Molti anni or sono, quando scoppiò la guerra tra gli Hutu e i Tutsi, si costituirono in Italia due opposti comitati di solidarietà. L'aspetto più curioso della furiosa disputa tra l'uno e l'altro consisteva nel fatto che non si rinfacciavano gli opposti genocidi, o comunque le stragi, bensì accusavano la parte avversa di essere "al servizio dell'imperialismo". Ciò significa che la "pulizia etnica" costituisce un delitto se viene commessa dalla "destra", mentre costituisce un glorioso episodio della guerra di liberazione dal dominio straniero quando è perpetrata dalla "sinistra". Adottando questo criterio, i profughi giuliano-dalmati vennero respinti in tante parti d'Italia in quanto "fascisti".
In anni molto più recenti, gli ex comunisti della nostra città applaudirono le malefatte di Milosevic in Bosnia in quanto i serbi - durante la seconda guerra mondiale - avevano avversato il nazismo. In realtà questa scelta aveva a che fare - più prosaicamente - con i rapporti d'affari. Ciò dimostra che risulta molto difficile - in certi contesti esotici - stabilire chi sia "di sinistra", o "progressista" - e chi sia viceversa "di destra", o "reazionario". "Nulla quaestio", invece, per quanto riguarda il conflitto tra israeliani e palestinesi: i quali ultimi sono considerati "progressisti" non tanto in base ad una valutazione storica della vicenda mediorientale, bensì perchè godono dell'appoggio di tutto il "Terzo Mondo", così come - a suo tempo - del "campo socialista". Ciò significa che la sinistra occidentale nemmeno decide da che parte stare, ma si rimette alle scelte compiute altrove: senza neanche domandarsi in base a quale criterio esse vengano compiute. In passato, influivano in modo decisivo gli interessi strategici dell'Unione Sovietica. Mosca stabiliva con chi si dovesse solidarizzare, e chi viceversa fosse da osteggiare. A volte, come nel caso del conflitto tra la Somalia e l'Etiopia, i sovietici rovesciavano le loro alleanze: in tal caso, vigeva la famosa consegna "contrordine compagni".
Oggi la sinistra, non potendosi più rifare a quanto deciso dalla Russia, si schiera con Hamas perchè una parte consistente del mondo islamico riconosce in questo movimento il proprio massimo campione. Se consideriamo i motivi di questo orientamento, scopriamo che essi non consistono nella necessità di affermare il principio di autodeterminazione in favore dei palestinesi, bensì nell'imperativo - religioso, più che politico o giuridico - di ripristinare l'appartenenza al "Dar Al Islam" non soltanto dei territori occupati da Israele nel 1967, ma anche di quelli riconosciuti appartenenti allo Stato ebraico in base a tutti i piani di spartizione elaborati dalla comunità internazionale.
Che cosa farebbe la sinistra occidentale se, in base allo stesso criterio confessionale, i musulmani rivendicassero la Sicilia e la Penisola Iberica? La domanda non è campata per aria, come dimostra l'adesione all'Islam - in una prospettiva "irredentistica" - di alcuni intellettuali siciliani e spagnoli. Hamas, comunque, non rivendica la costituzione di uno Stato palestinese, bensì la distruzione di Israele. Questo viene apertamente proclamato nel suo statuto. Vi è naturalmente chi auspica, in base al diritto internazionale, la creazione dello Stato palestinese. Il che richiede il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967. Questo è già d'altronde avvenuto nel caso di Gaza. Con chi, però, dovrebbe essere stipulato un trattato di pace? Hamas rifiuta in linea di principio di partecipare ad ogni trattativa, e quindi risulta inutile anche tentare di iniziarla. Quanto alla "Autorità Nazionale Palestinese", bisogna ricordare che Arafat si vide offrire a Camp David la restituzione di tutti i territori occupati, ma rifiutò di firmare un accordo già praticamente pattuito chiedendo che tutti i profughi fuggiti da Israele nel 1948 facessero ritorno ai loro luoghi di origine. Nè la Germania, nè l'Italia hanno posto questa condizione quando si è trattato di regolare i loro nuovi confini. Se si perseguisse il ripristino dello "status quo antes", saremmo sempre in guerra.
Altra cosa, naturalmente, è richiedere degli indennizzi, che la comunità internazionale avrebbe garantito ai palestinesi, mentre non sono stati neanche richiesti per i Sudeti, per gli slesiani, per i giuliano-dalmati e per i greci dell'Asia Minore. Questo elenco è molto parziale, e dovrebbe comprendere anche gli stessi ebrei dei Paesi arabi.
Al tempo della guerra del Vietnam, la propaganda americana commise l'errore di giustificare la presenza delle truppe statunitensi in base alla cosiddetta "teoria del dominio": si diceva che i comunisti, dopo l'ex Indocina francese, avrebbero invaso altri Paesi. Qualcuno disse addirittura che sarebbero sbarcati in California.
Nessuno crede che la caduta di Israele - in sè comunque ingiusta e catastrofica per l'Occidente - costituirebbe il presupposto per una islamizzazione dell'Europa. A parte ogni considerazione sul fatto che la violazione del diritto all'esistenza di uno Stato costituisce un precedente molto pericoloso per tutti gli altri, non si può negare il fatto che i movimenti islamisti dichiarano apertamente i loro propositi espansivi. Non possiamo naturalmente trarne la conseguenza che dopo Gerusalemme cadrebbe anche Parigi.
Esiste tuttavia una differenza con la tendenza, propria di ogni nazionalismo, all'espansione territoriale. Ciò ha causato innumerevoli conflitti, ma i patrioti e gli irredentisti dovevano alla fine comprendere la necessità di contemperare le proprie rivendicazioni con quelle degli altri Paesi. Rimangono naturalmente dovunque coloro che non si accontentano delle ripartizioni stabilite nei trattati, ma sono ben pochi i governi disposti ad assecondarli fino al punto di rischiare una guerra. Tutt'al più, in certi casi, le autorità assecondano le aspirazioni nazionali, ma chiariscono che intendono perseguirle con mezzi pacifici, come nel caso dell'Irlanda.
Hamas impiega invece la violenza, ma soprattutto fa parte di un più ampio movimento islamista che mette in questione i principi del diritto internazinale: Erdogan ha detto apertamente che "il confine della Turchia va da Trieste a Vienna". Se non ricordiamo male, il trattato di Berlino del 1878 dice qualcosa di diverso. Se dunque non temiamo di svegliarci una mattina sotto l'occupazione islamista, dobbiamo tuttavia tenere conto di questo orientamento, e respingerlo in linea di principio. Ne va dei diritti degli Stati, e soprattutto della preservazione della pace.
Mario Castellano