Vannacci, Futuro Nazionale e la radicalizzazione della destra italiana
Nelle città di provincia, dove il cinema era l’unico divertimento, un tempo si faceva un gioco di società consistente nel soprannominare le persone con i titoli dei film.
Il generale Vannacci, per definire se stesso e i propri seguaci, ha scelto “Quella sporca dozzina”.
Data la megalomania del personaggio, pensavamo che si sarebbe rifatto a “L’armata degli eroi”.
Quanto ai superstiti leghisti, falcidiati dal reclutamento che ingrossa le fila di “Futuro Nazionale”, potrebbero chiamarsi “La pattuglia sperduta”.
Il loro seguito, nel Ponente ligure, è ormai così esiguo che l’assemblea provinciale si riunisce in un bar — se non andiamo errati — di Camporosso.
L’estrema destra dimostra sempre un’inclinazione per i locali pubblici.
Si era cominciato con il “Putsch della birreria”, tentato da Hermann Göring a Monaco di Baviera nel 1923.
Vannacci ha riunito i suoi seguaci di Imperia presso uno stabilimento balneare.
I superstiti leghisti del Ponente ligure sono ormai ridotti a celebrare la loro assemblea provinciale in un bar — se non andiamo errati — di Camporosso.
Non sappiamo se il locale sia ancora munito, come un tempo, di una sala adibita al gioco delle carte.
Ai suoi esordi, questo movimento politico teneva riunioni conviviali presso un ristorante di Arma di Taggia, che ormai è probabilmente divenuto troppo ampio.
Perché il generale si ispira a una pellicola americana in cui si racconta di un gruppo di delinquenti, sottratti alla pena capitale inflitta loro dal tribunale militare per essere trasformati in un’unità d’élite delle “Forze speciali”?
L’alto ufficiale intende evidentemente reclutare i propri sostenitori ricorrendo allo stesso criterio.
Si prende un criminale incallito, divenuto tale perché non sapeva reprimere il proprio istinto aggressivo, e, invece di reprimere questa pulsione, la si indirizza contro il nemico.
Il risultato è assicurato.
Non tutte le persone comuni sono, infatti, capaci di uccidere.
Reclutare militari tra coloro che hanno già dimostrato tale inclinazione permette di selezionare i migliori combattenti.
Si veda il caso della Legione straniera, composta dalla feccia di tutta Europa.
Oppure quello degli Arditi.
Il loro corpo, fondato durante la Prima guerra mondiale, venne costituito svuotando le prigioni.
Con il duplice risultato di eliminare una spesa per lo Stato e di mandare al fronte soldati già pronti per l’uso.
Il problema si pose al termine delle ostilità e riguardò l’impiego dei superstiti, tutti incapaci di ritornare alla vita civile.
Sciolto il corpo di appartenenza, e poiché lo Stato maggiore era riluttante — per ovvi motivi — ad accogliere i reduci tra i militari di professione, Mussolini li reclutò tra gli squadristi.
La loro uniforme era nera, ispirandosi per l’appunto a quella degli Arditi.
Venne infine l’inquadramento nella Milizia.
Vannacci gira l’Italia per presenziare alle cerimonie di benvenuto in onore dei suoi nuovi adepti.
Si tratta dell’equivalente del giuramento, che però viene prestato dai militari dopo l’addestramento.
Le reclute di “Futuro Nazionale”, a quanto pare, non ne hanno bisogno.
Tra costoro figura una consigliera regionale dell’Abruzzo, attualmente processata per aver intascato delle “tangenti”.
Costei è stata registrata mentre diceva al telefono, rivolgendosi a uno dei suoi pagatori, che con il “Veuve Clicquot” si “faceva il bidet”.
Per questo esigeva dello champagne di marca “Cristal”.
A una torma composta da simili soggetti famelici, Vannacci promette — come facevano un tempo gli ufficiali che inquadravano gli ascari — il saccheggio dei territori conquistati.
In confronto a quanto ci attende, “Tangentopoli” verrà ricordata come una modesta refezione.
Risulta dunque chiaro che una simile “Armata Brancaleone” viene reclutata in funzione di una guerra civile che il generale non sarebbe certamente stato in grado di provocare.
Egli stesso è stato dunque prescelto da chi di dovere, che aveva già deciso questo esito per la nostra vicenda nazionale.
Allo stesso modo, Mussolini venne individuato per guidare dapprima la campagna per l’intervento e poi per capeggiare i “Fasci di combattimento”.
C’è un evidente “fil rouge” che lega i disperati raccolti a piazzale San Sepolcro a quelli che Vannacci sta riunendo e arringando in tutta Italia.
In entrambi i casi, ciò dimostra che i mezzi finanziari abbondano.
Analogamente a quanto accadde negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, il nuovo movimento politico si distingue dalle precedenti aggregazioni della destra in quanto viene costituito con lo scopo di praticare la violenza.
C’è però un’altra similitudine preoccupante con il passato, costituita dalle simpatie e dalle complicità — ieri con il “Duce”, oggi con il generale — maturate nell’ambito dell’apparato repressivo dello Stato.
Ieri, a Bologna, il solito extracomunitario ubriaco — anzi, drogato — ha infastidito i passanti.
La polizia, benché costui fosse disarmato, anziché portarlo al commissariato, lo ha “fatto secco”.
Nella nostra piccola città di provincia, ci è capitato infinite volte di assistere allo spettacolo del nordafricano che va in escandescenze.
In diverse circostanze, uno di questi soggetti se l’è presa personalmente con noi.
Abbiamo sempre chiamato i carabinieri, ma solo una volta il loro intervento è stato sollecito.
Perché si è passati da un’eccessiva tolleranza all’estremo della repressione, applicando al reprobo la pena capitale?
Qualcuno, all’interno delle forze di polizia, ha evidentemente voluto inviare a Vannacci una sorta di messaggio cifrato, che suona come: “Puoi contare su di noi”.
È infatti chiaro che i vertici non possono prendere posizione sulle vicende politiche.
Né possono farlo i diversi sindacati della polizia, e tanto meno gli eletti negli organismi rappresentativi.
Il messaggio viene dunque dal cosiddetto “deep state”, il quale, anche in Italia, sceglie da che parte schierarsi quando da questa scelta dipende l’esito di un confronto non più deciso dalla volontà degli elettori.
Una volta innescata la guerra civile, i consensi non si contano, ma si pesano.
Il generale sapeva in partenza, fin da quando ha deciso di scendere nell’agone politico, di poter contare sul sostegno di certi ambienti dell’amministrazione pubblica, in particolare dei settori preposti al mantenimento dell’ordine.
Se le cose stanno così, Salvini rincorre Vannacci inutilmente.
I cittadini cosiddetti “benpensanti”, le cui scelte sono determinate dal cosiddetto “riflesso d’ordine” — l’orefice di Grinzane è divenuto il simbolo di costoro — non possono decidere un conflitto destinato a essere combattuto per strada.
Si tratta, infatti, di persone raramente inclini a praticare la violenza — da questo punto di vista, Roggero costituisce un’eccezione — e soprattutto prive di un inquadramento e di un addestramento di tipo militare.
Le guerre civili sono sempre decise dalle forze armate e dalle forze di polizia.
Queste possono reprimere il tentativo di scatenare la violenza oppure lasciare che si sviluppi, intervenendo poi per decidere l’esito del conflitto.
Due fattori spingono verso questo risultato.
Uno è costituito dalla situazione di guerra esterna, che si riflette però inevitabilmente all’interno sotto forma di guerra economica.
L’altro, connesso con il primo, è la degenerazione della condizione sociale determinata dalla crisi energetica, che rende necessario garantire, applicando misure restrittive, la tenuta del cosiddetto “fronte interno”.
Vannacci non aspira a diventare il Lincoln della situazione.
Egli ha scelto piuttosto il ruolo del generale Grant.
Le sue ambizioni politiche sono analogamente rinviate a una fase successiva.
Per ora, forte della propria esperienza militare, l’alto ufficiale si propone di guidare le truppe della destra.
Lo si può ancora fermare?
Forse è già troppo tardi.
Se siamo ancora in tempo, occorre evitare di criminalizzare settori sociali sempre più ampi.
Questo è però esattamente quanto stanno facendo — chi più, chi meno — gli altri settori della destra.
Quanto alla “sinistra”, Conte — essendo privo di una base — ha scelto per sé il ruolo di “agente d’influenza” di potenze straniere, alle quali mette a disposizione il suo partito come un patronato per i loro uomini, anch’essi già dispiegati sul terreno.
Quanto al partito ex comunista, tenta di barcamenarsi, essendo preoccupato soltanto di salvaguardare le proprie prebende, come dimostra il fatto che le parti in contesa — da una parte l’estrema destra, dall’altra gli islamisti — abbiano scelto proprio Bologna per affrontarsi nelle piazze.
Gli altri partiti si limitano a un ruolo di ausiliari, contraddistinti dai copricapi.
Mentre Salvini si fa ritrarre con il cappello della polizia, Scajola ostenta quello degli imam.