Cerchiamo di capire i motivi di tale apprensione.

La Meloni non è fascista, nel senso che non aderisce all’ideologia imposta al tempo di Mussolini.

Un regime autoritario è tuttavia inevitabilmente portatore di forme – più o meno accentuate – di intolleranza: sia essa rivolta contro la dissidenza politica, o contro le minoranze etniche, o contro le minoranze religiose.

Il fascismo sorse a Milano nel 1919 come movimento di Sinistra, anzi di estrema Sinistra.

Gli storiografi più attendibili ed accurati fanno risalire la trasformazione in una forza decisamente di Destra al 1921, cioè al momento in cui la concorrenza tra i suoi seguaci ed i Socialisti per l’egemonia sui lavoratori agrari della Pianura Padana procurò a Mussolini l’appoggio – e dunque il finanziamento – da parte del padronato.

Da quel momento, tra i Fascisti ed i Socialisti cessò di esservi un rapporto di competizione sul piano delle rivendicazioni sociali, e gli squadristi cominciarono ad essere usati come strumento per ristabilire i vecchi rapporti tra le classi.

Iniziò allora, di conseguenza, il progressivo abbandono dei principi enunziati nella carta fondativa di San Sepolcro.

Laciando da parte quanto vi si asseriva a proposito della necessità di instaurare la Repubblica e di socializzare i mezzi di produzione, per capire quanto sia insostenibile un parallelo storico con il movimento guidato oggi dalla Meloni è opportuno considerare l’atteggiamento nei riguardi della Chiesa Cattolica.

La trasformazione dello Stato da laico in confessionale, sancita dai Patti Lateranensi, non faceva parte dell’identità originaria del Fascismo, che si professava ancora più anticlericale – almeno a parole – rispetto ai Socialisti: questa scelta venne piuttosto adottata in seguito come “instrumentum regni” per trasformare la Chiesa in una delle organizzazioni di massa promosse dal regime, o comunque da esso controllate.

Completamente diverso è il rapporto che esiste tra il Partito della Meloni e la religione: trattandosi di un movimento di carattere identitario, ed essendo il Cattolicesimo un elemento costitutivo dell’identità nazionale italiana, risulta inevitabile che la confessione maggioritaria divenga un riferimento essenziale per il Partito.

La Meloni si definisce “madre, cristiana e italiana”, e adotta il motto “Dio, Patria, Famiglia”: che era stato coniato da Mazzini, ma non certo in quanto l’Apostolo dell’Unità italiana aspirasse a costituire uno Stato confessionale.

Il confessionalismo costituisce invece l’esito storico che accomuna Mussolini e la Meloni, segnando allora una rottura con lo Stato liberale, ed oggi con la Repubblica quale è descritta nella Costituzione.

La laicità dello Stato venne rinnegata nel 1929, ed oggi viene di nuovo messa in discussione.

I diversamente credenti – siano essi i non cattolici oppure noi Cattolici liberali, che veniamo attaccati quotidianamente in quanto “modernisti” da certi mezzi di comunicazione tradizionalisti – sono destinati a subire qualche forma di discriminazione, in quanto la loro presenza e la loro espressione viene ritenuta incompatibile con l’affermazione dell’identità italiana.

Il fascismo era viceversa un regime ideologico, e dunque le misure restrittive della libertà dei culti non cattolici avevano un pretesto diverso: come non poteva esserci la pluralità dei partiti, dei sindacati e delle associazioni, così essa non si poteva ammettere nel campo religioso.

Il regime che la Meloni si propone di instaurare non sarà caratterizzato – a differenza del fascismo – da un totalitarismo dichiarato, e manterrà dunque le forme del pluralismo.

Quanto mancherà sarà però la parità tra i vari soggetti: non si potrà infatti mettere sullo stesso piano chi concorre a definire l’identità nazionale con chi viceversa la contraddice e la incrina, per il solo fatto di esistere.

Ci domandiamo se risulti per questo necessario far coincidere la norma dello Stato con il precetto canonico.

La scelta confessionale si connette però non soltanto con la pretesa di far coincidere l’identità nazionale con quella religiosa, ma anche con l’esclusione di ogni interpretazione delle verità di fede che risulti dissonante dall’ortodossia.

Se dunque lo Stato è confessionale, non c’è posto in esso per chi – come appunto i Cattolici liberali – ne rifiuta la pretesa di regolare in base al precetto religioso i rapporti tra le persone.

La normativa sull’aborto, sulle unioni omosessuali e sull’eutanasia è destinata dunque inevitabilmente ad evolvere in senso restrittivo.

E’ forse di questo che si preoccupano gli Isrealiti?

La causa dei loro timori risiede piuttosto nella stessa affermazione di una cultura politica di radice non liberale.

Non a caso è Buttafuoco – piuttosto che Rauti – il pensatore di riferimento della Meloni.

Lo scrittore siciliano non è neanche cristiano, avendo aderito all’Islam nella sua versone sciita, ed in particolare al sufismo.

Proprio qui, neanche tanto paradossalmente, si situa il punto di contatto tra la politica ed il romanziere: nella comune pretesa di cancellare la distinzione tra la norma civile e quella religiosa.

Una volta varcato questo confine, posto a presidio della laicità dello Stato, può anche venir meno il principio di eguaglianza tra i cittadini: anche a prescindere dalla loro fede.

Mario Castellano