L’ultima volta che sono andato in Francia, quando sono arrivato alla stazione di Ventimiglia, ho saputo che la circolazione ferroviaria era interrotta per un incidente. Così ho dovuto prendere un autobus che andava fino quasi al confine, e poi – insieme con gli altri passeggeri – l’ho attraversato a piedi.

I valichi sono due: più a monte, c’è quello storico, chiamato “Ponte San Luigi”, costituito da Napoleone, che volle erigerlo per scavalcare il torrente Garavano, mentre a valle ne è stato aperto dopo la guerra uno nuovo, posto sulla riva del mare, denominato “Ponte San Lodovico”. Poiché però in francese tanto Luigi quanto Lodovico si traducono con “Louis”, per noi ci sono due posti di frontiera, mentre per l’altra parte è come se ne esistesse uno solo.

Dopo avere superato sulla sinistra della Via Aurelia (che va da Roma fino in Spagna) il grande edificio dell’ex dogana italiana, ora sede soltanto della nostra polizia, ho varcato il torrente per raggiungere la Francia. Mentre il minuscolo corso d’acqua, visto da “Ponte San Lodovico” – dove passavo da tanti anni – mostra soltanto un piccolo greto, il vecchio ponte di San Luigi scavalca una specie di orrido, molto profondo e incassato nella montagna, pieno di una fittissima vegetazione selvatica. Forse, c’è sotto una fonte di acqua perenne. A valle, quasi non ci si rende conto di passare un torrente. Qui se ne ha invece l’impressione ben precisa. Accresciuta, nel mio caso, dal fatto che stavo procedendo a piedi, in una lunga fila di persone frettolose, tutte preoccupate – come me – dal timore di perdere i loro appuntamenti.

Non ho potuto fare a meno di ritornare alle memorie di famiglia. La nostra gente sta da una parte come dall’altra. Fino a Nizza, si parla la stessa lingua regionale.

Il vero confine, anche perché lo segna l’unico fiume di tutta la costa estesa fino al Rodano, è quello del Varo, che un tempo divideva il Piemonte dalla Francia. Il Garavano separava invece il Principato di Monaco dalla Repubblica di Genova.

Poi un Grimaldi vendette a Napoleone III Mentone e Roccabruna, e perse il vantaggio di confinare con due paesi stranieri. Era il tempo in cui Vittorio Emanuele II cedeva Nizza all’imperatore, in cambio dell’aiuto ricevuto per acquisire la Lombardia, e poi via via tutta l’Italia.

Fino ad allora, Porto Maurizio era sede di una sottoprefettura di Nizza, dove si trova ancora il nostro catasto storico. La Liguria arriva comunque sempre fino al Varo. Oltre il quale finisce la nostra identità di transizione, e comincia la vera Francia – o meglio la Provenza – dove si parla ancora la lingua detta “d’hoc”, il provenzale dei trovatori, conosciuto come anche la lingua “d’oil” da Dante. Il quale aveva studiato a Montepellier, e si compiacque di inserire una terzina in provenzale – l’unica lingua straniera – nella Divina Commedia.

Il ligure, poi il provenzale, poi il catalano, ed infine il castigliano: tutte espressioni che per qualche motivo mi sono familiari. I doganieri francesi assegnati al confine di Ventimiglia parlano tutti alla perfezione lo spagnolo. Prima di venire dalle nostre parti, hanno dovuto trascorrere un purgatorio nei posti di frontiera più sperduti dei Pirenei, terra di contrabbandieri e di pecorai.

Chissà che cosa avrà pensato mio nonno quando dovette passare il Garavano per rifugiarsi in Francia nel tempo della dittatura. Era – in tutto – un uomo dell’Ottocento. Per quanto – come tutte le persone colte del Ponente Ligure – avesse due lingue, due culture, due identità, era un nazionalista italiano. Il bisnonno era stato all’assedio di Gaeta (che Dio, ed i sudditi del regno di Napoli, lo perdonino!) e poi a Lissa. Essendo riuscito a galleggiare – in tutti i sensi – in quel primo disastro dell’Italia unita (che avrebbe dovuto ammonirci su quanto fosse fragile), ne ebbe abbastanza, e passò alla marina mercantile.

Il nonno, ciò malgrado, si sentiva tanto patriota che una volta, su di un tram di Nizza, avendo udito due signore francesi parlar male dell’Italia, ruppe il parapioggia sulla loro testa. Eppure, la Francia gli aveva spalancato la porta, dandogli la possibilità di guadagnare onestamente il pane nei laboratori di profumi di Grasse: gli aromi della Provenza hanno impregnato la nostra famiglia, insieme con la cultura francese.

Tra i grandi campi di lavanda, trascorse l’infanzia di mio zio e di mia madre. Mentre la nonna non imparò mai la lingua del posto, la nuova generazione assimilò – insieme con l’espressione – lo spirito laico, liberale, tollerante della “République”. E qualche cosa ne è arrivato fino a me. La Francia significava la libertà, la realizzazione di quegli ideali che un giorno avrebbero rigenerato l’Italia.

Gli esuli vivevano proiettati nel futuro, quando l’uno e l’altro paese si sarebbero conformati con gli stessi principi.

Bisognava però passare per i cannoni a Ventimiglia, per il “coup de poignard dans le dos” di Mussolini. Anche per questo, perché bisogna scongiurare tutto quanto di triste c’è nel passato, quando il futuro si fa incerto e minaccioso, viene la voglia di passare il confine.

Io non entro mai nel caffè, ma in Francia faccio un’eccezione. Mi diverto quando la gente non si accorge che sono straniero. Prendo un “café crème” con un “croissant”, poi dico “gardez” al cameriere che porta il resto.

Comincio a trattare con gli amici di Nizza, spiego che cosa succede da noi, e quasi mi sgridano per come vanno le cose: dopo due generazioni, siamo daccapo. Alla fine, capiscono che bisogna aiutarci di nuovo.

Va avanti così dal 1794, e siamo ancora i parenti poveri. Penso a quando i francesi, dopo Caporetto, fecero passare i cannoni sulla nostra ferrovia, per dimostrare che non lasciavano sola l’Italia. I nostri, erano stati persi nella rotta del 1917.

I soldati inglesi, giunti di rinforzo, sbarcarono addirittura nel porto di Oneglia, ed il sindaco dispose che ogni famiglia ne ospitasse uno a pranzo. Quello che venne a casa nostra fu il più fortunato: il nonno parlava perfettamente la sua lingua, ed era venuto in licenza dalla polveriera di Cengio, che dirigeva essendo stato richiamato con il grado di colonnello.

La nonna era mobilitata anch’ella nella produzione industriale, e per tutto il tempo della guerra mangiò solo ceci, ritirati con la tessera annonaria. Tuttavia, ricordò sempre quel tempo come il più felice della sua vita. Questa povera popolana aveva intuito che era iniziata l’emancipazione delle donne, e che nulla sarebbe più stato come prima. Il primo figlio si chiamava Giorgio, in onore del re d’Inghilterra: il nonno era francofono, anglofilo e interventista.

Ora che c’è Conte, filocinese, mi sento bene quando passo il confine. Non mi ricordavo che il Garavano fosse tanto profondo. Speriamo che lo sia solo per la geografia.

Un caro saluto.

Mario

Mario Castellano