Sul piano dei numeri, in questa tornata elettorale ci sarà – oltre che la già consumata divisione della sinistra tra Sansa e Massardo – anche quella nello schieramento opposto, in cui Chiappori fronteggia l’uscente Toti.
Se però si riducesse l’operazione alla presentazione di una lista di disturbo, non si capirebbe il significato di quanto sta succedendo, sia per la nostra Regione, sia per l’insieme dell’Italia settentrionale.
In primo luogo, la scissione nella Lega – in realtà si tratta di questo, dato che fino ad ora il sindaco di Diano Marina era uscito dal partito di cui era stato il fondatore e massimo dirigente nella provincia di Imperia – segna l’emergere di una contraddizione, quella originata dalla svolta nazionalista e centralista impressa al “Carroccio” da Salvini. In realtà, risalendo all’indietro nel tempo, anche la fondazione di questa forza politica da parte di Umberto Bossi aveva dato luogo ad una rottura con le radici storiche dell’indipendentismo settentrionale. Questo movimento era sorto con una ispirazione nettamente antifascista.
Durante la guerra, l’Italia aveva vissuto la ripresa non soltanto del dibattito tra le forze che si erano confrontate prima del “Ventennio”, ma soprattutto una nuova elaborazione del pensiero politico. Questo sforzo intellettuale, compiuto in condizioni materiali estremamente difficili, da parte di carcerati e di clandestini, portò alla elaborazione di due “manifesti”: quello di Ventotene, redatto da Colorni, Rossi e Spinelli, e quello, di poco successivo, di Chivasso.
Sul primo di questi documenti, si è scritto giustamente moltissimo. Possiamo aggiungere soltanto che il suo messaggio si poteva riassumere in due principi: il federalismo ed il socialismo, inteso naturalmente in termini opposti a come veniva declinato dall’Unione Sovietica e dai suoi seguaci occidentali.
Dopo la guerra, venne costituita la Comunità Europea, tenendo però necessariamente conto del veto opposto dagli americani ad una sua possibile evoluzione in senso federale. Riprese anche ad organizzarsi il movimento dei lavoratori, ma dividendosi tra l’obbedienza a Mosca dei comunisti e l’adesione altrettanto supina ai principi atlantici della internazionale detta “Due e Mezzo”, patrocinata dalla destra socialdemocratica di Blum, di Baver e di Saragat.
Le idee esposte nel manifesto di Ventotene fecero così la fine dei semi di cui parla la parabola evangelica, caduti su diversi terreni sterili.
Il manifesto di Chivasso aveva visto la luce in questo paese della provincia di Torino per puro caso. I resistenti valdesi e quelli valdostani, che intendevano riprendere le aspirazioni autonomistiche delle popolazioni alpine, represse sotto il fascismo, si incontrarono a mezza via tra i rispettivi territori. Anche questo documento postulava, nell’ambito dell’Italia, una rivendicazione federalista, la stessa che il manifesto di Ventotene indicava per l’Europa. L’una e l’altra rimasero però irrealizzate. In un caso per effetto della guerra fredda, nell’altro caso per via delle scelte compiute dai costituenti. I quali decisero di ignorare Cattaneo, e di scegliere Mazzini.
Certamente, influì su questa opzione un loro comune limite culturale, ma soprattutto conveniva a tutti mantenere l’assetto centralistico dello stato sabaudo, riflesso nel suo apparato amministrativo, ma soprattutto in un pensiero politico che paradossalmente accomunava i fascisti e gli antifascisti.
La Val d’Aosta ottenne, in base al trattato di pace con la Francia, dei benefici economici, ma non uno “status” giuridico che le permettesse di agire come un soggetto – sia pure embrionale – di diritto internazionale.
Si dice che Bossi abbia ereditato e “saccheggiato” la biblioteca e l’archivio di un indipendentista valdostano: come tutti gli autodidatti, il tribuno varesotto tendeva però a ridurre ogni ragionamento alle dimensioni dello slogan.
La consegna razzistica contro “Roma ladrona” e contro i meridionali avrebbe reso in termini di voti, soprattutto nella successiva versione, che prendeva di mira gli immigrati extracomunitari. La deriva autoritaria di Salvini non costituisce dunque un tradimento della linea di Bossi, ma è al contrario il suo logico sviluppo. Nulla è più antitetico rispetto al razzismo che il federalismo: il quale tende a permettere la piena espressione – su di un piano assolutamente paritario – di ogni identità, culturale o religiosa.
Se dunque il “separatismo” padano di Bossi si fosse realizzato, avrebbe contraddetto le aspirazioni espresse nella carta di Chivasso più ancora di quanto lo abbia fatto il centralismo romano.
Ora Chiappori cerca di ricollegarsi non tanto a Bossi, quanto a Cattaneo, e propone – come primo passo in direzione del federalismo – che la Liguria rivendichi lo statuto speciale. I veneti lo hanno già fatto, ma sono stati traditi da Zaia, che – dopo averli chiamati a votare in un plebiscito – non ha saputo, o non ha voluto aprire una trattativa con il governo nazionale. La disciplina di partito lo ha spinto a non disturbare Salvini, risultando più importante per lui degli interessi e delle aspirazioni della sua gente.
Il “capitano” è però caduto lo stesso, ingloriosamente, ed oggi si ritrova in caduta libera nelle intenzioni di voto. I centralisti hanno infatti trovato in Conte il loro nuovo campione, mentre i federalisti – privi di un punto di riferimento – sono allo sbando.
In attesa che Conte faccia la fine di Mussolini, bisogna tenere accesa la fiaccola.
E’ anche in gioco l’interesse concreto costituito dai noli percepiti nei porti della Liguria: questi soldi vanno a Roma, e non vengono certamente spesi per mettere fine al nostro calvario autostradale. Per la prima volta dal tempo del dominio romano, la Liguria si trova priva di un sistema di trasporto che la tenga unita e la colleghi con gli altri territori. La De Micheli dice però che si tratta di una “narrazione”, cioè di una nostra invenzione.
Carlo Felice ci diede almeno il nuovo tracciato dell’Aurelia, oltre che il teatro di Genova intitolato al suo nome, per disporvi di un palco reale. La ministra si limita a saltare la coda sull’autostrada, grazie alla scorta della polizia. Poi, arrivata in prefettura, dice che le code non esistono.
Non ci rimane che prendere la strada, per quanto lunga e difficile, che conduce all’indipendenza.
Chiappori ha intrapreso questo cammino, e la prossima generazione arriverà alla meta, ma l’importante è avere cominciato.
Mario Castellano