un nemico identificabile anche fisicamente.
Questo, da una parte, allontana il pericolo di ogni atteggiamento razzistico — che sarebbe comunque ingiustificato — ma, dall’altra, rende difficile una mobilitazione collettiva e convinta.
I governi europei dichiarano anzi che non si considerano in guerra contro l’Iran, e dunque la carenza di combustibile viene attribuita a una causa originale indefinibile.
Proprio come il virus durante l’epidemia.
Che venne usata per inscenare una sorta di prova generale in previsione di quanto ci attende.
Essendo previsto da tempo da chi esercita il potere.
Ci sarà dunque inevitabilmente anche in questo caso chi metterà in dubbio l’esistenza di una reale necessità per cui sacrificarsi.
Questa volta risulterà però impossibile reprimere costoro paventando il pericolo del contagio.
In secondo luogo, se noi non consideriamo l’Iran come nostro nemico, non possiamo impedire che gli ayatollah ci indichino come tali.
Lo dimostra l’atteggiamento assunto proprio nei riguardi dell’Italia quando è risultato che i bombardieri non partivano direttamente dal nostro territorio, ma l’uso logistico delle nostre basi era comunque inevitabile ed evidente.
All’Iran basterà dunque mettere in crisi la produzione, il commercio, il riscaldamento e i viaggi attraverso l’Europa per infliggere all’Occidente un colpo mortale.
Senza però sparare contro di noi un solo colpo di fucile.
La destra tenterà naturalmente di sfruttare la situazione per imporre misure restrittive dei diritti civili, oltre che di quelli personali.
L’irruzione sulla scena politica di personaggi come Vannacci rivela anche la tentazione di usarli per il cosiddetto “lavoro sporco”.
Dando per scontata una situazione di conflitto interno nei Paesi occidentali.
A questo punto, non sarà più neanche necessario — per far degenerare la situazione — alimentare i sospetti contro i musulmani.
Dal momento che proposte come la cosiddetta “reimmigrazione” — che non si possono realizzare senza calpestare tutti i principi costituzionali — presuppongono di per sé stesse la scelta di attizzare la guerra civile.