Dopo avere fatto contemplare il panorama, che pare sia migliore di quello offerto a chi si affaccia sul Pincio o sul Gianicolo, indicava la cupola di San Pietro e diceva al collega che dalla sua sede ufficiale non si poteva certamente scorgere il territorio di uno Stato estero (salvo nel caso del Principato di Monaco), nè tanto meno una capitale straniera. La conclusione consisteva in un implicito riconoscimento della difficoltà del ruolo conferito al nostro Presidente della Repubblica. Qualcuno misura questa difficoltà in base alla cosiddetta "larghezza del Tevere".
Ciampi era un cattolico praticante, ma apparteneva orgogliosamente alla tradizione politica della sinistra liberale. L'unica formazione in cui aveva militato era stato, in gioventù, il Partito d'Azione. A questa stessa scuola ha detto di rifarsi Mario Draghi quando, avvicinandosi il momento in cui avrebbe assunto la responsabilità di guidare il Governo, gli era stato chiesto di dichiarare il suo orientamento.
Ciampi e Draghi sono stati chiamati a svolgere la stessa missione in base alle loro analoghe caratteristiche personali, in due momenti simili e difficili della vicenda nazionale. Si tratta, in entrambi i casi, di credenti e praticanti, che però non hanno fatto parte del movimento dei cattolici impegnati in politica. Essi sono dunque accomunati da una concezione completamente laica dello Stato, le cui prerogative devono essere limitate dalla osservanza del precetto di una confessione religiosa: neanche di quella cui privatamente appartengono.
Per chi apparteneva alla Democrazia Cristiana risultava difficile tenere questo atteggiamento, dato che risultava in contrasto con una malintesa disciplina di partito. Date le convinzioni di Draghi, dovremmo dunque concludere che con la sua nomina il Tevere è divenuto più largo. Ci domandiamo però se abbia ancora senso compiere questa valutazione, o quanto meno se valgono ancora i criteri con cui fino ad ora si è compiuta. Il Tevere, ormai, non si allarga o si restringe più in base al carattere laico o confessionale dello Stato. Specialmente da quando il Papa è anch'egli - come Ciampi e come Draghi - un cattolico liberale. Dovremmo dunque concludere che il Tevere non è mai stato così stretto come in questo momento. Risulta però mutato il criterio impiegato per valutare la larghezza del fiume.
Draghi ha proclamato che l'atlantismo e l'europeismo costituiranno la cifra del suo governo. Sono d'altronde noti i suoi legami con Biden. Il quale tiene sulla scrivania il ritratto del Papa. Tale esibizione dei suoi sentimenti non ha soltanto a che vedere con la fede cattolica. Il Presidente condivide infatti con Bergoglio l'appartenenza al cattolicesimo liberale, che gli è valsa l'ostilità della componente tradizionalista dell'episcopato statunitense. Tuttavia l'identificazione di Draghi con l'America - sia pure l'America "liberal", tornata in auge dopo la parentesi di Trump - ricollega l'Italia agli orientamenti propri della nuova amministrazione americana. La quale si caratterizza per un atteggiamento di confronto molto energico con la Russia e la Cina. Non più nel nome dell'anticomunismo, ma precisamente nel nome dei principi liberali. Questo orientamento può determinare in prospettiva una contraddizione con il Vaticano. Se è vero che i rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede dipendono essenzialmente dagli indirizzi di politica interna, risulta anche indubbio che la scelta atlantista ed europeista di Draghi è antitetica rispetto a quella "terzomondista" di Conte.
In altri tempi, i ruoli erano rovesciati. Quando Pio XII agiva come "cappellano della Nato", era la sinistra - anche quella cattolica - che agiva al di fuori dei confini dell'Occidente. Ricordiamo l'azione internazionale di La Pira. Non possiamo prevedere fino a che punto possa arrivare la contraddizione tra le nostre autorità temporali e spirituali. E' inevitabile, d'altronde, che il Papa schieri la Chiesa dalla parte del meridione del mondo. Non soltanto a causa della sua provenienza, ma in quanto gli appartiene la maggior parte dei credenti nelle varie religioni. In quelle terre inoltre, la fede costituisce ancora un fenomeno sociale, e la Santa Sede deve tenerne conto. La cultura politica di Draghi lo induce viceversa a guardare verso il nord-ovest del mondo. Questa dicotomia deve tuttavia essere vissuta non come una contrapposizione cosmica, come un motivo di lacerazione delle coscienze, bensì secondo un criterio laico ed empirico.
L'Italia non ha bisogno di un altro Venti Settembre, nè di un altro Diciotto Aprile. Queste date, per noi, sono storia, e non passione. La causa della giustizia è incarnata nei popoli oppressi, ed il Papa fa bene a rappresentarli. La causa della libertà ha però bisogno di essere sostenuta da quel retroterra internazionale che ha portato Draghi alla guida del nostro Paese "uti cives". Abbiamo il dovere di sostenere con lealtà e convinzione il Presidente del Consiglio.
Il Presidente Mattarella non poteva d'altronde affidare l'Italia, in una condizione drammatica come l'attuale, a personaggi come Mario Benotti. La conciliazione tra la tendenza espressa dalla Santa Sede e quella espressa dalla Repubblica è rimessa da un lato alla storia, dall'altro alla coscienza individuale, la cui libertà è sacra. Nel breve periodo, tuttavia, la situazione risulta più sfumata: i cinesi mantengono i loro rapporti privilegiati con il Vaticano, anche se vedono attenuarsi quelli stabiliti grazie a Conte con Palazzo Chigi. Essi possono tuttavia continuare la loro penetrazione, che grazie alla composizione del nuovo governo è ormai "a trecentosessanta gradi".
Oltre che con il "pentastellati", gli emissari di Pechino possono ora rapportarsi con l'intero arco delle forze politiche. I piatti sono stati messi tutti nello stesso cesto, per cui restano interi oppure si rompono insieme.
Incombe, nel frattempo, la scadenza della cassa integrazione: l'appuntamento non è soltanto a Palazzo Chigi, ma anche nelle piazze.
Mario Castellano